Quali diritti

C’è in Italia una legge che dice che se sei per strada, ed hai un bisogno da fare, o vai in un bagno pubblico e paghi, o vai in un esercizio pubblico, come un bar, e diventando cliente mediante una consumazione l’esercente non può dirti di no.
In altre parole, se non vuoi dare adito agli atti osceni in luogo pubblico devi pagare, eppure si chiama bisogno proprio perché tu hai bisogno di liberartene. Bene.
Ci sono chiaramente zone in Italia, per esempio non solo Roma ma buona parte del Lazio, in cui il barista o l’albergatore non fa storie, nonostante abbia il diritto di negarti il bagno, e ti fa andare.
Personalmente, di solito all’uscita consumo. Non chiedo nulla all’ingresso, ma all’uscita normalmente capita che io divenga cliente del bar, a fronte comunque di un diritto che non mi viene riconosciuto dalle leggi vigenti, quello per il quale ho la possibilità di non farmela sotto girando per una città (ieri a Montecatini Terme, che per molti versi non m’è sembrato esattamente un luogo ospitale, un luogo aperto, un luogo generoso). Il diritto cioè alla dignità del mio corpo. Alla sua presentabilità. E il diritto che gli altri hanno al mio rispetto verso di loro, anche attraverso questa mia presenza dignitosa.

Vista di Montecatini Terme da Montecatini Alta

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Il lavoro, lo dice la carta costituzionale, cioè la nostra legge fondamentale (fondamentale ma non sorgente ultima di diritto, attenzione) è un diritto. Un diritto di tutti.
In realtà non è così. Non è così perché i posti migliori sono stati presi prevalentemente da coloro che non sono nel bisogno.

Se ci pensiamo, ogni diritto è la risposta a un bisogno universalmente riconosciuto. Non un capriccio o una voglia, ma un bisogno. Il bisogno di una vita dignitosa è il papà di tutti i bisogni specifici da cui partono i diritti. Una vita dignitosa condotta dai suoi membri fa di un aggregato umano una società civile.
Attenzione: questo passaggio è fondamentale. Non una possibilità a una vita dignitosa rende civile la nostra società, ma la prassi realizzata. Una vita effettivamente e verificabilmente dignitosa vissuta da parte di ognuno dei suoi membri avrebbe reso l’Italia un luogo civile in cui vivere.

Prima ho scritto che Montecatini Terme, come tante città italiane, soprattutto a nord, non è una città ospitale. Per ottemperare a un bisogno fondamentale, che non è il mangiare e non dipende dal lavoro, devi pagare. Se hai fame puoi rimandare per un tempo ragionevole, andare a casa, mangiare, ovvero prendere pochi euro, scendere a un alimentari, e organizzarti. Se hai un altro tipo di bisogno corporale non hai il tempo. Oppure potresti essere nauseato dal cibo e desiderare solo d’andare al bagno.

Ecco. L’Italia è in queste condizioni. Abbiamo una Costituzione che “promette” 60 milioni di posti di lavoro. A parte che dovremmo metterci d’accordo sulla differenza tra lavoro e schiavitù. Le ultime controriforme hanno tolto sempre più dignità alle nuove generazioni.

Si dice che il grillismo sia una nuova forma di fascismo. Forse lo si dice con uno sguardo alla storia. Perché già una volta una parte ricca e\o avida e\o incapace di questa Italia non riconobbe il diritto ad esserci di un’altra parte, reduce dalla guerra, che cercava nella pace di ricollocarsi per soddisfare i propri bisogni.
Per esempio, il tuo diritto a scioperare non può ledere il mio diritto ad andare a lavorare. Tu non hai diritto di chiamarmi crumiro, e di trattarmi come un traditore e un sabotatore della working class.

Ma nel nostro caso c’è, se è consentito, un sonno della ragione peggiore. Perché si tagliano i diritti delle giovani generazioni, ovvero del nostro futuro. Le giovani generazioni hanno precario tutto, per via della redistribuzione della ricchezza a livello globale che sta facendo uscire, anche a nostre spese, enormi nazioni dal terzo mondo. Le giovani generazioni, per via del riconoscimento di importanti ma non prioritari diritti di altri, vedono precarizzata tutta la loro vita. Non c’è nulla di quanto la vita prometta che sia stabile (e la Costituzione, dispiace dirlo, in questo supera di molto Berlusconi). Di stabili ci sono dunque solo le spese. Spese che diventano la rendita di posizione di chi non ha altrettanto bisogno, e quindi diritto, di te.

E qui arriviamo al grande inganno. Ci sono categorie sociali così forti economicamente da non aver bisogno di vedere riconosciuti i propri diritti. Perché se li prendono comunque, con la forza dei propri mezzi finanziari. I diritti sono i bisogni dei poveri, di coloro che cioè non hanno l’autosufficienza di provvedere ad essi in altro modo, riconosciuti dallo Stato e dal consesso civile.
Eppure, la Costituzione Italiana riconosce gli stessi diritti per tutti. Il che può essere vero su alcuni diritti, meno su altri. Il diritto per esempio a parcheggiare l’auto non può essere oggetto di discussione all’interno di uno stato civile. Ma lo stato di diritto, di fronte alla mancanza cronica di lavoro, non può proseguire tassando i ricchi come a punirli affinché i poveri possano continuare ad essere tali. Non si va da nessuna parte così.
Perché l’uguaglianza funziona anche alla rovescia: un ricco OGGI ha gli stessi diritti di un povero, e state pur certi che li userà tutti. In altre parole, il welfare seguito alle grandi battaglie ottocentesche oggi favorisce chi non ha bisogno d’esserlo, avendo già del suo.
Redistribuire attraverso le tasse è profondamente sbagliato, perché ingenera il concetto di fisco nazionale più a buon mercato tra i tanti in circolazione. Si guarda cioè al fisco di uno stato come a un fatto che conviene o meno tenere nella propria carta d’identità. Nel caso divenisse troppo oneroso, si reagisce fuggendo, ossia staccandosi individualmente (si cambia cittadinanza) o collettivamente (il Veneto il 6 Ottobre vota per la propria indipendenza dal resto del Paese).
Al contrario, bisogna redistribuire attraverso il lavoro, non il lavoro privato, ma quello statale. Stiamo parlando di un’utopia. Significa infatti un nuovo  patto tra gli italiani, in cui a essere precari siano coloro che possono permetterselo e non più, come oggi, e sono sempre di più, quelli che hanno nel lavoro l’unico mezzo per andare avanti.

Se l’Italia è in crisi è proprio per l’incapacità da parte di alcuni di accettare la presenza degli altri. Che siano quelli che hanno voglia di lavorare e non di scioperare a oltranza e coattamente, o gli ex combattenti di una guerra che stentano a ritrovare il ruolo sociale che avevano nella loro vita precedente, o le nuove generazioni di giovani che per la prima volta stanno peggio dei loro padri.

Non sai che latrina troverai, ma sai che c’è almeno un caffè da pagare.
E non è giusto.

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