Realtà e mondo sono due cose diverse

Il mondo è un insieme di illusioni che rende accettabile un pizzico di realtà. È, nella visione cristiana, l’insieme di regni, ossia tutti, ossia l’Impero, che il demonio offre a Gesù in cambio della sua adorazione. Dietro l’insegnamento antico c’è la verità: per riuscire nel mondo bisogna scendere a patti con esso.

Dobbiamo rinunciare a una parte di noi.

Nel mondo la nostra esistenza è felice ma non completa.

Il mondo è la società. Alcuni confondono la propria identità con l’apparenza che si danno agli occhi del mondo, e ciò finisce per sopraffarli. Perché credono in assoluto negli altri, e non capiscono il dramma esistenziale di ogni singolo individuo. Questo porta a rubare, stuprare l’esistenza altrui.

A Roma il mondo è pariolino/felliniano.

È etichetta.

È estetica.

La realtà nella sua interezza mi accetta in sé a patto che io mi ci immerga nudo, privo di corazze o maschere. Strumenti che costruiamo per conseguire la felicità.

Dobbiamo rinunciare a una parte di ciò che desideriamo provare.

Nella realtà la nostra vita è completa ma non felice. Ma è nella realtà che noi troviamo, comunque, noi stessi. La verità cioè ci rende liberi.

Stare nel deserto ci rende forti, e un’opinione ha solo un valore relativo, a volte non disinteressato.

A Roma la realtà è borgatara/pasoliniana.

È semiotica morale dell’educazione.

È ergonomia.

La realtà in quanto tale è un deserto in cui ci troviamo totalmente soli. Nella realtà noi capiamo di vivere soli. Ecco perché abbiamo bisogno del divino. Perchè il divino ci fa accettare la realtà. Il divino è un’invenzione – se è un’invenzione – più grande di qualsiasi illusione mondana.

Le sconfigge tutte.

Le priva di senso.

Il divino rende il mondo ridicolo.

Lo fa diventare un’insieme di infantili capricci e piagnistei, tempeste in un bicchier d’acqua, esagerazioni stupide e dannose a terzi. Cose che non durano.

Il divino ha in sè questo carattere della realtà: smaschera nella verità il male che opera sotto traccia, smaschera la logica di morte che fa commettere agli uomini ogni genere di soprusi. Il divino smaschera la grettezza di uomini e donne. Fin dal diritto al poter nascere di un bambino malformato, o non desiderato, che è imparagonabile rispetto allo pseudodiritto al figlio, o alla libertà della donna, il divino protegge e compartimenta l’esistenza di ognuno di noi dall’altro. Il divino ha questa grande capacità che fa necessaria la religione al di là della sua veridicità, la responsabilità verso l’altro e verso la propria esistenza finita, mortale, limitata. Il senso civico ha nel divino un alleato che nemmeno si immagina.

La verità ci rende liberi.

La confessione è quel sacramento, quello specchio reso piatto dal confessore/confidente, quello strumento che ci abitua a coltivare la verità. Confessarsi con la grata o senza, confessarsi con un prete sconosciuto o conosciuto, confessarsi a chiunque anche se non può assolverci, amico o nemico, ci abitua a vedere noi stessi non in confronto al mondo o a questo pianeta, ma dentro l’intero universo, ammesso che non ci sia anche Altro da contemplare. La confessione è una prova di carattere. È la testardaggine che sconfigge lo spasimo delle nostre membra e ci rende diversi dagli animali. Gli animali non competono con se stessi, gli esseri umani assumono maggiore dignità proprio quando si prodigano nel superarsi.

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