Intervista alla Sabelli Fioretti…

Parlaci der Mutanda

Il Mutanda, per farla breve, è un bluff. Non è ciò che dice di essere, ma lo capisci solo quando scorrono i titoli di coda.

Che rapporto c’ha er Mutanda co’ lle ragazze?

La domanda che mi fai me l’aspettavo. Perché è da lì che trae origine il suo soprannome. Il Mutanda è uno che sopravvive. Lui vorrebbe tenersi aperte tutte le porte. Nel suo caso però confonde l’assoluto con la quantità. Confonde cioè la bellezza con la snellezza, o il bisogno di sicurezza. Non che sappia darlo: le sue sono invenzioni colossali. Quando una ragazza mostra di avere uno o più problemi, lui ci si insinua. Quando la ragazza scopre di essersi affidata alle mani sbagliate, lui si dilegua, e la sputtana. Ma se davanti a una tipa qualsiasi cala le braghe per farsela, davanti alla bellezza vera se la fa sotto.

Da qui il nome!!

Esatto. Non regge. Sa di non essere all’altezza. Ma cerca comunque di fare in modo che nessuno se la goda, ovvero nessuno della sua cerchia di amici. Ne morrebbe d’invidia, letteralmente.

E ciò è male?

Non esattamente. È un comportamento che hanno le donne nei confronti di altre donne. Il sesso è in gran parte castrazione. L’orgasmo è una castrazione interna all’organismo. Poi ci sono le castrazioni sociali: una dichiarazione pubblica, ovvero una celebrazione sociale e iniziatica come il matrimonio è una castrazione.

Capisco che lo sia per un maschio. Ma per le donne?

Lo sarebbe se non sposassero il loro alfa, ossia il massimo partito che possono ottenere. Per questo esistono matrimonio, aborto e divorzio. Sono strumenti normalmente usati da donne che non vogliono sentirsi castrate, oltre che per altre ragioni… più ufficiali.

Ma tutto questo come influenza il Mutanda?

In un ambiente urbano, con fattori di socializzazione avanzati, a forte femminilizzazione, le normali caratteristiche virili che accompagnano l’eterosessualità, come la violenza, l’aggressività, il senso della lealtà, il coraggio, il senso della giustizia, la cavalleria, la sportività, l’originalità, la solitudine, sono fortemente minimizzate. Naturalmente non si può essere virili senza essere eterosessuali, altrimenti parliamo di altre cose, contemporanee e antichissime allo stesso tempo. Ma non di virilità.

E il Mutanda deve pur sopravvivere.

Esattamente. Il Mutanda si trova ogni volta a cercare una maschera nuova, ma non può far a meno di manifestare l’odore che porta. Il suo è un tempo molto limitato. In un certo senso gode di una vita ricca. È costretto a cambiare continuamente giro.

Si dice che il pesce dopo tre giorni puzzi.

E dopo tre giorni tu ti sei fatto un’idea abbastanza precisa del tuo ospite. Il Mutanda lo sa. Le sue sono toccate e fuga.

Quando lo sento non gli chiedo nemmeno come sta, o cosa si dice in giro. C’è una sorta di eterno presente, un continuum spaziotemporale. Come uno che si ridesta dal sonno e riprende un discorso, un lavoro, un’abitudine lasciata a metà.

Perché nun se suicida?

Beh, dovrebbe essere chiaro. Lo farà se si trovasse nelle condizioni di un Robinson Crusoe, magari naufrago su una nave incagliata anziché su di un’isola deserta. Perché, cari amici, il Mutanda vive di ciò che crede sia la sua identità sociale. Lui si fa bello nei momenti meno importanti, quando cioè sa di poterla avere vinta, mentre se la fa sotto – e se ne accorgono tutti, lui compreso – quando si tratta di fare la propria parte, quando la situazione richiede lo sforzo e gli attributi di tutti. Non può fare a meno di autoincensarsi. Poi lo scopri a poltrire appena gli volti le spalle. E si badi bene: “gli volti le spalle” ha un significato più pregnante del più semplice “giri le spalle”. Infatti, se lo riprendi, avrà subito da giustificarsi facendo pesare i problemi creati dalla sua inefficienza su di te, o sugli altri, o su qualcuno di particolare. Perché mentire quando puoi lamentare una realtà ma a modo tuo? Basta qualche ritocco, qualche pennellata ed ecco che una persona schietta diventa uno che si diverte a umiliare gli altri, un tipo prudente diventa un pauroso, uno tranquillo è uno che trama… La tua reazione a cotanta puerilità lo motiverà di più e se ne andrà soddisfatto e voglioso di raccontare la “sua” versione in giro. Dichiarerà di non volersi più trovare in una situazione del genere ma la realtà è che non sa gestirsi.

Lo hai detto prima: non sa essere all’altezza.

Ciò che combina una persona con le donne è un po’ una cartina di tornasole. Chi è inconcludente con le donne lo è con la vita. Ma capisco che le donne di oggi siano particolari.

Il Mutanda è un voltagabbana?

Sì. Allo stesso tempo teme i suoi simili. Ha una paura matta di chi diventa come lui, e se ne allontana alla svelta. Il Mutanda, in quanto voltagabbana, è una delle sole della vita.

Un’altra cosa che teme molto è una vittima che nutre altri oltre a lui. Sarebbe interessante capire quali rischi corre e giocarglieli tutti, prima che li intraveda da lontano.

Dacci delle avvertenze.

Non aprite mai il portafogli davanti al Mutanda. Se perdete il portafogli per strada si farà in quattro per aiutarvi a ritrovarlo. Nel momento improbabile ma possibile del ritrovamento, vorrete vedere se ci sarà tutto. Il Mutanda sarà lì con voi, a condividere il momento di gioia e a impicciarsi dei fatti vostri.

Non mostrategli mai se avete soldi da parte, conti vari, diari personali, persone con cui vi confidate. Preferite non frequentarlo. Non avvantaggiatelo in nessun modo. Le vostre risposte siano a carattere generale. Frasi fatte.

Come le sue…

Esattamente.

Per combattere il Mutanda vi ridurrete a essere come lui. Meglio allontanarvi quando vi stancate di esserne preda.

Dunque s’è sempre appoggiato agli altri finché gli conveniva.

E batte il ferro finché è caldo (ride).

Gioco della torre?

Lui butta giù chi lo conosce. Non butta giù le sue ex. Se una sua ex gli fa un regalo non se ne disferà quando la lascerà: un domani potrebbe dirle “t’ho lasciato ma ho tenuto il tuo regalo perché continuo a pensarti”. Ciò è evidente soprattutto quando il regalo fu costoso ed è attualmente, evidentemente inutile. Un dono tenuto in qualche cassetto, che solo l’intimità permetta a una partner di scoprire. L’ex di turno si fa un tale trip mentale, e lui è così abile a farle credere che la sua sia una spiegazione abituale, da spingerla di nuovo al solito sbaglio. Pensare di scoparsi chissà chi: e invece è solo il Mutanda. (ridono tutti)

Eh, se voi sapeste quante povere disgraziate ci sono in giro!!

La questione dell’onore?

Col Mutanda si rischia dal punto di vista della reputazione. L’onore semmai viene ad accrescersi.

C’è da apprendere dal Mutanda??

Certamente, cum grano salis. Ossia con un pizzico di moralità e senza esagerazioni.

 

La mia rece al Pendolo di Foucault

Il Pendolo di Foucault è il secondo romanzo di Umberto Eco. Uscito nel 1988 per i tipi della Bompiani, casa editrice con cui Eco aveva già un pluridecennale rapporto, è ambientato negli anni della biografia dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni ’80.

Esattamente come il romanzo precedente e come quelli successivi, la capacità affabulatoria viene a stemperarsi nelle note autobiografiche che Eco attribuisce ai diversi protagonisti del Pendolo. Il trio di amici e colleghi di lavoro Casaubon-Belbo-Diotallevi è la trasposizione della realtà: per un periodo di tempo Eco aveva uno stretto rapporto professionale con due suoi colleghi. Altro esempio: l’episodio del libro sui metalli raccontato per immagini è vero.

Intreccio

Casaubon, l’io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista della cultura letteraria a Milano. Attraverso una serie di eventi, trova nel mito del templari la sua vera raison d’etre culturale e professionale. Ma da tale mito si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della c.d. civiltà occidentale. Attraverso la scoperta di questi filoni facciamo la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, alcuni buoni, altri meno, ma tutti interessati a qualcosa. L’avidità di ottenere ciò che i vari protagonisti cercano manda in malora i buoni e i cattivi più deboli, per così dire. Casaubon, Belbo e Diotallevi, infatti, da un puro gioco traggono il Piano-Complotto la cui “sgangheratezza” (v. ciò che pensa del film Casablanca Umberto Eco) contribuisce a renderlo verosimile all’avido Agliè, in cerca di uno scopo verso cui indirizzare la piccola (?) società segreta paramassonica che capeggia.

Milano, tratteggiata con evidente nostalgia, e la campagna attorno ad Alessandria, in cui la nostalgia è un po’ più artefatta, sono i luoghi italiani in cui si snoda il vissuto del libro e sono uno dei punti in comune tra Il Pendolo di Foucault e La Misteriosa Fiamma della Regina Loana. Parigi è insieme inizio e finale del narrato, il cui epilogo è però consumato da Casaubon nella rassegnata attesa dei sui nemici in una stanza del vecchio casolare di Belbo. Quest’ultimo aspetto è un tratto in comune ai cinque romanzi scritti da Eco: ciò che li rende autenticamente biografie, anche se fittizie, è il loro concludersi con la morte del protagonista-io narrante.

Il Pendolo di Foucault è opera totalmente disorganica, frammentata al di là del suo centinaio e passa di capitoletti. È piena di citazioni le quali, oltre ai riferimenti autobiografici, minano considerevolmente l’originalità della scrittura in sede di fruizione da parte del lettore. Ma la bravura di Eco sta nel come ha assemblato il tutto, mentre aveva annunciato in tempi non sospetti il suo progetto di romanzo biografico, che va a unirsi in tempi di riflusso a tematiche assolute quali il medioevo o l’esoterismo.

Assieme al Nome della Rosa, il Pendolo è da considerarsi romanzo maestro. Parte da dove l’altro aveva terminato e finisce ai giorni nostri, anche se da allora sono passati vent’anni. Eco ha scritto anche altri tre romanzi, l’ultimo dei quali è da considerarsi il più interessante sia per il paratesto sia perchè per la prima volta lo scrittore non consuma i suoi sette canonici anni per mandarlo in tipografia, e quindi può a ragione essere visto come più sentito.

Ma è nei primi due che il tratteggio di un mondo a noi parallelo risulta più felice. Gli altri tre ritornano su quei periodi storici e sembrano non captare più l’entusiasmo dello studioso. In un’epoca che va riscoprendo il libro corposo, enciclopedico, totale, e pieno di rimandi – esempio classico rimane Il Signore degli Anelli di Tolkien – il secondo romanzo di Eco è tomo da non sottovalutare.

Me so’ sognato ‘sto papa

L’ho sognato in panetteria che mi vendeva il pane. L’ho esortato a fare il papa e non chi che sia e dietro m’è spuntato il giornalista vespoide di telepace che chiedeva asetticamente se c’erano problemi. Un sogno molto strano.

mah…