Appunti di storia del vittimismo

Al volo, perché ho premura di arrivare al punto, dirò che l’uomo in quanto animale sociale ha sempre messo in campo dalla notte dei secoli strategie psicologiche e sociali per farsi strada nella vita.
La prima che mi viene in mente è il rapporto privilegiato che alcuni uomini ovviamente dotati hanno dichiarato di avere con l’amico_immaginario-estensione_del_proprio_io (dio), dando in questo modo una svolta alla propria vita usando la naturale e istintiva superstizione a cui i loro simili si aggrappavano spinti dall’ignoranza e dall’irresponsabilità.
Altre “qualità” possono venire in mente: il carisma per chi era a capo di un esercito, la capacità di persuasione, o anche il saper incarnare un sentimento al massimo grado.

Nel post sulle differenze geopolitiche tra regimi totalitari, ho lambito un aspetto che s’è poi fatto strada tra le masse dopo la seconda guerra mondiale. In senso opposto, ma spinti dalle stesse pulsioni, Italia e Germania si lagnavano nel periodo tra le due guerre con gli alleati, con la Società delle Nazioni, delle proprie difficoltà. L’Italia parlò di vittoria mutilata e di terre irredente, Weimar e poi il nazismo chiedevano lo spazio vitale.

In particolare, il vittimismo nazista assecondato dalla Gran Bretagna farà dire da Mussolini: “Mi serve solo qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”, anche se la partecipazione italiana alla Seconda Guerra Mondiale, necessità imposta per non avere la Germania che invadeva l’Alto Adige e si riappropriava di Trento e Trieste, come poi in effetti farà con Salò, fu ben oliata dalle promesse di Churchill (Nizza, Savoia, Tunisia, Terre Irredente…).

Tutto questo si trasformò nella seconda guerra mondiale nella ragione che gli ebrei sopravvissuti opponevano a quanti, nei paesi anglosassoni soprattutto, tendevano la mano ai vecchi nazisti in chiave antisovietica.

Tuttavia, a me non preme qui farne una disamina politica. Dirò che perché, giusto o meno, il vittimismo prenda piede ci dev’essere una convinzione diffusa che tra coloro che si lamentano ce ne sono alcuni che vanno accontentati.

Oggi per esempio Israele, cui volenti o nolenti siamo debitori in parte della nostra cultura, riscuote le simpatie del mondo occidentale e di riflesso di tutti gli altri specie nel Giorno della Memoria, in cui tutto l’Occidente fa mea culpa delle proprie responsabilità di segregazione e razzismo sfociate, attraverso la diffusione di tali idee balorde nella mitteleuropa di fine Otticento, nella tragedia immane del nazismo.
Il quale non fece solo Shoah degli ebrei, ma perseguitò i diversi di tante diverse categorie (omosessuali, zingari, dissidenti politici, menomati fisici eccetera). Ci fu un periodo addirittura, un periodo iniziale del regime nazista, pericolosamente (per l’Italia e il rispetto del Trattato di Versailles) vicino alla Gran Bretagna, in cui lo stato tedesco incoraggiava gli ebrei nel ritornare in Palestina, pagando loro il viaggio. Chiaramente, c’è da dire che Israele comincia la sua storia contemporanea con il protettorato britannico di inizio secolo del Vicino Oriente, e con la formazione di uno stato ebraico subito dopo la prima guerra mondiale.
Io non sto qui a dire che quei sei milioni di ebrei non furono effettivamente uccisi. Prendo per buona la cifra, ma rifletto sul fatto che quelle sei milioni di persone erano gente comune, mentre i “ragionamenti” che le gerarchie naziste davano in pasto al popolo tedesco, affamato, non più ragionevole, erano che ci fosse un “nemico interno” fatto di banchieri, di strozzini, di gente che non lavorava ma affamava i lavoratori e i contadini con speculazioni finanziarie di ogni tipo.
Per chi ha letto il Mein Kampf e conosce i Protocolli dei Savi di Sion sa che il testo hitleriano, probabilmente ispirato dall’anglofilo Rudolph Hess, ricalca la misteriosa pubblicazione russa.
Succede in pratica che si fanno fuori sei milioni di ebrei poveri, di ebrei CHE LAVORAVANO come tutti gli altri, con fatica, con rischio delle proprie risorse, molti dei quali simpatizzavano per il partito nazionalsocialista dei lavoratori e lo votavano, affinché quelle poche decine di famiglie ebree storicamente ricche e\o coinvolte nella formazione dello Stato di Israele possano, attraverso il proprio vittimismo (ma a morire erano stati i parenti poveri…) fondare allo stesso tempo la finanza internazionale per come la conosciamo oggi e quel cuneo di occidente all’interno del mondo arabo.

Scrive per esempio Ben Gurion, ed è pensiero politico che rispetta gli standard dell’epoca (vedi parallela affermazione di Mussolini che ho riportato poco sopra):

Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele.

Come si vede io non faccio un discorso politicamente schierato. Parlo, magari sbagliandomi, dell’essere umano in quanto tale.

Nel secondo dopoguerra il “premio” che i “perseguitati” ebbero fece capire ad alcune categorie particolari dei popoli occidentali che lagnarsi pagava. In Italia lamentarsi è uno degli sport nazionali. Tutti ci lamentiamo, “tanto peggio tanto meglio” “si stava meglio quando si stava peggio” “piove governo ladro”… tutto è scusa che legittima l’irresponsabilità latente del cittadino italiano, il quale spesso si fa suddito e si cerca un padrone (che poi appenderà a testa in giù quando non potrà più servirsene) per non assumersi la diretta coscienza della propria vita.

Altra categoria che campa sul vittimismo e la femminista: “sono criticata e colpita nel mio essere donna” è una lagna fastidiosissima.
In questo periodo, ed è giusto che sia così. si parla di femminicidi. Naturalmente si evitano di elencare alcune cose:

  1. I femminicidi sono nell’ordine di uno o due centinaia l’anno, le morti per incidenti stradali (che hanno radice nella psiche di un popolo) sono oltre tremila l’anno e le morti per incidenti sul lavoro sono oltre il migliaio l’anno. Così come avviene per gli ebrei ( si parla dei sei milioni di ebrei morti per mano nazista, non si parla dei milioni di morti russi, gay, zingari e diversamente abili, nè dell’uccisione di dieci milioni di nativi americani fatta da Washington pochi decenni prima, né dei morti dovuti al colonialismo britannico, nè di quel milione di armeni uccisa dalla Turchia, nè di Sabra e Chatila…) c’è una sovraesposizione mediatica del problema femminicidi e una sottovalutazione, innanzitutto in sede legislativa, delle morti bianche e delle morti per incidenti stradali.
  2. Non si scrive che le donne non fanno lavori che non siano sotto un tetto e seduti. E che quindi in quelle morti bianche la maggior parte veda uomini cadere da impalcature.
  3. Stessa cosa negli incidenti stradali: le donne sono più benviste dalle assicurazioni perché fanno meno km con la macchina. In altre parole, rischiano meno.

:(

Oggi ho fatto file e commissioni in giro. In particolare ho cercato un particolare tipo di monitor, senza riuscirci.
Fiaccato sono stato rinvigorito dall’acquisto in offerta di un doppio CD di musica nativo americana.
Lo so, avrei dovuto tirare una linea interpretativa tra questi due eventi.
Quando sono tornato a casa, ho trovato la morte di Ray Manzarek tra le notizie.

Un’interpretazione personale dell’Infinito leopardiano

Giacomo Leopardi

L’infinito
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare»

Giacomo Leopardi ha sempre bisogno di una presentazione. Perché è così grande, così universale, così profondo che ogni cosa detta e scritta su di lui rischia di essere sia banale sia in senso divulgativo rivelatrice anche solo di un aspetto secondario, e tuttavia affascinante, di questo Poeta che, pur lottando con altri giganti, li vince e rende insieme a Dante immensamente grande la letteratura e la cultura italiana.

Così è per questo quasi sonetto: l’Infinito poteva aspirare a una forma poetica che all’epoca e anche oggi suonava come armoniosa e in un certo senso sferica. Già qui si ha la percezione di una fuga in avanti, di una spinta, di una porta che si apre: il lettore medio (e lo studente medio) cerca con l’orecchio uno schema ritmico di rime che non si appalesa, mentre i periodi vengono scanditi dal continuo uso di “questo” e “quello”, segno che molto poco è lasciato all’immaginazione se non il senso stesso di ciò che si vede e si sente.

L’ermo colle, probabilmente il Monte Tabor, richiama alla mente dell’uomo occidentale il Monte della Trasfigurazione di Cristo, ed è già tutto dire. Qui la realtà si trasfigura per mostrarsi quale realmente è. Qualche anno prima William Blake scrive:

The imagination is not a State: it is the Human existence itself.

L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa

e

If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite. For man has closed himself up, till he sees all things thro’ narrow chinks of his cavern.

Se le porte della percezione fossero purificate ogni cosa apparirebbe all’uomo quale è, infinita. Perché l’uomo ha rinchiuso se stesso, e così guarda alle cose attraverso le strette fessure della sua caverna.

Ora, noi ignoriamo se le idee di Blake siano arrivate durante quel periodo di tentativo di unificazione europea politica e culturale alle orecchie del bibliofilo (e a rischio di filologia) Leopardi (padre e figlio). Però sono uno dei primi segni di un’epoca, la modernità, che esce dallo sconcerto pascaliano per gli spazi sterminati dell’universo, e ne fa la propria casa intellettuale.
Possiamo immaginare Giacomo ascendere al Tabor per sfuggire sensorialmente alla propria caverna, la biblioteca del padre, e assaporare l’infinita realtà.
E qui io mi sento di fare un appunto a tutti gli attori italiani che recitano Leopardi pensando di dover interpretare un misantropo, un pessimista iettatore e quasi compiaciuto del suo ruolo funereo. Infatti, quando leggo l’Infinito leggo la cronaca di una scoperta prima evocata per un ospite immaginario (il lettore, chi altri?) e poi rivissuta, rinvigorita nuovamente. Una scoperta che è una conquista.
Leopardi in questo senso è più simile a un hippie che ha appena scoperto il suo aleph borgesiano non attraverso l’uso lisergico di qualche pianta del deserto messicano, ma con la lettura degli specchi e del gioco di specchi che sono i libri.

Da quegli spiragli di caverna esce, ascende al suo essere cosmico, già fuori dal tempo terreno.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

Proviamo a immaginare Gesù Cristo. Gesù Cristo che si trasfigura sul Monte Tabor, quello palestinese e non marchigiano, e parla agli apostoli in maniera cosmica, fuori dalla propria umanità, ma con un punto di vista che pure non esclude la condizione umana da sè, che la supera ma non la rinnega. Tutto questo è racchiuso in quel “fu”, in quel passato remoto, come se l’abitudine alle passeggiate solitarie e alle soste su quella cima fossero riassumibili a un unico istante luminoso.
Il “caro” invece è consolatorio, perché legato a un ricordo di trascendenza che ancora non è evidente, ancora non prende la mente del Poeta. Il Poeta conosce quel ricordo, lo evoca come per farne divulgazione, ma poi ne verrà preso lui stesso, lui sarà primo lettore ideale di se stesso.
Nella Filosofia della Composizione, Edgar Allan Poe parla della genesi della sua letterariamente fortunata poesia “Il Corvo”. Uno degli ingredienti di somma poesia, racconta, è la rimembranza. La rimembranza di una donna bellissima, desiderata e amata dal Poeta. Soprattutto, il ricordo tragico e coinvolgente della sua assenza, del suo non esserci più.
Tutto questo è superato positivamente da Leopardi. Il valore dell’intuizione dell’Infinito, della visione (assurdo che li si descriva come immaginari) di “sterminati spazi” “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete” sono tali da rendere valida, significativa, coraggiosa, valorosa una vita già solo come trampolino di lancio, di cui il “colle” diventa figura retorica.
Leopardi può dire così che la sua stessa vita terrena gli fu cara, perché gli fece intuire e poi vedere qualcosa in più.

Proviamo allora a camminare con il Poeta, ad ascendere insieme a lui sul colle. Siamo arrivati, c’è uno spiazzo, una grossa siepe (che non è selva oscura, ma è illuminata sempre dal sole a ogni ora del giorno) non nascosta da alcun altro impedimento. La siepe nasconde, ma annuncia. E il Poeta, che ci aveva invitato, che ha richiesto la nostra compagnia, alza il braccio per indicare, gesticola, mostra. Mostra qualcosa che è sempre stato lì, che la nostra mente rapita dalle piccole cose del “natio borgo selvaggio” ha trascurato, ha dato per scontate. Piccole non fisicamente, ma significativamente. E invece il Poeta ce ne rivela un valore enorme.

Noi siamo lì, insieme a lui. Apre la mano destra, come a volerla poggiare sulla testa di un bambino, e ci parla del colle. Poi agita maestosamente le braccia, come a scostare le tende, e ci parla della siepe. E vogliamo parlare dell’ultimo orizzonte? La siepe è l’orizzonte prossimo: l’altro, lontano, ugualmente non cela senza annunciare, senza fare vedere.
La vera lontananza è dal chiasso della mediocrità e dell’invidia umana: miserabilitudine, la chiamerebbe Sciascia. Tornano alla mente gabbiani e albatri, gli inni alla libertà di tutte le epoche. Di più, il Poeta è immagine di se stesso, l’Uomo è immagine di se stesso. Gli spazi interminati sono sondati da tre secoli di osservazioni celesti, di cannocchiali, di viaggi intorno al mondo. L’ultimo orizzonte è domato, è schiacciato dal cielo stellato, dalla nuova dimora, abitata o meno dalla divinità, cui l’uomo ascende.
In un pensiero dello Zibaldone Leopardi dice che un uomo può ben dire d’esser stato in un posto per il solo fatto d’averlo visto dal vivo: non ha cioè bisogno di calpestarlo con le proprie suole. Altrimenti ci sarebbero punti di casa, piccoli angoli incalpestabili, in cui non saremmo stati mai, non abbiamo abitato mai. E la Terra orbita, e il Sole orbita, e la Galassia si muove con il suo gruppo locale. A velocità spaventose, percorrendo distanze immani ogni attimo. Superato il concetto fisico di inerzia, ce ne rendiamo conto. Superato il limite dei sensi, troviamo lo splendore della nostra ragione a sostenerci, a completarci. Niente è rinnegato: i sensi stanno al loro posto, la ragione al suo, la nostra anima cosmica è lì ad avvolgere tutto.

Spazi e silenzi sono ben altra cosa dalle quattro mura di casa, la quiete del colle è ben diversa da quella di un luogo di letture. Con questa base reale il Poeta rigenera se stesso, rinasce. E tutto questo processo interiore è concettualizzato nel “fingo”. “Io nel pensier mi fingo”: Rimbaud dirà “Io sono pensato” in una lettera a un amico, e qui il Poeta parla con noi. La sua realtà interiore non è la nostra, perché ha un elemento di soggettività che a noi apparirebbe finto. Leopardi allora dice: non credere che la mia sia una rigenerazione oggettiva, a cui non ho partecipato. Io ho plasmato il mio nuovo io, anche se a te suona finto. Però ti dico che la via, fatta di infiniti, è necessariamente universale, è percorribile anche da te. Come il mio nuovo Io è presente a me stesso, è rappresentato a me stesso e quindi è realtà interiore per me stesso, così può essere per te.

Stiamo parlando di uno dei vertici, se non il più grande, di tutta la poesia mondiale, secondo quantomeno lo spirito occidentale, nel solco della lotta titanica che la cultura occidentale sta conducendo da tremila anni con la condizione umana. Lo spirito occidentale non lascia le cose come le ha trovate, non si accontenta. Lo spirito occidentale ha bisogno di conquistare, e lo fa in maniera spesso violenta. Violenta è per esempio la distanza che Leopardi mette tra se e Recanati, la sua caverna, la sua prigione. La sua è una storia di ribellione. Disgraziatamente la medicina dell’epoca non ha supportato la sua salute malferma. Ma l’ideale che qui enuclea è servito anche alla medicina, ad allungare di qualche decina d’anni la vita media degli esseri umani. E’ servito ad andare sulla Luna, a sperimentare nuove tecnologie in assenza di gravità, a parlare dello spaziotempo, a riflettere sul tempo come dimensione percorribile anche a ritroso.

Leopardi è consapevole, improvvisamente. Come se avesse ricevuto, da se stesso e grazie all’abbattimento delle barriere, una illuminazione sul tutto. La vertigine non lo assale in maniera definitiva come accade a Pascal, e basta un refolo di vento tra le piante della siepe, sotto le sue mani, docile come un cane di campagna, a parlargli dell’eternità, del chiasso e del clangore delle epoche passate, del sic transit gloria mundi, e della propria epoca, reale, più reale di ciò che i recanatesi vivevano galleggiando. Egli non parla più al passato remoto, ma al presente. E’ dentro, è entrato. Non è più sopra le cose, ma è dentro ogni cosa. La vive e la sente viva, ne sente il respiro, i limiti, i capricci, i bisogni. Percepisce. Il suono, l’equilibrio, l’armonia lo seducono al punto che il “caro” dell’inizio, riferito al colle e alla siepe, diventa eufemismo.

Ora il Poeta ha le mani sulle foglie della siepe, come ad accarezzarla. Non è stanco, non ci si poggia sopra. Non ricorda, non spera. Vive l’attimo fuggente, lo vive perché lo ha afferrato. L’attimo è solo un anello, nelle sue mani scorre tutta la catena. L’Infinito di Leopardi è vertice della poesia mondiale e orgoglio per ogni italiano anche perché tante strade letterarie incrociano qui. E’ uno dei luoghi dell’anima. A partire dall’arethé che Aristotele ideologizza per insegnarlo ad Alessandro, fino a un postmoderno che non s’arrende al foglio bianco, per non parlare delle scienze esatte che finalmente si liberano dal giogo della pseudoetica con secondo fine della religione. Qui c’è il valore della vita, della dignità, della libertà, della ricerca (trovata!!) della felicità e della serenità. L’accettazione piena e consapevole dell’esistenza umana. Non è religione, non è filosofia, non è psicologia. Si chiama poesia.

L’io del Poeta, sequenza dei nuovi pensieri che abbiamo descritto, a questo punto s’acqueta, si riposa. Muore non più per risorgere, ma per vivere nel Tutto. Non c’è né morte assoluta né dissoluzione post mortem, ma una partecipazione attiva a tutte le vite che compongono la nostra vita. Il percorso non finisce, al contrario si moltiplica.

Perché, attenzione, il “naufragar dolce” non è annegamento, così come il parto dolce evita se possibile il dolore, o l’atterraggio dolce attenua le scomodità dell’interruzione del volo. Leopardi aveva certamente notizie di naufragi dalle cronache e dai giornali dell’epoca, e sapeva distinguere tra un naufragio che si risolve felicemente e uno che finisce in tragedia. Il mare (conquistato! “questo”) è l’immagine dell’incommensurabile spaziotempo a cui il Poeta approda. Il mare è esso stesso approdo. Il Poeta naufraga, plana dolcemente perchè in “questo mare” impara a diventare pesce, salvandosi.

E non stupisca che un altro autore, Rimbaud, qualche decennio più tardi ricorra alla stessa figurazione del mare e dell'”ultimo orizzonte” per parlare delle stesse cose.

L’Éternité

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise : enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Mai 1872

L’Eternità

È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte così nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dai comuni slanci
Lì tu ti liberi
E voli a seconda.

Poiché soltanto da voi,
Braci di raso,
Il Dovere si esala
Senza dire: finalmente.

Là nessuna speranza,
Nessun orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che cosa? – l’Eternità
È il mare andato via
Col sole.

Maggio 1872

E Giovanni Pascoli userà queste “immensità” nel suo semisconosciuto poemetto

Alexandros

I
– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,

l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!

Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

IV

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:

soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell’immenso piano,

come trotto di mandre d’elefanti.

VI

In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

“Il sogno è l’infinita ombra del vero” è il nucleo della tragedia di Alessandro, che percorre la terra in cerca del limite orizzontale, e trovatolo non sente di avere più scopo, rivelando la propria ingordigia e incapacità di trarre tesoro dalla vita che ha incontrato (e spezzato). Lo stesso sogno diventa parvenza di luce, di rappresentazione, nella “caverna” dove Olimpiade sogna e ha esotericamente iniziato il figlio a fare altrettanto, dandogli un’educazione antitetica a quella aristotelica.

Ritroviamo anche in Montale il mare – “eterno” e verso cui salpare – a segnare su carta la seguente

Casa sul mare

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido…
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Ma non voglio dimostrare che la “via universale” leopardiana passa per sole, mare, “ultimo orizzonte” con le sole dimostrazioni a posteriori. Per esempio, il riferimento a un orizzonte ultimo e alle costellazioni che cela ma rivela è antichissima: l’Orizzonte di Cheope è uno dei nomi con cui veniva chiamata la piana di Gizah, e diversi scrittori in epoca recente hanno manifestato la grande similarità tra le sue piramidi e la cintura di Orione, con la Sfinge a fare da richiamo della costellazione del Leone.

La Casa degli Spiriti di Isabella Allende

La tv passa il trailer di un film con Meryl Streep, Wynona Ryder, Jeremy Irons e Antonio Banderas (e Vanessa Redgrave 😉 ).
Mi sono andato a leggere il plot del romanzo dal quale è tratto. Pensavo che Isabella Allende fosse la classica parvenu della letteratura, l’imboscata figlia di un politico famoso ancorché morto.
Ovviamente nella Casa degli Spiriti c’è, tra le righe, il suo sentimento di figlia di una vittima della violenza politica. Ma il romanzo s’annuncia essere molto di più.
Sono stato educato a pizza e coca cola e mi piacciono i film e i libri americani, a lieto fine, i film cioè di Bruce Willis o i libri quantomeno di Dumas. E non credo d’avere la forza di spirito per leggere una vicenda tanto dolorosa.

Un simpatizzante di dx potrebbe dire che la Casa degli Spiriti è una narrazione inverosimile, con i suoi continui riferimenti all’esoterismo e al soprannaturale. Ma dimenticherebbe un particolare: gli spiriti sono l’appiglio di tutte le protagoniste femminili, nonna madre e figlia (una sequela simile a La Figlia di Mistral) VERSUS il mondo sporco e violento degli uomini, che non solidarizzano ma si scontrano. E gli spiriti in Italia sono i santi, le anime del purgatorio, certi approcci a Padre Pio: e sempre le donne sono in prima linea a cercare, a esplorare un paradiso di quiete dalle sofferenze terrene.

Ecco, quella possibile obiezione, obiezione politica, obiezione ideologica, andrebbe a sbattere contro il compito stesso di un romanzo, che pur in una via dolorosa per me difficilmente percorribile fatta di conseguenze sulle donne dell’incoscienza maschile approda all’elevazione del lettore.

La vera sterzata mistica però la Allende la da all’antagonista maschile, al colpevole di tanta infelicità, che nel suo essere senile, e senza scoprirlo, senza cioè esserne cosciente, riprende in mano il destino della propria famiglia e approda a una morte degna della visione di un mondo che gli era sconosciuto, accompagnato da una Beatrice che gli era in fondo sempre rimasta accanto e del cui splendore non riusciva ad accorgersi, accecato dalla sua ansia di possesso sulle cose e le persone.

Una politica schizoide

Torno a scrivere dopo qualche settimana di vicende che, se si trattasse di una partita di calcio, sarebbero al cardiopalma. In questi giorni ci sono stati continui capovolgimenti di fronte, tra due candidature opposte (Marini vs Prodi) e la successiva rielezione di Napolitano (che della casta è espressione da sempre), il secondo governo di scopo, stavolta pienamente politico, tra PD e PdL, con a capo il nipote del factotum di Berlusconi e come vice un suo avvocato.
L’alleanza tra PD e PdL è un trait d’union della politica di partito di Berlusconi, a cui teneva fin da prima della discesa in campo, ma è stata propiziata dal progressivo autoallontanamento del suo nemico di sempre, quello che chiama la tessera numero uno del PD, e alla cui residenza fiscale svizzera allude quando parla di meritarsi una medaglia per tutte le tasse pagate dal gruppo Fininvest.
E poi ci sono stati altri colpi di scena: per esempio il primo ministro nero, zittito dai fatti di Milano, ed è cronaca di questi giorni, dove un picconatore ghanese fa tre morti e dimostra nei fatti ai populisti di sinistra che per essere impiegato pubblico bisogna aver studiato, e che l’analfabetismo anche se di colore non va premiato mai.
O come la presidente della Camera, che manda la polizia a casa di un giornalista per una foto nature che ritrae altra donna, presumibilmente non italiana. Cosa che nemmeno la Merkel, oggetto di simile scherzo pochi giorni prima, ha avuto in mente di intraprendere nei propri confini.
E’ particolare il caso della Boldrini: coloro che ha aiutato in passato rimangono lì, in attesa di altro aiuto. Un aiuto che le ONLUS offrono con i nostri soldi da almeno trent’anni, e che non produce il risultato di avere nazioni africane che camminano con le proprie gambe, un aiuto cioè che si autogenera, malato, anziché eliminare la propria necessità.
E grazie a questa taumaturgia alla rovescia, attraverso il cui profluvio legittimante il bambino povero non rinuncia alla propria corona di spine, chi aiuta nelle modalità che ho descritto assume responsabilità di potere e teorizza la non criticabilità da parte del corpo elettorale del proprio operato, ovvero la propria impunità.

Ma la Boldrini è lì come foglia di fico di un’alleanza PD-SEL che non aveva probabilità di sfociare in un governo. SEL senza quell’alleanza non sarebbe mai entrata in Parlamento; il PD dal canto suo sin dai tempi dell’alleanza veltroniana con l’IDV sa che porta voti ai suoi alleati, sa cioè che l’alleanza con SEL avrebbe tolto un po’ di voti al Movimento 5 Stelle.
In altre parole, quello che sto dicendo è che ciò che la base del PD immaginava su Renzi (che tatticamente s’è messo apertamente su una posizione di non alleanza con il PdL) è stato compiuto, con Monti prima e con Letta poi, dalla “classe dirigente”, ossia dalla casta derogante e inamovibile piddina.

In tutto questo, come ragionano gli italiani che hanno deciso di non emigrare? Semplice: hanno visto che i grillini sono semplicemente dilettanti allo sbaraglio, che Grillo per quanto bravo nel comandare non ha legittimazione sul centinaio e passa dei suoi parlamentari, che la democrazia interna del M5S è risibile. In altre parole, l’unica risposta con sommo smacco per chi scrive è sempre la stessa, e spiega in parte l’accelerazione dei processi che la vedono imputata.