La nuova aristocrazia

Vorrei ampliare l’articolo precedente, ampliare per meglio dire la visione di ciò che è accaduto.

Gli uomini si sono sempre divisi in due categorie, i liberi e gli schiavi. Questa distinzione, che è particolarmente evidenziata da Aristotele contemplando le differenze tra Greci e Persiani (barbari, ovvero portatori di barba, come segno di incuria di sè), è tra due concezioni del mondo.

La prima categoria non può essere riassunta semplicemente nel vivi e lascia vivere. Chi vuole vivere nella libertà tutela la propria e quella degli altri, sa che tutto è legato, che il suo destino può intrecciarsi a quello altrui, rimanendone influenzato.
Nel mondo moderno, chi ama la libertà è cittadino in diritti e doveri, si prende le sue responsabilità nel concepire e gestire il bene comune, è dotato di senso civico.

La seconda categoria tende a escludere, geograficamente, o socialmente, le parti più povere della propria società e del proprio paese. Si riduce alla sudditanza, crede nella divisione in caste, è nostalgica e tradizionalista, laddove la tradizione vuol dire minor rispetto egualitario della diversità come ricchezza di un paese. Tende a una purezza artificiale, caporaleggia i sottoposti ed è cortigiana con chi ha deciso che deve starle sopra, per deresponsabilizzarsi in entrambi i casi.

Bene. Epperò, la nostra Costituzione nel tentativo di renderci liberi ed uguali seguendo quella che è invece la tradizione occidentale ha eliminato l’aristocrazia e ha tentato di relegare nelle cose vaticane il secondo stato, il clero.
E’ successo che alla vecchia aristocrazia fatta di titoli nobiliari s’è sostituita, in maniera affatto liberale, anzi liberticida, una nuova aristocrazia fatta di titoli di studio, di CV, di “professioni”. C’è differenza, per chi la vuole coltivare, tra un salariato e uno stipendiato, al punto che i primi sono praticamente scomparsi da questo paese, con effetti deleteri per la nostra economia. Una economia che da sola non sa redistribuire nè offrire nuove opportunità, particolarmente contrapposta al mito americano del self made man che un’Italia ancora troppo legata a conoscenze e raccomandazioni pare odiare, in maniera particolarmente contraddittoria nel settore pubblico.

Eppure, la storia dovrebbe insegnare agli uomini. La sottomissione e l’obbedienza dei persiani si sono trasformate in un Islam che dopo la brillantezza medievale della propria civiltà oggi sta vivendo il suo periodo oscuro, che impedisce la rappresentazione della figura umana e poi si presenta con le raffigurazioni dei propri leader sacri e laici nelle piazze gremite e nelle televisioni.
Cosa tipicamente semitica questa, laddove il deserto il sole e poco altro era tutto ciò che dialogava duramente con l’uomo, mentre l’europeo conosce e viene educato da una natura più dolce, sottomessa e variegata.

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