Vecchie rimembranze

Quando ero a scuola, c’era un prof laureato in ingegneria che ci spiegava di come gli studenti del classico fossero più favoriti degli altri all’università.
La ragione era nello studio di una lingua morta, di particolare complessità, lontana dal costrutto dell’italiano di una frase formata da soggetto predicato e complemento. Questa lingua era il greco antico.
Allora c’era un livello di consapevolezza diffuso minore di oggi in giro, molto è stato scoperto nel frattempo (vent’anni e più sono un intervallo enorme nel mondo contemporaneo) e a noi adolescenti ci parve più una boutade tipica del personaggio. Insomma, lo contestammo nel merito, obbligandolo ad argomentare le sue convinzioni.

Certo, con il senno di poi so, da pubblicazioni specialistiche, che aveva ragione: la conoscenza delle lingue è il maggior allenamento e pungolo per l’intelligenza. Usare una lingua che non è la propria attiva nuove zone del cervello, che noi sottoutilizziamo nel quotidiano. C’è la logica, e dunque una facoltà utile nelle matematiche, così come la fantasia e l’immaginazione, qualità fondamentali per l’intelligenza, insieme alla curiosità (per i nuovi vocaboli, per ottenere nuovi amici di penna, come si diceva quando ero piccolo, ovvero oggi nuove amicizie sui social network). E tanto altro ancora.

Con il senno di poi mi spingo anche più in là. L’introduzione di un ambiente di studio diverso dalla scuola nelle nostre menti da parte di un insegnante, seppure in prospettiva, era funzionale. Lo so oggi. Era cioè invito a seguirne le orme, a completarci con una laurea, a non smettere di migliorarci.

Non smettere di migliorarsi è la differenza tra chi governa e chi è governato. E non è detto che chi governa lo faccia a scapito dei suoi governati: a volte sono quest’ultimi che amano le catene, l’anello al naso, la palla al piede. Perché, in maniera malata rispetto ai propri modelli, li fa sopravvivere per inerzia, senza vera fatica, senza rimettersi in gioco totalmente.
Senza il metallo addosso si sentirebbero nudi, esposti alle intemperie della vita, senza strumenti per costruirsi un riparo, un morbido asilo, un santuario di se stessi.

Anche per quel che riguarda le realtà provinciali, e l’Italia lo è a ogni latitudine, il confronto con aspetti lontani dal proprio vissuto apre prospettive e opportunità. E’ una società aperta e ospitale quella che crea, mentre una società chiusa è solitamente divisa in caste. Difficilmente in una società chiusa puoi parlare di aperture: nel migliore dei casi verrai visto come uno spacciatore di utopie. Eppure, quelle stesse idee che non vengono vissute come necessarie sono la medicina, inizialmente amara, per far uscire un’economia in crisi cronica, ossia una economia povera, dalla propria condizione. Che può essere una condizione di partenza, a patto di rinunciare alla visione distorta della rendita di posizione e della vita da pubblicità del Mulino Bianco che, in sogno, li ammorba tutti.

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Le ragioni di Renzi

Scrive Anna Finocchiaro su FB:

“Non mi sono mai candidata a nulla. Conosco bene i miei limiti e non ho mai avuto difficoltà ad ammetterli. Ho sempre servito le istituzioni in cui ho lavorato con dignità e onore, e con tutto l’impegno di cui ero capace, e non metterei mai in difficoltà né il mio Paese, né il mio partito. Trovo che l’attacco di cui mi ha gratificato Matteo Renzi sia davvero miserabile, per i toni e per i contenuti. E trovo inaccettabile e ignobile che venga da un esponente del mio stesso partito. Sono dell’opinione che chi si comporta in questo modo potrà anche vincere le elezioni, ma non ha le qualità umane indispensabili per essere un vero dirigente politico e un uomo di Stato.”

da Dagospia

Questo brano contiene alcune inesattezze ed è esso stesso un attacco ingiustificato e cattivo, da cui diventa comprensibile l’amarezza di Renzi. Vediamo il perché.

Scrive la Finocchiaro: “Non mi sono mai candidata a nulla”. Non è vero. La forma forse sarà salva (tutti possono raccontarci e raccontarsi che hanno accettato delle proposte di candidatura, non che si siano offerti spontaneamente) ma non lo è certamente la sostanza.
E’ innanzitutto emersa negli ultimi anni una metodica per il ricambio generazionale che vede nel limite di 2 candidature (M5S) o 3 candidature (PD) la possibilità da parte dell’elettorato italiano di apprezzare nuove candidature. Secondo questa regola interna, e purtroppo non ancora legge o articolo di legge all’interno di qualsiasi sistema elettorale, molti dei “maggiorenti” storici del PD non potevano essere candidati. Il PD si è trovato a dover escogitare delle eccezioni nemmeno tanto bizantine: personalità come la Bindi o la stessa Finocchiaro sono ancora lì IN DEROGA.
Altri, fra cui gli stessi fratelli coltelli D’Alema e Veltroni, hanno avuto il buon gusto di intascare la liquidazione da parlamentare (attorno ai duecentomila euro) prima che Grillo facesse approvare qualche espropriazione retroattiva, e si sono ritirati.

da Chi

La Finocchiaro, in particolare, è apparsa inoltre sulle cronache dei quotidiani per essere stata prima presa dai dubbi, verosimilmente di fronte al ritiro di gran parte della sua generazione di “cavalli di razza”, per poi autoconvincersi a collezionare una nuova elezione, magari a scapito di un candidato renziano.

Ma, ammesso che non si sia né autocandidata né candidata al Colle, preoccupa la sua reazione per un rimprovero che qualsiasi elettore italiano, in tempo di crisi, poteva farle. “Mettere in crisi il mio Paese e il mio Partito” è proprio quello che è successo, quando s’è fatta beccare all’Ikea mentre gli uomini della sua scorta, pagati dalla collettività per difenderla, venivano invece usati come facchini per risparmiare sulle spese di trasporto che, come sappiamo tutti, Ikea offre come opzione facoltativa.

da Chi

Tuttavia, Anna Finocchiaro non è semplicemente la protagonista di un trafiletto da Novella 3000. Il marito della Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, di cui lei non porta il cognome, è indagato da molti mesi. Ognuno se vuole può verificare.

L’espressione di Renzi, lontana dalla miserabilitudine di certi giudizi, era fin troppo all’acqua di rose. Renzi in pratica dice a Bersani: “Valuta bene l’opportunità di una candidatura a una magistratura, quella quirinalizia, che non solo è la più importante della Repubblica, ma si sta anche trasformando in senso accrescitivo del proprio ruolo nella politica nazionale”. Lo dice riferendosi direttamente solo al colore, alla chiacchiera, e non al grave imbarazzo che susciterebbe la sua nomina. Però quello è. E’ lì, pesante come un macigno.

da Chi

Renzi non s’abbassa a ricordarci (un avviso di garanzia può capitare a chiunque) il grave inciampo. Però Bersani lo sa, ed ha sbagliato non solo a derogare, sia in senso assoluto sia nello specifico della Finocchiaro, vecchie tattiche su personalità che hanno dato tutto quello che potevano, ma soprattutto a includere questo nome nella propria rosa di candidati.

Una cosa l’elettore del PD dovrebbe fare. Saper distinguere tra la rappresentatività che Renzi esprime di una corrente del PD dall’urgenza del ricambio generazionale. La prima è utile, la seconda necessaria. La politica italiana, nazionale e locale, ha necessità di essere svecchiata. La società italiana va svecchiata. E, di fronte ai limiti anagrafici in basso per la rappresentatività (18-25 per gli elettori, 25-40 per gli eletti e 50 per il nominato al Quirinale) non è più rimandabile un limite anagrafico in alto.

Potrebbe suonare così: “Chi, al termine del proprio mandato, abbia compiuto 67 anni non è adatto a tale mandato”.

Anche perché la politica non è un lavoro.


da Chi

Il partito personale

Ci sono momenti, nella storia dell’uomo, in cui parrebbe che l’utopia democratica possa smettere di essere tale e farsi altro, sostantivarsi diversamente ma mantenere i migliori attributi.
Normalmente capita quando un popolo, acquistata una maggiore consapevolezza del proprio io collettivo, reclama per se la sovranità.
Questa era l’utopia che spinse i migliori uomini del Risorgimento Italiano, Garibaldi in testa, a lottare per far uscire questo Paese dall’ignoranza.

Ma non è facile. L’ignoranza dell’Italiano è dettata dalla sua supponenza, dalla presunzione che saper vivere significhi appartenere a un giro, o avere un padrone. L’Italiano, in altre parole, deride quelle individualità che hanno fatto grande il nostro paese perché esageravano nel ragionare con la propria testa. La genialità italica, quando si concretizza, ha infatti da pagare lo scotto dell’isolamento. Una sorta di maledizione (“nemo propheta in patria sua”) accompagna le biografie di gran parte dei personaggi che riempiono i nostri libri di storia e letteratura e arte patria.

Così, ci troviamo con una maggioranza di persone che ha fatto del litigio, dell’invidia, dell’avidità e del tradimento verso innanzitutto i propri congiunti una morale dominante, e una minoranza di persone che scientemente o meno si incaponiscono a credere negli ideali, quali che siano, e nel rispetto dei convincimenti altrui.

Scopriamo così, nei secoli, che tutto quello che di buono aveva costruito la maggioranza silenziosa del paese è dovuto a vizi privati, egoismi, particolarismi. Dal sistema delle vendite delle indulgenze che finanzia il Rinascimento finchè Lutero non lo smantella, alla Donazione di Costantino (falsa), dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini all’adesione superficiale, piatta, agli ideali e\o alla civiltà del vincitore di turno, fino all’adesione al sistema democratico (monco) attuale. Non è infatti un segreto che se in America ci fosse la teocrazia qui avremmo messo tutto nelle mani del papa, o se ci fosse la monarchia quel referendum avrebbe (brogli o meno, è li stess) avuto un esito differente.

Quanto sia superficiale l’adesione agli ideali democratici per certificare il proprio filoatlantismo (finché dura la moda americana, domani chissà…) lo dimostrano alcuni fatti pluridecennali. Della commistione allucinante che c’è tra esecutivo e legislativo ho già parlato, così come dell’incapacità da parte dell’elettorato italiano di far discendere la propria sovranità su diversi poteri (esecutivo, connubio tra Colle e Palazzo Chigi, giudiziario e monetario) che non siano il solo legislativo, frammentato in mille rivoli e senza vincolo di mandato.

La democrazia italiana è dunque di facciata perché commissariata, perché l’Italia tutto sommato ha perso una guerra che in realtà le è stata organizzata contro dall’Inghilterra, in maniera così complessa da rendere l’Europa un continente minore, un continente la cui unica prospettiva futura non è quella di un Grande Reich (e chi lo vuole?) ma di una Grande Svizzera (giacché l’Euro diverrà sempre più valuta rifugio a metà strada tra Dollaro e Riserve Auree).

C’è un altro mostro tuttavia che è stato partorito dal laboratorio politico italiano. Questo mostro, possibile solo in un Paese con una maggioranza silenziosa che traffica nell’ombra, che vive di piccoli espedienti, che va ipocritamente a messa per salvare la faccia, che inventa il perdono e la colpa religiosi per poter ottenere autoassoluzione dalla giustizia terrena, e ne fa una religione scaramantica che invade il mondo, che infine si lamenta di quei potenti a cui faceva spontaneamente da serva fino al giorno prima, questo mostro dicevo è il partito personale.

Ora, non so se vi è già venuto in mente. L’Italia rinascimentale si divideva in Signorie in combutta tra loro, perché al solito siamo un popolo litigioso. Il territorio delle Signorie corrisponde grosso modo a quello delle Regioni Amministrative di oggi, e anche il campanilismo sfoderato dalla gente comune in occasione della tanto paventata abrogazione di alcune province ha storia plurisecolare.
Tra questi staterelli si muovevano i capitani di ventura, con il loro seguito.

Ecco. La politica italiana dal 1919 in poi è sempre stata così. Da un lato le Signorie, ovvero i partiti plurali, divisi in correnti, ma sempre con riferimenti esteri (e l’URSS ci farà bancarotta per tutti i soldi dati al PCI, oltre che a Castro). E dall’altra i Capitani di Ventura, i Lauro, i Giannini, i Pannella, i Di Pietro. Tutti con il mito, chiamiamolo di Francesco Sforza, ossia del Capitano di Ventura che diventa Signore, e che nella storia dei partiti ha due moderni “campioni”: Mussolini e Berlusconi.

Quindi, cesariani o pompeiani, sillani o mariani, berlusconiani o antiberlusconiani, la cifra dei mali italici è sempre la stessa: dividersi interessatamente per avocare a sè ciò che è bene altrui, spesso del proprio compaesano, del proprio fratello, con il mito di diventare Signore e Padrone, o quantomeno di averne uno. Lo schiavo non è schiavo del padrone quanto il padrone lo è dello schiavo. Il padrone che si libera dello schiavo va appeso a testa in giù e deriso, perché è diventato improvvisamente inutile. C’è un istinto bassamente femminile in tutto questo, e in fondo chi è che diceva che “la folla è femmina, ama essere posseduta”?

Ma questo basso istinto italico si è dimostrato funzionale alla nostra pseudodemocrazia eterodiretta: i partiti personali, così come le correnti sempre personalistiche dei partiti maggiori, non potevano assolutamente accettare qualsiasi tipo di democrazia interna, pena la scomparsa. Questo perché la maggioranza dei cittadini del nostro paese è suddita e si rifiuta di accogliere nella propria vita pubblica diritti e doveri che la cittadinanza in una democrazia compiuta comporta.

L’ultimo esempio in questo senso è Fare. Fare, in cui ho militato, non ha mai avuto alcun tipo di democrazia al proprio interno. Dal candidato premier (Oscar Giannino) all’ultimo coordinatore di comitato, ogni personalità è sempre stata autoreferenziale, autonominata, autoassolutoria. Questo, in un elettorato del partito entrato in seguito all’innamoramento per il dandy, è suonato nelle orecchie per autorevolezza, ma non lo era.

Giannino ammette, con un post su Facebook, che lui e non organi democraticamente eletti cercava di fare sintesi di diverse esperienze e volontà politiche. I commenti, in cui non interviene (pur autonominandosi, arigain, servo dei servi di Fare), non entrano più di tanto nello specifico ma esprimono quello stesso innamoramento politico di prima delle elezioni. Si confonde cioè il bene del Paese con l’organizzazione dello strumento (il Partito, e non c’è il tempo) e la sua struttura verticistica.
In un fattivo, l’elenco delle priorità avrebbe visto al primo posto cosa si potesse fare per il Paese, e successivamente cosa si potesse fare per il Partito, ammesso che fosse un’arma ancora capace di non mancare l’obiettivo.
Così non è stato. Siccome ripetere giova, perché scovi chi persevera, anche in Fare così come in altri partiti (mi immagino lo sbandamento di Rivoluzione Civile…) si è persa definitivamente la bussola. Proprio ciò che rende quella struttura inutile e incapace di determinare alcunché è la sua scelta sbagliata di dare importanza innanzitutto al Congresso e ai regolamenti interni (e, lo so perfettamente, le idee di un semplice attivista non contano nulla) anziché mettere da parte il tutto e domandarsi cosa fare, pur nella sconfitta, per il bene dell’Italia.

Quali diritti

C’è in Italia una legge che dice che se sei per strada, ed hai un bisogno da fare, o vai in un bagno pubblico e paghi, o vai in un esercizio pubblico, come un bar, e diventando cliente mediante una consumazione l’esercente non può dirti di no.
In altre parole, se non vuoi dare adito agli atti osceni in luogo pubblico devi pagare, eppure si chiama bisogno proprio perché tu hai bisogno di liberartene. Bene.
Ci sono chiaramente zone in Italia, per esempio non solo Roma ma buona parte del Lazio, in cui il barista o l’albergatore non fa storie, nonostante abbia il diritto di negarti il bagno, e ti fa andare.
Personalmente, di solito all’uscita consumo. Non chiedo nulla all’ingresso, ma all’uscita normalmente capita che io divenga cliente del bar, a fronte comunque di un diritto che non mi viene riconosciuto dalle leggi vigenti, quello per il quale ho la possibilità di non farmela sotto girando per una città (ieri a Montecatini Terme, che per molti versi non m’è sembrato esattamente un luogo ospitale, un luogo aperto, un luogo generoso). Il diritto cioè alla dignità del mio corpo. Alla sua presentabilità. E il diritto che gli altri hanno al mio rispetto verso di loro, anche attraverso questa mia presenza dignitosa.

Vista di Montecatini Terme da Montecatini Alta

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro, lo dice la carta costituzionale, cioè la nostra legge fondamentale (fondamentale ma non sorgente ultima di diritto, attenzione) è un diritto. Un diritto di tutti.
In realtà non è così. Non è così perché i posti migliori sono stati presi prevalentemente da coloro che non sono nel bisogno.

Se ci pensiamo, ogni diritto è la risposta a un bisogno universalmente riconosciuto. Non un capriccio o una voglia, ma un bisogno. Il bisogno di una vita dignitosa è il papà di tutti i bisogni specifici da cui partono i diritti. Una vita dignitosa condotta dai suoi membri fa di un aggregato umano una società civile.
Attenzione: questo passaggio è fondamentale. Non una possibilità a una vita dignitosa rende civile la nostra società, ma la prassi realizzata. Una vita effettivamente e verificabilmente dignitosa vissuta da parte di ognuno dei suoi membri avrebbe reso l’Italia un luogo civile in cui vivere.

Prima ho scritto che Montecatini Terme, come tante città italiane, soprattutto a nord, non è una città ospitale. Per ottemperare a un bisogno fondamentale, che non è il mangiare e non dipende dal lavoro, devi pagare. Se hai fame puoi rimandare per un tempo ragionevole, andare a casa, mangiare, ovvero prendere pochi euro, scendere a un alimentari, e organizzarti. Se hai un altro tipo di bisogno corporale non hai il tempo. Oppure potresti essere nauseato dal cibo e desiderare solo d’andare al bagno.

Ecco. L’Italia è in queste condizioni. Abbiamo una Costituzione che “promette” 60 milioni di posti di lavoro. A parte che dovremmo metterci d’accordo sulla differenza tra lavoro e schiavitù. Le ultime controriforme hanno tolto sempre più dignità alle nuove generazioni.

Si dice che il grillismo sia una nuova forma di fascismo. Forse lo si dice con uno sguardo alla storia. Perché già una volta una parte ricca e\o avida e\o incapace di questa Italia non riconobbe il diritto ad esserci di un’altra parte, reduce dalla guerra, che cercava nella pace di ricollocarsi per soddisfare i propri bisogni.
Per esempio, il tuo diritto a scioperare non può ledere il mio diritto ad andare a lavorare. Tu non hai diritto di chiamarmi crumiro, e di trattarmi come un traditore e un sabotatore della working class.

Ma nel nostro caso c’è, se è consentito, un sonno della ragione peggiore. Perché si tagliano i diritti delle giovani generazioni, ovvero del nostro futuro. Le giovani generazioni hanno precario tutto, per via della redistribuzione della ricchezza a livello globale che sta facendo uscire, anche a nostre spese, enormi nazioni dal terzo mondo. Le giovani generazioni, per via del riconoscimento di importanti ma non prioritari diritti di altri, vedono precarizzata tutta la loro vita. Non c’è nulla di quanto la vita prometta che sia stabile (e la Costituzione, dispiace dirlo, in questo supera di molto Berlusconi). Di stabili ci sono dunque solo le spese. Spese che diventano la rendita di posizione di chi non ha altrettanto bisogno, e quindi diritto, di te.

E qui arriviamo al grande inganno. Ci sono categorie sociali così forti economicamente da non aver bisogno di vedere riconosciuti i propri diritti. Perché se li prendono comunque, con la forza dei propri mezzi finanziari. I diritti sono i bisogni dei poveri, di coloro che cioè non hanno l’autosufficienza di provvedere ad essi in altro modo, riconosciuti dallo Stato e dal consesso civile.
Eppure, la Costituzione Italiana riconosce gli stessi diritti per tutti. Il che può essere vero su alcuni diritti, meno su altri. Il diritto per esempio a parcheggiare l’auto non può essere oggetto di discussione all’interno di uno stato civile. Ma lo stato di diritto, di fronte alla mancanza cronica di lavoro, non può proseguire tassando i ricchi come a punirli affinché i poveri possano continuare ad essere tali. Non si va da nessuna parte così.
Perché l’uguaglianza funziona anche alla rovescia: un ricco OGGI ha gli stessi diritti di un povero, e state pur certi che li userà tutti. In altre parole, il welfare seguito alle grandi battaglie ottocentesche oggi favorisce chi non ha bisogno d’esserlo, avendo già del suo.
Redistribuire attraverso le tasse è profondamente sbagliato, perché ingenera il concetto di fisco nazionale più a buon mercato tra i tanti in circolazione. Si guarda cioè al fisco di uno stato come a un fatto che conviene o meno tenere nella propria carta d’identità. Nel caso divenisse troppo oneroso, si reagisce fuggendo, ossia staccandosi individualmente (si cambia cittadinanza) o collettivamente (il Veneto il 6 Ottobre vota per la propria indipendenza dal resto del Paese).
Al contrario, bisogna redistribuire attraverso il lavoro, non il lavoro privato, ma quello statale. Stiamo parlando di un’utopia. Significa infatti un nuovo  patto tra gli italiani, in cui a essere precari siano coloro che possono permetterselo e non più, come oggi, e sono sempre di più, quelli che hanno nel lavoro l’unico mezzo per andare avanti.

Se l’Italia è in crisi è proprio per l’incapacità da parte di alcuni di accettare la presenza degli altri. Che siano quelli che hanno voglia di lavorare e non di scioperare a oltranza e coattamente, o gli ex combattenti di una guerra che stentano a ritrovare il ruolo sociale che avevano nella loro vita precedente, o le nuove generazioni di giovani che per la prima volta stanno peggio dei loro padri.

Non sai che latrina troverai, ma sai che c’è almeno un caffè da pagare.
E non è giusto.

Gli investimenti in Italia

Gli ultimi giorni della politica italiana ci hanno regalato un congelamento della evoluzione che credevamo dovesse arrivare comunque a un nuovo governo. I dissidi interni al PD, e la paura che capiti altrettanto nel PdL per cui tutti sostengono il “padre nobile” nel suo ennesimo estremo tentativo di salvarsi dai guai giudiziari, nonché i mal di pancia tra i montiani non sono una novità. La novità era costituita da Grillo, per quanto blogger milionario, che perdeva i pezzi nelle elezioni dei presidenti delle Camere. L’elezione di Grasso ha portato però a un rapido serrare le fila dei grillini, nonché a una offensiva Travaglio-Caselli verso l’ex procuratore generale siciliano che, per difendersi pubblicamente, ha dovuto ricorrere al mezzo televisivo e all’abbandono della sua deliberata abitudine alla prudenza, tutta siciliana, che lo ha fatto cadere non solo in gaffe verso il collega torinese ma, ed era evidente ascoltandolo, in troppi errori della lingua italiana.

Tutto questo ha portato ai Dieci Inutili Saggi, nominati e fortemente voluti da Napolitano, capaci da subito di non capire com’è fatto non solo il mondo moderno, ma quegli aspetti a loro più vicini, come la radio di Confindustria.

Altrove, sia in Europa che negli Stati Uniti, si sta tuttavia pensando all’Italia come a un luogo dove comincia ad apparire un grande ventaglio di bizopp. In altre parole, fare shopping nel nostro paese oggi è estremamente conveniente, sia nell’acquisizione di asset specifici, e in prima linea ci sono i tedeschi, sia nell’assortimento dei nuovi fondi di investimento, e qui gli studi sono americani.

A ciò bisogna aggiungere la certezza che sta attraversando ormai tutti i mercati: il bilancio nascosto dell’Italia, celato come hanno fatto le altre nazioni europee all’indomani di Maastricht, quasi che si stesse parlando di buchi di banche private, sta oramai emergendo dopo vent’anni di navigazione silenziosa. Da quando, cioè, nella nostra storia recente non è stato più possibile decidere politicamente per l’inflazione e la svalutazione competitiva.
Anzi, si può quasi dire, per la felicità di quanti tra i cittadini italiani siano emigrati altrove e “gufino” contro il nostro Paese per dirci e soprattutto dirsi e dire ai loro congiunti che hanno dovuto convincere all’emigrazione che avevano ragione, che l’Italia sta affrontando questo tema decisivo prima degli altri grandi paesi europei, Germania in testa.

Sono venuti alla luce i seguenti dati:

  1. saldo tra Stato e imprese fornitrici: si tratta di una cifra imprecisabile alla pubblica opinione, la cui stima comincia a sfondare quota 100 miliardi di euro, ma che è ben conosciuto dai nostri alti burocrati, massimamente concentrati nel difendere gelosamente il sistema paese. Il Governo Monti si è impegnato, pur di saldare almeno 40 miliardi di euro quest’anno, a toccare il deficit pubblico al massimo consentito del 2,9%. Ciò non dà respiro solo all’economia reale ma anche alla finanza nostrana che, seppur con crediti in sofferenza che devono essere fatti rientrare per i vari Basilea, cerca di sostenerla.
  2. evasioni di Stato per 30 miliardi € di mancati pagamenti dei contributi ai dipendenti pubblici. Questo elemento ha portato alla fusione tra la disastrata INPDAP e l’INPS.
  3. rimborso ad aziende e liberi professionisti di pagamenti IVA oltre il dovuto per 10 miliardi di euro.

L’emersione di tale nero di Stato, pericolosamente vicino alle stime (150 miliardi di euro) che organi dello stesso Stato Italiano facevano a proposito dell’evasione privata, sono la prima prova di una volontà magari non evidente altrimenti ma condivisa di riordino reale dei conti pubblici.

Questa volontà è ciò di cui c’è bisogno per attrarre investimenti esteri, il vero indice della credibilità internazionale dell’Italia, prima che prendano piede risposte populistiche quali il reddito di cittadinanza o il salario minimo garantito, populiste perché declinate all’italiana e non alla scandinava, quando già oggi sappiamo che in un’economia dinamica spesso le forme parassitarie non sono giustificabili. Solo mettendo nelle giuste condizioni gli italiani e gli stranieri di credere-investire nel nostro Paese potremo sapere se tale fiducia c’è e funziona. A prescindere dalle macchinazioni strettamente politiche.