Un’intervista inquietante

Ho realizzato questa intervista come parto di fantasia: non esiste nè l’intervistatore, nè l’intervistato, nè l’opera che attraverso questa intervista viene recensita.

Sono con Sandro Natoli, autore narrativo non molto prolifico e per questo molto mitizzato dal mercato, per parlare del suo ultimo libro Arma Magna.

LM: Signor Natoli, salve.
SN: Buongiorno a lei.
LM: Vorrei cominciare questa intervista chiedendole perché Arma Magna.
SN: Perché penso che la parola lo sia. Soprattutto negli ultimi tempi: si è passati da un modo di vivere spensierato a uno consapevole.
LM: E questo si riflette nel suo ultimo libro?
SN: Dovrei risponderle che bisogna leggerlo per scoprirlo. Ma ai miei lettori più affezionati non sfuggirà che quello culturale è un discorso che mi sta particolarmente a cuore. Lo trovo un tema sempre stimolante.
LM: Alfena, il protagonista di Arma Magna, pare in questo senso una persona inizialmente ignara di quanto le parole pesino.
SN: Più che ignara ho cercato di tratteggiarlo come un apatico della parola, che tuttavia deve affrontare per risolvere ciò che lo perseguita.

Natoli a questo punto si alza, scosta le tende come a far entrare più luce dalle finestre, da fuori viene il rumore di uno stormo di uccelli che prende improvvisamente il volo. Prende un superalcolico dal tavolino vicino, mi fa cenno con la testa e al mio diniego si versa un bicchiere di liquido color ambra. Il bicchiere è piccolo, il drink liscio.

SN: Sa, il mio protagonista ha un qualcosa del messia evangelico. Un suo amico ci rimette la testa per lui, quando parla deve trovare sempre metafore atte a criptare il suo vero messaggio, perché si sente spiato almeno da due o tre fazioni diverse in combutta e in lotta tra…

A questo punto, un raggio di sole fa capolino dalla giornata pallida e va a sbattere letteralmente contro il drink. Il riflesso mi fa stringere istintivamente le palpebre, per un attimo. Poi riprendo ad appuntare.

SN: Più in generale, ho sempre ritenuto che l’elemento inquietante fosse necessario e non sufficiente per una buona opera, capace di destare l’interesse del lettore. Necessario, per via della parola stessa. Evocare un’interruzione del sonno pacifico, che può anche non significare svegliarsi, stuzzica il lettore che scruta nelle pagine come un topo in una biblioteca buia. Non sufficiente però, perché comunque bisogna essere non dico aristotelici, ma quantomeno coerenti con il tipo di interruzione che si è evocata.
LM: Eppure, mi pare che il lieto fine smentisca almeno in parte questa… vogliamo chiamarla sacra intenzione?
SN: Certamente.
LM: Come si aspetta che il mercato giudichi questo suo scritto. Un romanzo di formazione, un giallo, un thriller spionistico?
SN: Ci sono certamente ingredienti di tutti questi generi letterari. In fondo si parla di spionaggio industriale in una azienda che deve stare sul suo.
LM: Sul suo… cosa?
SN: (sorride) Giusto. Ha ragione. Ogni tanto divento un po’ meno serio ma l’interlocutore non può sempre accorgersene. Intendevo dire il suo mercato il mercato della Manu Gmbh.
LM: Questa voglia di destare, di rivoluzionare, di porre in un contesto idilliaco un momento destabilizzante per chi contempla il plot narrativo è, mi scusi, comune a tanta letteratura mondiale del passato e del presente. Lei si rifà a modelli passati o piuttosto cerca di esorcizzare un dolore personale, anche recente?
SN: Ecco, mai giocare in una intervista seria. (ride, e anch’io) Poi il giornalista si vendica, e ti fa una domanda dura. Dunque. No. Non mi sono rifatto alla letteratura, quanto all’arte. Mi è sempre interessato scovare l’elemento inquietante in un quadro, in una scultura, persino in una architettura, che è forse mestiere più difficile. Basta un ciglio aggrottato, o una gorgone che spunta da un cespuglio mentre due innamorati si giurano amore eterno e i tre visi si specchiano nel pozzo, riflettendo espressioni facciali differenti dal vero. O una serie di marinai addormentati sulla rena, e uno di loro atterrito e sveglio s’accorge di non essere solo, ma in altro modo, intimamente. O ancora un ciclope scemo che fa capolino dalla foresta, il crocifisso mezzo staccato che conforta un cavaliere medievale in preghiera ai suoi piedi, un’isola in mezzo alle acque che accoglie una barchetta con una figura bianca ieraticamente in piedi.
LM: Destabilizzante.
SN: Destabilizzante, si.
LM: Mi pare che lei stia parlando di quadri esistenti. Sono tutte citazioni a darle motivazione per scrivere e non c’è nulla di personale, non uno shock emotivo, o una delusione affettiva.
SN: Perché vuole saperlo?
LM: Difficile accettare un libro destinato come gli altri due al successo e anche stavolta raccontare ai potenziali lettori che è parto di pura fantasia. Ci sarà qualche elemento autobiografico…
SN: Senta. Per quanto mi riguarda, io e lei potremmo anche non esistere. Oppure sì, fra cent’anni. Basterebbe che una riga dell’articolo che redigerà su questa intervista sia cancellato, e chi ci leggerà crederà tutt’altro. Ci ha già provato Borges, per non spingermi più in là, e tutti sapevamo chi fosse, e quanto gli sia costato.
LM: Borges è dunque una delle sue letture?
SN: Sì, ma le ripeto, non andiamo oltre.

Smetto. Lo scrittore, un po’ pentito, si alza, io lo imito, attraversa il salone, lo seguo, mi accompagna alla porta. Ci lasciamo con frasi di circostanza, testo delle scuse che cadono nel vuoto. Eppure non mi sembra si sia offeso.
Torno in città, ormai c’è il temporale, gli alberi sono spoglie silhouette di una gloria passata, dita scheletriche e sinistre che anelano a un cielo tetro. Mentre penso a questa immagine capisco di essere uno scribacchino della parola.
Dunque, Natoli ha un passato di lettore. O ha letto una voce su di un’enciclopedia? Oppure ancora ha visto il film sull’autore argentino?
E che voleva dire quel suo riferimento finale alle possibili interpolazioni, cancellazioni, aggiunte, cattive traduzioni della mia intervista?
Soprattutto perché un articolo che viene stampato in migliaia di copie identiche, distribuite contemporaneamente in centinaia di edicole, dovrebbe subire sul proprio testo tutte queste operazioni, o anche una sola di esse? Voglio dire, sì, c’è il redattore capo, il correttore di bozze, il direttore, la proprietà… ma che senso avrebbe? Non lo hanno mai fatto…

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