I dieci saggi

Vorrei dire alcune cose. Dei tre Poteri, noi votiamo (male, il Porcellum è tecnicamente fascista) il solo Legislativo, mentre l’Esecutivo (Governo + Quirinale) va per nomina di grandi elettori, e il Giudiziario conosce la meritocrazia all’inizio (concorso pubblico) e poi la gerontocrazia (scatti di anzianità). A questi s’è aggiunto il Potere Monetario: non eleggiamo i vertici della Banca d’Italia, anch’essi nominati, e ultimamente non ci siamo opposti come popolazione attraverso i Referendum alla progressiva cessione di Sovranità Monetaria da Maastricht in avanti ai burocrati europei.

Nelle ultime elezioni NON siamo stati, come Popolo Italiano, in grado di esprimere un risultato elettorale per la governabilità. Le forze politiche, da noi votate, NON sono state in grado a loro volta di mettersi d’accordo per un governo. In particolare, il PD (che come sappiamo, ha rinunciato alle elezioni anticipate per paura di dover gestire direttamente lo scandalo MPS) non si è voluto accordare con Berlusconi (come se non mandare in galera un delinquente fosse importante quanto fottere una nazione).

Ora, che cosa poteva fare Napolitano? E’ un anno che chiede la riforma elettorali, e nessuno lo ascolta.
Se invece di fare Mattarellum e Porcellum i partiti avessero optato per un maggioritario secco di partito e non di coalizione, non staremmo in questa situazione. E magari non avremmo dieci gruppi parlamentari ognuno con la sua fame di spesa pubblica.

Ma la sovranità in quale altro modo dovrebbe discendere da noi???

p.s.: Vi ricordate di Renzi? “Se vinco le primarie sarò io premier, non Mario Monti”. Ecco. Le primarie le ha perse, e Monti è ancora lì, nessuno lo schioda.

Il Venerdì Santo

Durante la Settimana Santa i borghi minori italiani, lungi dalle esagerazioni estere, cercano con bellissime rappresentazioni sacre e dal vivo di attirare i turisti e di rinvigorire le proprie convinzioni religiose. Le varie Pro Loco, spesso d’accordo con albergatori e ristoratori, sono un piccolo plus per combattere la crisi. Tuttavia, molte delle Via Crucis avvengono di sera, sovrapponendosi le une alle altre. Cioè, chi parte da Roma, per esempio, e volesse vedere due diverse manifestazioni non lo può fare a meno di ottenere da entità ultraterrene il dono dell’ubiquità.
Cosa che, iersera, forse sono riuscito a sintetizzare. Segue piccola gallery 🙂





L’evasione di chi???

Allora. Il Sole 24 ore pubblica un articolo, non smentito, che quantifica in 91 miliardi il debito che lo Stato Italiano ha con le imprese.
E già non sono più 70…
Poi viene fuori che, visto che siamo un popolo di evasori, abbiamo pagato di IVA 10-15 miliardi in più del dovuto. L’Agenzia delle Entrate, o Equitalia, o chi vi pare, tanto i vertici in grembiulino sono sempre gli stessi, bontà loro, ha deciso di restituirli. E siamo a 100 miliardi e passa.
Oggi leggo del buco dell’INPS. Tra INPDAP e mancati pagamenti della Pubblica Amministrazione, cioè evasione pubblica dei contributi previdenziali ai propri dipendenti, rischiamo di trovarci senza pensione. In pratica stiamo pagando a fondo perduto la pensione a Giuliano Amato: 31 mila euro ogni mese, a un ricco.
I mancati contributi di cui sopra, ovvero l’evasione della pubblica amministrazione in materia contributiva, si aggirano sui 30 miliardi.

A fronte di una stima cara agli statali di 150 miliardi di evasione fiscale, abbiamo uno stato che evade per 130 e più miliardi. Più i regali fiscali al Vaticano.

La crisi come alibi

Durante la passata stagione televisiva, il prezzemolo Giuliano Amato discettava, in quanto prof, come se fosse una lesson, della crisi italiana e internazionale. Che sono due cose diverse: cercherò qui di spiegare il perché.
Citava un aneddoto, il tassista americano che sceglieva la crisi come elemento caratteristico di italianità “Allora come va la crisi?” domandava all’accademico titolare di una pensione di 31 mila euro. Oppure di cosa voglia o non voglia dire il corrispondente ideogramma cinese, facendo comunque evidente che una crisi contiene il futuro, le “opportunità”.

Eppure, se questo può valere in un sistema che è o aspira a essere anglosassone, non può valere da noi. Da noi la crisi E’ il sistema. La crisi attuale nasconde le premesse e le riforme per la prossima. La crisi attuale è cioè l’alibi per le prossime.

In una recente intervista l’attuale Presidente della Repubblica ricordava che l’unica mancanza di crisi fosse il boom italiano dell’immediato dopoguerra. Per gli americani fu un autentico miracolo: l’Italia era la cenerentola del Piano Marshall, di fronte ai grandi beneficiati Inghilterra e Germania Ovest. Come spesso accade (vedi Churchill) quando gli anglosassoni ci apprezzano è perché siamo diventati loro competitor.

La crisi italiana cominciò con la morte di Enrico Mattei. Il successore, Cefis, lasciò perdere la sua politica petrolifera nei fatti terzomondista (75/25 anziché il fifty fifty delle sette sorelle) e di appoggio allo stesso tempo della economia italiana. Le elevate tassazioni dello Stato Italiano, accompagnate da idee sbagliate nella popolazione, per cui in un modo o in un altro dovere dello Stato è sovvenzionare le vite dei propri cittadini, hanno fatto il resto.

Oggi si parla di diritti negati. Sostenere i diritti è un lusso. Quello che a sinistra non si è mai, mai, mai capito è che senza un’esaltazione dell’imprenditoria diffusa, senza una fiscalità competitiva con quella delle altre grandi nazioni, senza uno Stato che non punisce fiscalmente chi si vuole arricchire tramite l’economia reale l’intero paese si disgrega. E allora addio diritti, diritti di alcune categorie protette a fronte della precarietà delle ultime due generazioni.

Stiamo assistendo infatti a una avidità di ritorno da parte di tante individualità che in un sistema aperto se ne sarebbero fregate di andare in perdita in una particolare attività, perché avevano la certezza di trovare comunque un sostegno nell’economia reale. In una economia dinamica, dove non ci sono rendite di posizione mascherate da “diritti”, come nel caso del professore presidente del consiglio onorevole presidente della treccani presidente del 150° anniversario dell’unità d’Italia. La sua pensione di 31 mila euro in un sistema che funziona non la dovrebbe percepire affatto. L’Inps che, inglobando l’Inpdap, guidata da un altro detentore di record (25 incarichi, 25 posti di lavoro tolti alla collettività) confessa che i giovani che pagano contributi molto probabilmente non avranno pensione, ci rende edotti di una considerazione semplice semplice: dunque ci sono 31 ragazzi almeno che stanno pagando la pensione ad Amato.
Il quale poi discetta di crisi.

Tant de forêts arrachées à la terre

 

Et massacrées

 

Achevées

 

Rotativées

 

 

 

Tant de forêts sacrifiées pour la pâte à papier

 

Des milliards de journaux

 

attirant annuellement l´attention des lecteurs

 

 sur les dangers du déboisement des bois et des forêts

(jacques prevert)

p.s.: per chi sa che il Movimento 5 Stelle è legato nei vertici alla massoneria internazionale, non stupirà il loro ostruzionismo di queste settimane. Non sia mai che i grillini, in autonomia, fanno qualcosa di utile per questo paese perché si distrugga l’alibi della crisi. No, macché, bisogna essere duri e puri, lo stesso concetto che hanno i piddini della dx.
Si è ottenuto in pratica che continui a governare Monti, e che autorevoli personalità DA NOI NON ELETTE A ESSERE D’AUSILIO ALL’ATTIVITA’ DI GOVERNO saranno chiamate da un Napolitano in semestre d’addio a tal compito. Chissà chi sono… 😉

Jean-Nicholas Arthur Rimbaud

Cos’è il genio? Non lo saprei definire esattamente. Di certo un uomo di genio e un uomo di talento hanno qualcosa in comune, nel senso che si staccano dalla massa ma la beneficiano. Epperò, mentre il talentuoso comunque deve applicarsi per arrivare a un risultato, il genio sembra essere già “sulla preda”.

Il mondo ha prodotto diversi geni. Per la scienza Einstein è l’esempio più eclatante, mentre ciò che attira di Tesla e Majorana è la loro potenzialità inespressa e il loro lavoro misconosciuto. Leonardo e Michelangelo non furono solo geni, ma rivali, anche se il primo voleva essere più ingegnere e il secondo più scultore: entrambi tuttavia li ricordiamo per le loro opere pittoriche. Dante e Shakespeare si rifanno alla classicità, e (probabilmente oggetto di un mio prossimo post) Leopardi nonostante tutto deve molto del suo pessimismo cosmico alla morale comune della Grecia presocratica. Di Mozart conosciamo una genialità esuberante, ma che si muove all’interno di strutture musicali già conosciute. Picasso lavora in un momento particolare per l’arte: la fotografia aveva scalzato la pittura figurativa nella rappresentazione della realtà, e ciò apre le porte all’arte concettuale, mentre molta figurazione picassiana sembra riflettere uno specchio rotto (“Everything is broken up \ & dances” Jim Morrison) o meglio una sorta di pellicola fotografica rigida che andando in frantumi imprime angolazioni differenti e poi viene rimessa insieme in un collage per lo sviluppo della foto positiva.

C’è però, in questa carrellata sui geni, un individuo particolare, dalla vita piena di mistero, che fin da giovani impariamo ad amare. Questo genio poetico, puro, è Arthur Rimbaud.

Vocali, manoscritto originale. Da Wikipedia Commons

Qui non si vuole fare analisi strettamente letteraria delle opere di Rimbaud: mi limito a dire che fino a un certo punto della storia dell’uomo l’arte o è celebrativa e monumentale o non è. La catena tira finquando la borghesia distrugge il mecenatismo. Il poeta maudit è il poeta orfano, che scrive rivolgendosi a se stesso e, come forse è il caso di Rimbaud, per pochi amici.

Fra due anni, fra un anno forse, sarò a Parigi. – Anch’io, signori del giornale, sarò Parnassiano! – Ho in me qualcosa, non so bene… che vuol salire…– (a Théodore de Banville; Charleville, 24 maggio 1870)

Nascono le avanguardie e i salotti, ma non può essere l’arte istituzionalizzabile e dunque duratura di prima. La grandezza di Rimbaud è anche in questo assoluto della coscienza, scevro di qualsiasi habitus sociale e psicologico, avanzando e rendendosi universalmente accettabile in un mondo contemporaneo introdotto anche dalle ricerche di Freud e dall’evoluzione post freudiana della psicologia, un mondo che cioè vede nell’aspetto psicologico un fattore importante del benessere.

È falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il gioco di parole. IO è un altro. (a Georges Izambard; Charleville, 13 maggio 1871)


Nietzsche (altro genio, filologo che scopre come Leopardi l’inconsistenza delle fonti della fede cristiana, e ne rimane diversamente orfano) parla dell’uomo in quanto animale delirante. Rimbaud toglie il delirio e restituisce l’aspetto necessario della nostra particolare animalità: si pensi al brano ALBA in Illuminazioni.

Rimbaud che scrive avendo come primo pubblico qualificato il suo professore, Georges Izambard, poi sostituito da Verlaine, con cui ha un rapporto burrascoso, un menage poi fallito  che lo fa improvvisamente smettere di scrivere, quasi avesse bisogno di un Chirone e non di un pubblico di massa.

Qui entriamo per l’appunto dentro il mistero. Perché in Rimbaud abbiamo un ragazzo cresciuto senza figura paterna, e che cerca in una guida spirituale (Izambard, poi Verlaine) l’approvazione per i propri risultati scolastici brillanti, fino a trasformarli in qualcosa che dura ed è destinato a durare nella letteratura mondiale. D’altro canto, Verlaine è sì l’altro grande poeta che tutti conosciamo, ma anche uno sbandato e un violento: sulla moglie (che brutalizza), sullo stesso Rimbaud (cui spara a Brussels), sulla madre (una donna che conservava sulla mensola del camino i feti dei propri aborti dentro i vasi) che tenta di strangolare, su un figlio legittimo che nato da poco sbatte contro un muro. Verlaine ama avere relazioni omosessuali con ragazzi attorno ai diciotto anni (come con Rimbaud, ma anche producendosi nella relazione platonica con l’allievo Lucien Létinois) e nei momenti di maggiore sconforto cerca consolazione con le prostitute, contraendo malattie veneree, abbandonandosi all’alcolismo e frequentando gli ambienti peggiori delle città del nord Europa.

Il mistero consiste nel cambiamento totale che si verifica in Rimbaud. Se prima aspira in un certo qual modo alla gloria letteraria, e fa di tutto per mettersi in luce in patria, dopo i due anni passati in giro con l’amico Verlaine abbandona definitivamente la poesia, diventa capocantiere (attenzione, facendo dichiarare il falso alla madre, che cioè ha sempre lavorato nei suoi possedimenti terrieri) poi mercante di schiavi (la schiavitù è il motivo per cui l’Etiopia non sarebbe dovuta essere parte della Società delle Nazioni nel 1936, e ciò contribuisce a indebolire le sanzioni contro l’Italia fascista) e mercante d’armi (probabilmente le stesse che spareranno contro gli italiani colonizzatori ad Adua). Insomma, un attaccamento al denaro e una ricerca di lavori borderline, disprezzabili, totalmente lontani dalle personalità artistiche e letterarie, al netto di Verlaine, che fino ad allora ha frequentato. E non c’è accenno nella corrispondenza successiva alle proprie poesie, al punto da far sospettare allo scrivente un’impostura, uno scambio di persona.

Vi sono diversi elementi a corredo di questa interpretazione. Innanzitutto si può dire che Rimbaud e Verlaine si assentarono dalle rispettive famiglie per un paio d’anni, e che il primo non fosse proprio beneamato nella sua. L’avidità della madre di Rimbaud si riverbererà poi nella sorella, con modalità che ricordano quelle di Nietzsche (Plutarco, autore delle Vite Parallele, avrebbe da scriverne su entrambi).
All’epoca non è che si girasse con le carte d’identità con tanto di foto segnaletica.

Ritorna, ritorna, amico mio, caro, unico amico, ritorna. Ti giuro che sarò buono. Se sono stato grossolano con te, era uno scherzo in cui m’incaponivo, me ne pento più di quel che non sia possibile dire. Ritorna, tutto sarà dimenticato. Che disgrazia, che tu abbia dato peso a quello scherzo. Da due giorni non smetto di piangere. (a Paul Verlaine; Londra, 4 luglio 1873)

Il brano di cui sopra testimonia che ci fu un malinteso tra i due, ma non sappiamo in cosa consistesse: eppure il rancore di Verlaine (“Loyola” lo appellerà Rimbaud nelle missive di qualche anno più tardi, riferendosi alla sua ipocrita conversione al cattolicesimo) rimarrà, segno che fu qualcosa di incredibilmente pesante. C’è da dire, contro l’ipotesi dello scambio di persona, che basta un’analisi grafologica sulla corrispondenza rimbaudiana per smontarla.
Ad ogni modo, Rimbaud parla in altre lettere che sta componendo un Libro Nero, o Negro. Probabilmente Une Saison En Enfer è quel libro, o un suo rimaneggiamento, una sua rielaborazione postuma.
Possiamo immaginare Verlaine oggetto da un lato delle prese in giro parnassiane, criticato dalla moglie, nelle cui braccia probabilmente era corso per sfuggire alla madre, e da cui era scappato per consolarsi con Rimbaud. E quest’ultimo, che invece di confortarlo lo canzonava, invece di rassicurarlo lo minacciava, magari con la pubblicazione di un diario della loro relazione. Nel caso dello scambio di persona a farne le spese è Rimbaud, ucciso e fatto sparire a Londra, rimpiazzato da un altro conoscente di Verlaine, simile per alcuni segni (naso) ma con una corporatura differente, e soprattutto differente viso, come poi testimoniano le fotografie africane. Nel caso canonico invece, a Londra o Brussels a sparire è questo libro, che Rimbaud rimaneggerà a Roche componendo Una Stagione All’Inferno.

Una Stagione della vita cioè pagata all’Inferno. “Mi sento di vivere all’Inferno, dunque ci sono” scriverà. E poi l’infernale stagione letteraria non solo verrà archiviata, ma addirittura bruciata e sepolta.

Insomma, che il “criminale” Verlaine abbia sostenuto la parte dell’assassino di Rimbaud o piuttosto della sua ispirazione a scrivere, il lampo rimbaudiano nella letteratura mondiale nasce e muore nel giro di pochi anni.

Tavola sinottica dei due Rimbaud, notare l'aspetto differente dall'attacco dei capelli al mento appuntito nell'adulto e stondato nel ragazzo. Le ultime foto mostrano la mano sinistra deforme, solitamente nascosta. Sono foto che dimostrano, oltre alla loro pochezza qualitativa, alla loro rarità, alla loro incapacità di rendere certa l'identità del Rimbaud adulto, la ritrosia del medesimo per i primi piani.

Tavola sinottica dei due Rimbaud, notare l’aspetto differente dall’attacco dei capelli al mento appuntito nell’adulto e stondato nel ragazzo. Le ultime foto mostrano la mano sinistra deforme, solitamente nascosta. Sono foto che dimostrano, oltre alla loro pochezza qualitativa, alla loro rarità, alla loro incapacità di rendere certa l’identità del Rimbaud adulto, la ritrosia del medesimo per i primi piani.

L’etica e la responsabilità

Il post sui marò mi ha fatto capire alcune cose. Cioè che per esempio da una parte c’è una classe politica fatta di tante individualità, ognuna tesa a costruirsi una propria carriera, il che già suona antidemocratico. Dall’altra parte invece c’è una opinione pubblica che, seppure complessa, ovvero capace di articolarsi in tanti livelli di lettura, mangia quotidianamente la pubblica toeletta della casta sovrana, i suoi riti ufficiali e i suoi pettegolezzi ufficiosi.

Un’altra cosa che ho imparato è sulla velocità delle notizie: volevano che sapessimo per un anno che i due marò in India erano nei casini, senza dettagliarci i particolari. Oggi vogliono che i particolari si sappiano, e che ognuno ne parli.

Tuttavia, la cosa che più mi ha colpito è la retorica della responsabilità.
Nelle loro dichiarazioni pubbliche, i politici di ogni schieramento (e, si, anche i grillini compreso il caro leader), costruiscono interi discorsi attorno al tema della responsabilità.
Questo perché il popolo italiano ha sempre, nel suo sport nazionale della chiacchiera da bar, affianco a capitoli intitolabili come  “Se io fossi allenatore della nazionale”, “Se io fossi il sindaco di Roccadisottammare”, “Se io fossi Berlusconi”, “Se io avessi tutto quello che voglio” anche una breve premessa, intitolata significativamente “Lo so io di chi è la colpa” dove per colpa si intende una gogna su cui scaricare, ehm, le proprie responsabilità.
Ecco. La casta SA di essere televisivamente oggetto di condanna, e fisicamente oggetto di adulazione finché rimane in sella. Questo naturalmente non aiuta a schiodarla di lì. Ma nella sua retorica davanti ai microfoni fa sempre cenno alla parola ” R E S P O N S A B I L I T A’ “.
E non ne parla mai riferendosi a sè stessa. Sono gli altri che se le devono assumere.
I telegiornali cioè sono costruiti in modo tale che mane e sera ci sia sempre una intervista o una dichiarazione (Casini e Bersani sono i più gettonati) con all’interno questa parola.

Ora, un semplice gioco di magia banale. Sostituiamo la parola in questione con la parola COLPA. “Sono loro che si devono assumere le loro colpe”. Eh? Come suona? Eccolo qui, è un inno all’autoassoluzione che la parola responsabilità copre ma suggerisce.
I politici sanno di avere delle colpe e sanno di doversi offrire televisivamente alle condanne dell’opinione pubblica, ma tendono a svignarsela. E complicare una dichiarazione con una parola sublime e poetica, che non dice ma suggerisce, serve per distrarci dall’idea che in quella dichiarazione non ci sia nulla di nobilmente politico, nulla di propositivo.

L’etica della politica infatti consiste nella costruzione del possibile per affrontare il domani, migliorare le condizioni di vita degli indigenti, eliminare per quanto possibile le sovrapposizioni tra rendita (che non c’è per tutti) e lavoro (che non c’è per tutti, e non può essere un diritto di chi già ha di che vivere). Ma, al  contrario, si fanno “inciuci” affinché le “riforme ” di cui ha necessità il paese siano in realtà controriforme, su cui fare “distinguo” per giustificarle, a cui non puoi controbattere perché in realtà la loro è una “battaglia per le libertà” (centrodx) o per i “diritti” (centrosn, che tende a scaricare verbalmente i doveri sugli altri per conservare lo status quo degli iloti che ne giustifica l’esistenza). E questo perché “c’è la crisi”, bisogna fare una “politica degli investimenti” (laddove si associa la parola POLITICA con la parola SOLDI E LAVORO), magari “a pioggia” (SOLDI E LAVORO PER TUTTI), per “rilanciare l’economia”, facendo pressione perché l’Europa (è sempre colpa degli altri se si aumentano le tasse) consenta non solo il “rigore” ma lo affianchi con “politiche per la crescita” (ossia “politiche riformiste”) se necessario anche attraverso le “larghe intese”.

Di questo non si trova traccia in giro. Nel “merito e non nel metodo”, altra frase inflazionata soprattutto qualche anno fa (oggi va di moda “ex ante” ed “ex post”) si sottraggono tutti. Il linguaggio politico italiano è, “senza se e senza ma”, una delusione enorme. Perché è la rappresentazione pubblica del potere pubblico di fronte alla pubblica opinione, e dovrebbe essere trasparente in una democrazia, altrimenti la distrugge nelle fondamenta.

p.s.: ora sapete perché è possibile il grillismo. Una volta studiate e mandate a mente le parole chiave, tutti possono parlare di politica facendo una certa impressione.