San Martino di Giosuè Carducci – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor dei vini

l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Innanzitutto, l’avvicinamento da telecamera “occhio di Dio” procede come nell’incipit dei Promessi Sposi. Dal paesaggio al borgo, dal borgo a un particolare di una dimora, e dall’uomo che rimanda lo sguardo del lettore verso il cielo. Lo sguardo del lettore cioè rimbalza cadendo e poi rialzandosi: lo spiedo, natura morta, rimanda a ciò che è davvero vivo e che, forse, guardava in basso.

In questa poesia tutto è movimento o sua preparazione. Tutto è operoso: dalla nebbia che non solo vuole salire ma i colli se li cerca difficili (irti, in pratica un plotone di colline sull’attenti, cfr. i cipressi di Davanti San Guido), al maestrale che spinge il mare ad agitarsi, così come maestro ossia cardine della vita del borgo è l’odore del mosto che ribollendo diventa vino e spinge all’allegria (e all’energia) ogni abitante.

Lo spiedo (si presume di cacciagione) ha quasi un movimento automatico: i ceppi lo fanno scoppiettare, ossia lo fanno passare da uno stato di crudezza non commestibile a uno di cottura apprezzabile, magari accompagnato dal vino novello.

L’uomo, cacciatore, attende il pasto guardando fuori. Il suo fischiare, allenato per il richiamo dei cani, tenta di avvicinare lo stormo al suo fucile. Qui c’è la nemesi della favola della volpe e dell’uva: l’uomo apprezza ciò che gli pare irraggiungibile e celeste, e con il mezzo meno dispendioso che ha a disposizione, a costo di farsi prendere in giro dai compaesani, cerca di attrarre la cacciagione alla propria zona. Mira e rimira (mirare è verbo da nomenclatura balistica, a prescindere da tutto) gli uccelli neri che si muovono tra nubi rossastre, neri per contrasto con la luce che li circonda, neri anche perché presumibilmente grandi e non annegati totalmente allo sguardo dentro i colori brillanti di un sole che sta calando (a meno che lo spiedo non serva per colazione, è sera, e il poeta ci conferma questa collocazione temporale nell’ultimo verso). Li mira e fischia verso di loro, e Carducci associa agli uccelli i pensieri forse del cacciatore, pensieri di un inseguitore di prede, di un segugio che si spinge anche lontano dalla propria zona (esule) per portare la cena a casa.

Gli stormi sono in movimento all’interno del migrare generale che il vespro impone. Migra il sole, migrano le nubi per via della giornata ventosa, e migra il giorno altrove. Vengono, vedono l’agitarsi della nebbia, del mare, sentono l’odore acre della fermentazione alcolica e della carne bruciata, e sanno di non potersi posare lì. Corrono portati dal vento, senza fatica, quasi danzando.

San Martino è una festa, non un semplice idillio. Tuttavia, l’ultima strofa genera una sorta di parola segreta. La parola è STRANIERI.

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

TRA le rossaSTRE Nubi

SToRmi d’uccelli NERI

com’esuli STRANIERI

nel vespERo migrar

stranieri slitta e diventa esuli

ma a quel punto manca la rima

la più banale riguarda l’attività del ricercarla

che è pensare

Gli stormi di uccelli neri rimandano alle torme di emigrati italiani che lasciavano la penisola dopo l’Unità, in cerca per l’Europa e nelle Americhe di maggior fortuna. Li potevi vedere agitarsi nei moli a gruppi, avvolti in pesanti vestiti invernali, scuri come i loro volti, con bagagli che improvvisamente si aprivano. La nemesi della festa, sottolineata da tanti termini negativi (nubi, neri, esuli, migrar…) che allora avvolgeva l’Italia, Bel Paese di cui San Martino è un po’ il simbolo. La pace ha generato operosità, ma alcuni non vi si trovano bene. Un’epoca è al tramonto, e alcuni sono spinti dal migrare del tramonto a migrare anch’essi.

ellisitalian-immigrants immigrant-children-ellis-island

Accadrà diverse volte nella storia italiana, per esempio quando l’Istria e la Dalmazia passeranno alla Jugoslavia molte famiglie giuliano dalmate preferiranno l’Australia a zone come il quartiere fatto apposta per loro a Roma.

Questa è la forza della poesia. Essere profetica dopo aver svelato un secondo, meno banale, al limite dell’artificiosità, piano di lettura. Come in certe canzoni di Battisti o di Ramazzotti, San Martino è totalmente aliena dal discorso politico del suo tempo, eppure lo affronta. Pare confondere con un tratteggio bucolico che tuttavia è il punto di vista di chi non si può più ri-posare in una quiete che non sente sua. Il pensiero del Poeta va verso gli esclusi, chiaramente liberi ma in viaggio con il vento di un’epoca che si conclude, avvolti negli abiti dell’esilio, senza riflettere la luce che pure li nutrì.
Ma la poetica della perdita qui si infrange con quella di una sempiterna armonia, come sua scoria.

Campo di grano con volo di corvi – Vincent Van Gogh

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