Appunti di storia del vittimismo

Al volo, perché ho premura di arrivare al punto, dirò che l’uomo in quanto animale sociale ha sempre messo in campo dalla notte dei secoli strategie psicologiche e sociali per farsi strada nella vita.
La prima che mi viene in mente è il rapporto privilegiato che alcuni uomini ovviamente dotati hanno dichiarato di avere con l’amico_immaginario-estensione_del_proprio_io (dio), dando in questo modo una svolta alla propria vita usando la naturale e istintiva superstizione a cui i loro simili si aggrappavano spinti dall’ignoranza e dall’irresponsabilità.
Altre “qualità” possono venire in mente: il carisma per chi era a capo di un esercito, la capacità di persuasione, o anche il saper incarnare un sentimento al massimo grado.

Nel post sulle differenze geopolitiche tra regimi totalitari, ho lambito un aspetto che s’è poi fatto strada tra le masse dopo la seconda guerra mondiale. In senso opposto, ma spinti dalle stesse pulsioni, Italia e Germania si lagnavano nel periodo tra le due guerre con gli alleati, con la Società delle Nazioni, delle proprie difficoltà. L’Italia parlò di vittoria mutilata e di terre irredente, Weimar e poi il nazismo chiedevano lo spazio vitale.

In particolare, il vittimismo nazista assecondato dalla Gran Bretagna farà dire da Mussolini: “Mi serve solo qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace”, anche se la partecipazione italiana alla Seconda Guerra Mondiale, necessità imposta per non avere la Germania che invadeva l’Alto Adige e si riappropriava di Trento e Trieste, come poi in effetti farà con Salò, fu ben oliata dalle promesse di Churchill (Nizza, Savoia, Tunisia, Terre Irredente…).

Tutto questo si trasformò nella seconda guerra mondiale nella ragione che gli ebrei sopravvissuti opponevano a quanti, nei paesi anglosassoni soprattutto, tendevano la mano ai vecchi nazisti in chiave antisovietica.

Tuttavia, a me non preme qui farne una disamina politica. Dirò che perché, giusto o meno, il vittimismo prenda piede ci dev’essere una convinzione diffusa che tra coloro che si lamentano ce ne sono alcuni che vanno accontentati.

Oggi per esempio Israele, cui volenti o nolenti siamo debitori in parte della nostra cultura, riscuote le simpatie del mondo occidentale e di riflesso di tutti gli altri specie nel Giorno della Memoria, in cui tutto l’Occidente fa mea culpa delle proprie responsabilità di segregazione e razzismo sfociate, attraverso la diffusione di tali idee balorde nella mitteleuropa di fine Otticento, nella tragedia immane del nazismo.
Il quale non fece solo Shoah degli ebrei, ma perseguitò i diversi di tante diverse categorie (omosessuali, zingari, dissidenti politici, menomati fisici eccetera). Ci fu un periodo addirittura, un periodo iniziale del regime nazista, pericolosamente (per l’Italia e il rispetto del Trattato di Versailles) vicino alla Gran Bretagna, in cui lo stato tedesco incoraggiava gli ebrei nel ritornare in Palestina, pagando loro il viaggio. Chiaramente, c’è da dire che Israele comincia la sua storia contemporanea con il protettorato britannico di inizio secolo del Vicino Oriente, e con la formazione di uno stato ebraico subito dopo la prima guerra mondiale.
Io non sto qui a dire che quei sei milioni di ebrei non furono effettivamente uccisi. Prendo per buona la cifra, ma rifletto sul fatto che quelle sei milioni di persone erano gente comune, mentre i “ragionamenti” che le gerarchie naziste davano in pasto al popolo tedesco, affamato, non più ragionevole, erano che ci fosse un “nemico interno” fatto di banchieri, di strozzini, di gente che non lavorava ma affamava i lavoratori e i contadini con speculazioni finanziarie di ogni tipo.
Per chi ha letto il Mein Kampf e conosce i Protocolli dei Savi di Sion sa che il testo hitleriano, probabilmente ispirato dall’anglofilo Rudolph Hess, ricalca la misteriosa pubblicazione russa.
Succede in pratica che si fanno fuori sei milioni di ebrei poveri, di ebrei CHE LAVORAVANO come tutti gli altri, con fatica, con rischio delle proprie risorse, molti dei quali simpatizzavano per il partito nazionalsocialista dei lavoratori e lo votavano, affinché quelle poche decine di famiglie ebree storicamente ricche e\o coinvolte nella formazione dello Stato di Israele possano, attraverso il proprio vittimismo (ma a morire erano stati i parenti poveri…) fondare allo stesso tempo la finanza internazionale per come la conosciamo oggi e quel cuneo di occidente all’interno del mondo arabo.

Scrive per esempio Ben Gurion, ed è pensiero politico che rispetta gli standard dell’epoca (vedi parallela affermazione di Mussolini che ho riportato poco sopra):

Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele.

Come si vede io non faccio un discorso politicamente schierato. Parlo, magari sbagliandomi, dell’essere umano in quanto tale.

Nel secondo dopoguerra il “premio” che i “perseguitati” ebbero fece capire ad alcune categorie particolari dei popoli occidentali che lagnarsi pagava. In Italia lamentarsi è uno degli sport nazionali. Tutti ci lamentiamo, “tanto peggio tanto meglio” “si stava meglio quando si stava peggio” “piove governo ladro”… tutto è scusa che legittima l’irresponsabilità latente del cittadino italiano, il quale spesso si fa suddito e si cerca un padrone (che poi appenderà a testa in giù quando non potrà più servirsene) per non assumersi la diretta coscienza della propria vita.

Altra categoria che campa sul vittimismo e la femminista: “sono criticata e colpita nel mio essere donna” è una lagna fastidiosissima.
In questo periodo, ed è giusto che sia così. si parla di femminicidi. Naturalmente si evitano di elencare alcune cose:

  1. I femminicidi sono nell’ordine di uno o due centinaia l’anno, le morti per incidenti stradali (che hanno radice nella psiche di un popolo) sono oltre tremila l’anno e le morti per incidenti sul lavoro sono oltre il migliaio l’anno. Così come avviene per gli ebrei ( si parla dei sei milioni di ebrei morti per mano nazista, non si parla dei milioni di morti russi, gay, zingari e diversamente abili, nè dell’uccisione di dieci milioni di nativi americani fatta da Washington pochi decenni prima, né dei morti dovuti al colonialismo britannico, nè di quel milione di armeni uccisa dalla Turchia, nè di Sabra e Chatila…) c’è una sovraesposizione mediatica del problema femminicidi e una sottovalutazione, innanzitutto in sede legislativa, delle morti bianche e delle morti per incidenti stradali.
  2. Non si scrive che le donne non fanno lavori che non siano sotto un tetto e seduti. E che quindi in quelle morti bianche la maggior parte veda uomini cadere da impalcature.
  3. Stessa cosa negli incidenti stradali: le donne sono più benviste dalle assicurazioni perché fanno meno km con la macchina. In altre parole, rischiano meno.
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2 thoughts on “Appunti di storia del vittimismo

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