Il sentimento di una nazione

Tanti anni fa, per una sorta di sfida con me stesso, comprai un enorme libro giallo di una casa editrice romana dal nome anglosassone. Il libro era Tutto Sherlock Holmes, e riuscii a leggerlo completamente per due volte.

Il primo dei racconti che Conan Doyle scrisse sul celebre investigatore si chiama Uno Studio In Rosso ed è del 1887. Aveva questo incipit

In the year 1878 I took my degree of Doctor of Medicine of the University of London, and proceeded to Netley to go through the course prescribed for surgeons in the army. Having completed my studies there, I was duly attached to the Fifth Northumberland Fusiliers as Assistant Surgeon. The regiment was stationed in India at the time, and before I could join it, the second Afghan war had broken out. On landing at Bombay, I learned that my corps had advanced through the passes, and was already deep in the enemy’s country. I followed, however, with many other officers who were in the same situation as myself, and succeeded in reaching Candahar in safety, where I found my regiment, and at once entered upon my new duties. The campaign brought honours and promotion to many, but for me it had nothing but misfortune and disaster; I was removed from my brigade and attached to the Berkshires, with whom I served at the fatal battle of Maiwand. There I was struck on the shoulder by a Jezail bullet, which shattered the bone and grazed the subclavian artery. I should have fallen into the hands of the murderous Ghazis had it not been for the devotion and courage shown by Murray, my orderly, who threw me across a pack-horse, and succeeded in bringing me safely to the British lines.

Per rendere verosimile a persone mediamente prive di immaginazione il suo racconto, Conan Doyle è piacevolmente costretto a richiami continui con il reale. Il reale richiamato diventa un pizzico sulla guancia per poter sognare meglio ed è un aspetto parallelo a quello della verosimiglianza della storia narrata e della struttura narrativa che la sostiene.

I continui richiami alla attualità (Watson reduce dell’Afghanistan) o della propria biografia (il metodo investigativo holmesiano, il lavoro che Watson professa) devono scontrarsi con il lato oscuro che, nel 1888, ossia dopo soli pochi mesi da quello che sarebbe potuto essere un romanzo unico, sconquassa la società vittoriana londinese: Jack the Ripper.

Jack, un nome di fantasia, lo Squartatore, il cognome con cui firmava sui giovani corpi femminili le proprie efferratezze era costituito da tagli di lama, è sempre stato un mistero. Hanno provato a risolverlo, senza successo, ed ecco uno spunto narrativo holmesiano: Scotland Yard da sola non ce la fa, è impotente, ed ha bisogno di aiuto.

Jack the Ripper fu la fortuna di Conan Doyle e della monarchia inglese. Era un assassino seriale (Prof. Moriarty) che agiva nell’ombra (Prof. Moriarty). Forse un nobile, un individuo cioè che non può essere un criminale di giorno perché ha una vita sociale pubblica. Il tipo di tagli presagisce un individuo di cultura alta (per esempio un professore), la capacità di portare sempre a segno i propri disegni criminali indica la mente sopraffina, che prevede anche il caso. Oppure?
Oppure, dati gli elementi precedenti, l’assassino era un membro dell’aristocrazia più alta, ovvero della famiglia reale. Emofiliaco o meno, e Conan Doyle ERA MEDICO, se Scotland Yard non lo prese è perché forse cercava di proteggerlo, oppure delinqueva con lui, o per lui. Questa idea poteva essere la miccia di una rivolta sociale, che avrebbe trovato poi nel marxismo (come sarà nella Rivoluzione d’Ottobre, anzi di più) la propria base ideologica.

Questo perché Marx aveva scritto il Capitale a Londra con in mente tutti i punti salienti dell’economia inglese. Le classi deboli dell’epoca, colpite dagli omicidi di giovani prostitute eseguiti da Jack the Ripper, erano comunque la maggioranza. Colpisce il particolare dell’uva: le ragazze erano attratte da questo frutto continentale, costoso, da classe agiata. Non si viveva bene in Inghilterra in quell’epoca: turni di lavoro massacranti in fabbrica, il lavoro minorile (cosa evidentemente rimasta nel cuore di tante multinazionali anglosassoni), la prostituzione diffusa, l’emigrazione di massa, le continue guerre come unica prospettiva alternativa.

Per cui c’era davvero la possibilità di una rivoluzione proletaria (aggettivo che Marx sostantivizza in Inghilterra). Tutti elementi che ritroviamo nella narrazione holmesiana: la serialità del killer diventa la serialità del giallista, capace a un tempo di ribadire che sì, c’è Scotland Yard che collabora con chi opera nell’ombra, ma chi opera nell’ombra è Sherlock Holmes (e Moriarty ne sarà una pallida nemesi). In altre parole, tutti gli elementi sopra menzionati, pericolose micce, si trasformano in tante fascinazioni narrative. Conan Doyle sarà premiato con la nomina a baronetto, e il regime monarchico inglese passerà indenne quello scorcio di storia umana.

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Ho appena descritto qualcosa che, per quel che riguarda il superuomo di massa, è possibile tracciare quasi sempre. Holmes vendica Jack the Ripper, ma in realtà le cose rimangono impunite. James Bond sarà la stessa pia illusione per una nazione che ha perso l’Impero: non a caso nei romanzi di Ian Fleming non si cita mai la vera spina nel fianco di Londra, la situazione nordirlandese. Bond in altre parole è un impiegato d’azione segreta da esportazione, ma i panni sporchi continuano a essere lavati in casa.
Nel caso di Superman ciò che bisogna esorcizzare è l’incubo di un mondo dominato dalle macchine in cui l’uomo non sarà all’altezza. Il Conte di Montecristo, che Gramsci affronta riflettendo sul superominismo (ubermensch) nicciano, appare come la vendetta storico-letteraria che il figlio di un generale napoleonico (Dumas) nutre verso la società francese bene della Restaurazione (di cui parleranno anche Flaubert e Balzac, ma senza altrettanta fama dei protagonisti dumasiani).
Questa stessa società, misto di aristocrazia e alta borghesia, massone e devota, attraverserà tutto l’Ottocento per arrivare, attraverso gli affari con gli odiati prussiani, e lo scandalo Dreyfuss, a stabilire l’odierno ponte economico sul Reno su cui si basa l’UE.

Spesso quindi di fronte a un dramma sociale generale e profondo, tale da gettare nello sconforto l’intera società, ma che non sfocia in una rivoluzione la letteratura e l’immaginario collettivo si coalizzano per generare, riscoprire, assimilare e coltivare un risolutore, un semidio, un superuomo.

Trattasi tuttavia di amico immaginario, di un fantasma con cui si dialoga in monologhi, di una illusione collettiva.

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Avevo parlato in uno scorso post di come, affrontando un problema sempre più grande, la reazione sia spesso di aggirarlo piuttosto che prenderlo di petto. Cosa accade se l’intera società ha di fronte una situazione insostenibile.
Come abbiamo visto, se il sentiero è il reale e può comunque essere ripreso, la società per aggirare il problema (l’abisso, la voragine, l’orrido) può decidere di sospendere il proprio senso di realtà. Balzare in avanti vuol dire anche non tenere i piedi per terra.

A ben pensarci, il superuomo di massa non è affatto una novità da feulleton ottocentesco. La sua prima, vera comparsa risale all’epoca ellenistica. Le storie che giravano intorno ad Alessandro Magno per esempio, dopo la sua morte, ne fanno un mito tale per cui tutti i sovrani antichi dopo cercheranno di imitarlo, e nel Medio Evo cristiano il Roman d’Alexandre sarà insieme al ciclo arturiano un best seller nelle corti europee.
Con questo precedente non si poteva fare la stessa cosa con la morte di Cesare. Cesare, che dopo aver pacificato il prioprio imperium da guerre civili e guerre servili, viene assassinato all’inizio della primavera, ha due o tre cose in comune anche lui con il principale superuomo che l’impero romano nel suo complesso di diverse civiltà ci abbia lasciato: Gesù Cristo.
Nonostante Gesù abbia nella sua caratterizzazione e nella sua storia molti elementi in comune con Alessandro Magno, come ho evidenziato in un altro post, e nonostante i Vangeli abbiano elementi tratti dal Libro di Isaia, dalle favole di Esopo, dalle opere autobiografiche di Giuseppe Flavio, uno dei motivi della sua fortuna nell’Impero Romano è la necessità di esorcizzare il dramma della morte di Cesare, il fondatore della pax romana nel Mediterraneo.

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