Vecchie rimembranze

Quando ero a scuola, c’era un prof laureato in ingegneria che ci spiegava di come gli studenti del classico fossero più favoriti degli altri all’università.
La ragione era nello studio di una lingua morta, di particolare complessità, lontana dal costrutto dell’italiano di una frase formata da soggetto predicato e complemento. Questa lingua era il greco antico.
Allora c’era un livello di consapevolezza diffuso minore di oggi in giro, molto è stato scoperto nel frattempo (vent’anni e più sono un intervallo enorme nel mondo contemporaneo) e a noi adolescenti ci parve più una boutade tipica del personaggio. Insomma, lo contestammo nel merito, obbligandolo ad argomentare le sue convinzioni.

Certo, con il senno di poi so, da pubblicazioni specialistiche, che aveva ragione: la conoscenza delle lingue è il maggior allenamento e pungolo per l’intelligenza. Usare una lingua che non è la propria attiva nuove zone del cervello, che noi sottoutilizziamo nel quotidiano. C’è la logica, e dunque una facoltà utile nelle matematiche, così come la fantasia e l’immaginazione, qualità fondamentali per l’intelligenza, insieme alla curiosità (per i nuovi vocaboli, per ottenere nuovi amici di penna, come si diceva quando ero piccolo, ovvero oggi nuove amicizie sui social network). E tanto altro ancora.

Con il senno di poi mi spingo anche più in là. L’introduzione di un ambiente di studio diverso dalla scuola nelle nostre menti da parte di un insegnante, seppure in prospettiva, era funzionale. Lo so oggi. Era cioè invito a seguirne le orme, a completarci con una laurea, a non smettere di migliorarci.

Non smettere di migliorarsi è la differenza tra chi governa e chi è governato. E non è detto che chi governa lo faccia a scapito dei suoi governati: a volte sono quest’ultimi che amano le catene, l’anello al naso, la palla al piede. Perché, in maniera malata rispetto ai propri modelli, li fa sopravvivere per inerzia, senza vera fatica, senza rimettersi in gioco totalmente.
Senza il metallo addosso si sentirebbero nudi, esposti alle intemperie della vita, senza strumenti per costruirsi un riparo, un morbido asilo, un santuario di se stessi.

Anche per quel che riguarda le realtà provinciali, e l’Italia lo è a ogni latitudine, il confronto con aspetti lontani dal proprio vissuto apre prospettive e opportunità. E’ una società aperta e ospitale quella che crea, mentre una società chiusa è solitamente divisa in caste. Difficilmente in una società chiusa puoi parlare di aperture: nel migliore dei casi verrai visto come uno spacciatore di utopie. Eppure, quelle stesse idee che non vengono vissute come necessarie sono la medicina, inizialmente amara, per far uscire un’economia in crisi cronica, ossia una economia povera, dalla propria condizione. Che può essere una condizione di partenza, a patto di rinunciare alla visione distorta della rendita di posizione e della vita da pubblicità del Mulino Bianco che, in sogno, li ammorba tutti.

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