La cruna dell’ago

Esiste un passo del vangelo, noto ai più, che parla di un uomo ricco che voleva entrare nella perfezione. Scrivo “perfezione” perché non è dato sapere se il “Regno dei Cieli” fosse espressione traducibile latinamente con “Campi Elisi” oppure descrivesse un’organizzazione destinata a portare la guerra santa messianica a Roma in modo che sul trono da Pontefice Massimo dell’Imperatore Romano sedesse un discendente della dinastia davidica (tant’è che Giacomo e gli altri della famiglia di Gesù furono chiamati a Roma per rendere conto dei loro presunti rapporti con i terroristi giudeocristiani che avevano dato fuoco all’Urbe all’epoca di Nerone).

Ebbene, questo ricco, che evidentemente non riusciva a capire, proprio come il resto della folla, si avvicina a Gesù e gli fa alcune domande. Gesù lo invita, con l’ultima risposta, alla coerenza assoluta, scegliendo la strada stretta, dopo aver venduto tutti i suoi beni e messo DIRETTAMENTE NELLE MANI DEI POVERI il ricavato.

Il ricco sa che non è possibile, sa cioè che non potrebbe non solo separarsi dai suoi beni, ma nemmeno recitare il suo ruolo eminente in un consesso così diverso da quello che gli è solito. Non potrebbe essere un personaggio in un sistema sociale (o in paradiso, per chi vuole) dove vige l’umiltà e la consapevolezza che l’Unico è il Padrone di tutto, il suo Creatore, il suo Dio. Se ne va rattristato perché il suo pensiero dominante, l’ambizione che pure lo ha portato a informarsi direttamente da Gesù, ne sarebbe schiantata.

E qui Gesù, probabilmente con sarcasmo, domanda ai presenti: “Ma voi, un cammello che passa per la cruna di un ago, lo avete mai visto?”

Ecco. Qui non c’è solo dell’ironia. Perché quelle popolazioni, duemila anni fa, dal cammello ricavavano la lana. Un cammello poteva voler dire un quantitativo di lana equivalente. E allora un animale slanato era figurativamente passato per la cruna dell’ago che doveva tessere le tele di lana con cui si vestivano, l’ago grande di legno o d’osso che passava nel telaio.

Sono duemila anni che la Chiesa rompe le scatole con questa parabola, metafora, similfavola esopica, predicandola ai laici e incamerando le ricchezze che invece dovrebbero andare DIRETTAMENTE NELLE MANI DEI POVERI. I poveri di cui Gesù parla erano infermi, cioè incapaci di provvedere a sè stessi, spesso ingiuriati e isolati, a volte perché portatori di lebbra e di altre malattie contagiose riportate a noi dalla storia medievale (e ci sarebbe da fare un penoso discorso su quanto ciecamente siano stati perseguitati i gatti nel Medioevo: il cuore di un uomo si svela nel suo rapporto con le bestie, diceva Kant).

Pur di tenersi le ricchezze accumulate con l’inganno (oggi si parla di comunicazione, vabbè) dovuto alla vendita dell’impalpabile (indulgenze e paradiso) la Chiesa ha vietato ai propri membri di sposarsi, e ai “nepoti” di ereditare i beni delle suore e dei sacerdoti consacrati loro genitori. Ha inoltre, conoscendo il cuore materno, impedito che le donne avessero potere decisionale pari a quello maschile, il cui istinto paterno è evidentemente meno pronunciato, visto che la Santa Sede è sempre andata in una direzione.
Già un prete normale, se rinuncia come singolo ai beni terreni, ne riguadagna “cento volte tanto” (passaggio evangelico contraddittorio con quello della cruna dell’ago, e ciò dimostra la malafede del collettivo che nei secoli scrisse questo testo quadricipite) quaggiù come istituzione.

In questo sistema abietto di concupiscenza delle ricchezze mondane da parte dell’istituzione Chiesa, molti sacerdoti sono arrivati alla contraddizione di vedersi incoraggiare i rapporti contronatura. D’altronde, la continua riscrittura dei vangeli canonici aveva generato, a partire dall’eucarestia cannibale, tutta una serie di conseguenze, per esempio la censura della tradizione ebraica del Messia Sacerdote (Sadoc), giusta la complicità della censura ebraica sulla dinastia di Mosè nelle scritture, oppure la sola compagnia maschile degli apostoli in gran parte delle scorribande di Gesù Bar Abbà predicazioni di Gesà Figlio del Padre in Palestina. Non che la riscoperta durante il medioevo di letteratura e civiltà classiche (diciamo più ellenistiche, più care agli Scipioni, che non catoniane) abbia rallentato questo processo di omosessualizzazione latente di una struttura sociale che doveva essere innanzitutto ricettacolo per gli asessuali. Siamo arrivati infatti all’oggi in cui la pedofilia è dilagante dentro questa organizzazione “morale” con sede centrale in Vaticano.

E ora, a noi. Quando Francesco dice “Vorrei una Chiesa povera” affronta alla radice questo problema. Non tutti i sacerdoti hanno la vocazione alla castità, ovverosia sono istintivamente portati alla frigidità sessuale. E la stessa castità, che dovrebbe preservare un minimo un matrimonio da “ingerenze esterne” per il periodo di picco ormonale degli sposi (dopo si va in “pausa”) è quasi impossibile da realizzare per coloro ai quali è stato vietato di sposarsi, pena la perdita del godimento dei beni ecclesiastici.
Ecco che due della più grandi cazzate che la Chiesa Cattolica Apostolica Romana potesse compiere nella storia dell’uomo, l’incameramento dei beni mondani e lo shock emotivo e psichico sui bambini, vengono a svelarsi come intimamente legate tra loro. Se Gesù è stato uno di noi in tutto, fuorché nel peccato, c’è da dire che la Chiesa ha creato peccatori lì dove proprio non serviva. La Chiesa cioè sapeva che doveva edificare se stessa sulla roccia cristica e non sulle sabbie mobili della ricchezza mondana, e che ogni Conclave rischiava di veder esiliato fuori lo Spirito dall’adorazione di Mammona. Dai conclavi decisi tra le grandi famiglie romane e italiane, alla necessità di depredare il Banco Ambrosiano per finanziare Solidarnosc, dai Patti Lateranensi in cui i soldi versati dal fascismo obtorto collo vengono usati per creare lo IOR ai conti cifrati del medesimo è sempre stato così. Di più: non solo per salvare la poltrona del Papa l’Italia ha dovuto subire il crollo dell’impero romano e 1500 anni di invasioni barbariche, depredazioni, stupri, stragi e qualsiasi altro genere di violenze, ma l’intera sfera di influenza toccata dall’evangelizzazione e dalla politica conseguente è stata messa a ferro e fuoco per difentere i beni terreni degli ecclesiastici. Persino in epoca recente, Kenyatta diceva che tra la sua gente i preti erano venuti per barattare le terre keniote con le bibbie.

Bisognerà vedere se Francesco è risoluto nel tagliare questo nodo gordiano alla radice, restituendo a Cesare le sue ricchezze e riguadagnando per la Chiesa i meriti in Cielo che le spettano non di diritto ma di dovere. O se morirà prima, come l’ultimo Papa che aveva una possibilità, e non l’ha potuta realizzare in 33 giorni.

 

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4 thoughts on “La cruna dell’ago

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