Sette anni…

Quando il potente in Italia viene toccato dal “fato”, la classe intellettuale (prona) del nostro Paese tende a interrogarsi pubblicamente sui massimi sistemi.
Sta accadendo ultimamente con la cosiddetta sentenza Ruby. I maestri di pensiero (ops…) berlusconiani si fanno delle domande (che evitano alacremente per qualsiasi altro cittadino italiano) a cui i maestri di pensiero che odiano Berlusconi (tra cui quelli che amano De Benedetti, altro “benefattore” del fisco italiano) corrispondono reazioni uguali e contrarie.
Basterebbe ascoltare un Ferrara a caso per capire che la coerenza non abita dalle parti della cortigianeria: stamane ad Agorà il direttore del Foglio si arrampicava sugli specchi su ciò che è cattolico e quindi perdonabile (si parlava di evasione fiscale) usando nell’arco del minuto di cronometro due pesi e due misure.

Quello che ci attende è però un superamento di tutto questo, una sintesi di posizioni falsamente antitetiche che mostri al popolo italiano che la classe politica per salvarsi doveva espellere il suo Silla. Berlusconi ha beneficiato enormemente dello Stato e delle sue leggi, del suo fisco, delle sue dismissioni, dei lacci che il legislatore poneva alla Rai, del processo lungo e del processo breve, delle prescrizioni fatte passare per assoluzioni, delle leggi ad personam, della quotazione in borsa di Mediaset che poteva andare in malora (e i debiti enormi della Fininvest non più saldati) se non si fosse fatto, lui che fino a un anno prima era sodale di Craxi, interlocutore politico in quanto oppositore della partitocrazia superstite di Tangentopoli.

Ma la storia esemplare del venditore di spazi pubblicitari alle più grandi aziende italiane pubbliche e private (monopoli… altro che rivoluzione liberale!!) non può non mostrarci come i potenti si difendono dall’uguaglianza che la legge impone, creando una “classe dirigente” di deroganti alle regole che sono, di fatto, aristocrazia.

E che cos’è l’aristocrazia? Perché ne abbiamo persa memoria, e non sappiamo riconoscerla. L’aristocrazia è fondamentalmente una classe di parassiti che senza tregua ci succhiano il sangue. Il parassita non conosce un giorno di sciopero, non sta un giorno a casa, non ama fare il disoccupato. Il parassita ama il suo lavoro. Il parassita istituzionalizzato ha per occupazione galleggiare sul lavoro altrui. E’ un passeggero che non usa gli scorrimano sull’autobus, ma s’appoggia ora a un altro passeggero, ora a un altro ancora, e sta in piedi usando i suoi simili come cuscinetto.

In altre parole, la sintesi del Governo Letta, e degli intellettuali di opposte fazioni che dialogheranno sempre più a telecamere accese si scontrerà (again) con la classe sociale dei tartassati dal fisco. Quelli che devono pagare il debito pubblico italiano creato per evitare, con i movimenti di piazza, la rivoluzione cruenta post tangentopoli (un milione di assunti tra il 1993 e oggi) e per mettere la parola fine agli anni di piombo (un altro milione di statali assunto negli anni Ottanta). Dall’altra parte la “classe dirigente”, inamovibile, e i quasi quattro milioni di dipendenti pubblici che la supportano e spesso ne fanno parte (in pratica un doppio lavoro…).

Infine, a Berlusconi interessa relativamente la galera: è vecchio, non la farà. Ma la “violenza” della condanna riguarda l’interdizione dai pubblici uffici, lui che da Presidente del Consiglio s’è inventato il Mubarak di turno sapendo dai servizi che il rais egiziano era prossimo alla defenestratura delle primavere arabe, e quindi aveva ben altre gatte da pelare.

Gli italiani normali, non ammanicati col potere, che si stupiscono per la severità dei sette anni non tengono conto del ruolo ricoperto. Fanno paragoni con Michele Misseri, o con Scattone per l’omicidio Russo. Sono paragoni fuori luogo. Qui abbiamo uno a cui è sempre piaciuto dimostrarsi per ciò che non è, un tombeur de femmes, conquistando non donne di suo pari grado ma le conigliette di Drive In e di tutti gli altri programmi Fininvest-Mediaset. Conquiste fin troppo facili, ma cominciate con la stessa tv commerciale. Conquiste effettuate poggiando sulla corruzione dell’animo umano, un gioco oltremodo facile in un paese che ha conquistato l’indipendenza troppo tardi, e che per mille e cinque cento anni è stato ingobbito dallo straniero e reso ipocrita da un clero che lo vessava e lo bruciava.
Conquiste proseguite poi da Presidente del Consiglio, un ruolo che se infangato porta al disfacimento delle istituzioni ed è giustamente vietato dalla nostra Costituzione.

Ecco il perché dei sette anni, o degli undici complessivi che finalmente sono emersi dopo vent’anni di congelamento della politica italiana per salvare una persona. Dovevano essere molti di più, dovevano esserci molte più sentenze. Soprattutto, dovrebbe essere chiaro a chiunque che il ricambio è indispensabile, che il limite di due legislature ovvia a uno dei mali più gravi del nostro Paese, la voglia di vivere di rendita e di farsi aristocrazia a scapito di tutto e di tutti.

Enfin, perché Berlusconi non se ne va alle Cayman? Credo che ci sia un patto segreto tra lui e la prima moglie che all’epoca gli ha concesso il divorzio soft: tutto nelle mani dei due figli maggiori. Contro questo stato di cose s’è mossa Veronica per i suoi tre figli, senza successo.

Lettera aperta a Nicola Zingaretti

Caro Presidente, complimenti per l’avvenuta elezione alla Regione Lazio.

Ci siamo scritti un po’ di tempo fa per il settore nord est della provincia di Roma, gli spot wifi a Sant’Angelo Romano, l’inaugurazione della Nomentana bis che ha un po’ alleggerito il traffico di Fonte Nuova (ma c’è ancora da fare un collegamento diretto con il GRA via Centrale del Latte, anche se sono poche centinaia di metri).

Le scrivo adesso per un’intervista che un giornale della Tuscia le farà. Da cittadino laziale, un po’ romano e un po’ viterbese d’adozione, le chiederei un focus specialmente sugli argomenti infrastrutturali che, anche se in epoca liberista possono risultare keynesiani, vedono la provincia viterbese ampiamente deficitaria rispetto al contesto nazionale.

Purtroppo ogni giorno ci si deve scontrare con particolarismi che rimandano a logiche di rendita di posizione, che mal s’adattano a una programmazione economica di crescita, ovvero di sviluppo sostenibile, e che vedono nella redistribuzione della ricchezza attraverso le semplici regole di un mercato dinamico il nemico, con ovvie conseguenze democratiche. Questa è la prima zona d’Italia che conobbe il brigantaggio, qui comincia a dividersi la Penisola, anche se l’eccezione straordinaria della Capitale attenua la mancanza di lavoro e di possibilità, a prezzo di una forte emigrazione e spopolamento, di costi sociali elevati e dello stesso intasamento di Roma, ingolfata di abitanti che una realtà differente ha cacciato via dalle proprie città e paesi.

Eppure il Viterbese ha una potenzialità che darebbe slancio all’intera economia nazionale. Quando si parla di crescita si parla di un miglioramento di una situazione economica preesistente. Se in futuro l’Italia dovesse crescere in modo consistente è perché alle province e alle regioni che trainano il PIL se n’è aggiunta improvvisamente una nuova.

Bisogna fare anche un’altra considerazione: le spinte centrifughe, i leghismi, i particolarismi, vengono attenuati quando la regione capitale, nel nostro caso il Lazio, si trasforma andando contro una tradizione bimillenaria nella zona del paese con più alto PIL. Attualmente il Lazio è secondo, dietro la Lombardia e prima del Veneto. Ma Veneti e Lombardi ci sono avanti nella loro contabilità col Fisco: loro sono contributori netti, noi percettori.

In altre parole lo sviluppo straordinario dell’economia laziale va non solo a favore di un maggior senso democratico nella cittadinanza ma anche incontro al sentimento di Unità Nazionale che nelle zone più periferiche dell’Italia ma più integrate con l’Europa si sta perdendo. So per esempio che la popolazione veneta è chiamata a un referendum sulla propria autodeterminazione il 6 Ottobre di quest’anno, sostenuto dalla Risoluzione 44 che il Consiglio Regionale Veneto ha votato.

La provincia di Viterbo, insieme a quelle di Terni, Grosseto e Siena (città totalmente dipendente da MPS) ha necessità. Le considerazioni negative sull’Aeroporto di Viterbo hanno portato Ryan Air a competere con il nostro vettore nazionale, attraverso la costruzione di nuovi slot a Fiumicino: il pericolo è che il turismo italiano venga deciso un domani a Parigi o chissà dove. Al contrario, l’aeroporto viterbese avrebbe aperto ai circuiti turistici internazionali quella che è forse la zona bella d’Italia, favorendone l’attrattività.

Poi c’è Civitavecchia, che all’epoca del riordino montiano delle province decise di rimanere romana: Civitavecchia è il più grosso porto turistico del Mediterraneo, ma si sta muovendo anche per incrementare il traffico merci. Opere come la Civitavecchia Livorno e la progettata Civitavecchia Orte Mestre andrebbero cantierizzate con sforzi straordinari, dando non solo una spinta economica considerevole ma la capacità entro una legislatura alle aziende laziali di muoversi verso la Francia e il Brennero evitando l’intasatissima A1. Anche qui, a fronte del costo economico iniziale per lo Stato, o per i privati che volessero partecipare, vi sarebbe un costo sociale evitato: annacquando il traffico su gomma, diluendolo, ci sarebbe una sostanziale diminuizione degli incidenti stradali mortali nella nostra Regione.

Poi ci sono altri interventi: per esempio il raddoppio di corsia tra Monterosi e Vetralla-Viterbo: la Cassia attende dall’epoca di Di Pietro Ministro delle Infrastrutture questo intervento.

E infine, portare a Viterbo l’etruscologia romana, dalla Sovrintendenza per l’Etruria Meridionale, al Museo di Villa Giulia: una sfida enorme, una pazzia per tutti i dipendenti pubblici che lavorano in questi enti e risiedono nella Capitale, ma un segno di valorizzazione della Tuscia che solo un atto politico coraggioso può portare a compimento, restituendole i suoi tesori più preziosi.

Ringraziandola per l’attenzione che mi ha dedicato e scusandomi se involontariamente ne ho abusato, attendo un cortese riscontro.

Luigi Menta

Grande Israele, un’utopia o un’opportunità?

Scrivo questo post con la testa che è ancora preda di mille idee diverse, dopo aver cominciato ad approfondire quelle due parole con l’iniziale maiuscola poste a titolo di questo appunto.

Vorrei tornare innanzitutto con la mente a quell’incipit di Arthur Conan Doyle, nominato Sir probabilmente per i suoi meriti nell’aver tenuta buona l’opinione pubblica vittoriana dopo i fatti di Jack The Ripper con i famosi romanzi di Sherlock Holmes.
Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, e il dottor Watson, alter ego dell’autore, torna reduce dalla guerra in Afghanistan contro i russi.

Ora, chi ha letto le mie poco fondate (non sono uno storico, e ammetto che la mia sia un’ipotesi campata in aria) idee su quanto l’Italia come potenza regionale del Mediterraneo Orientale desse fastidio alla rotta inglese Londra-Suez-India (la più importante per la superpotenza dell’epoca) con il suo colonialismo (che Mussolini non fa che proseguire, per dare all’Italia uno sviluppo da paese europeo)  sa dove voglio andare a parare. La Russia è un paese troppo a nord, e all’epoca cercava uno sbocco non solo verso il Mediterraneo, ma anche verso il Golfo Persico. Questa mossa si scontrava con la politica imperialista vittoriana, che stava lentamente riunendo via terra l’Egitto all’India dopo aver deciso lo stesso tra Città del Capo e il Cairo.

Questi movimenti geopolitici, totalmente slegati dalle ideologie (oppio moderno dei popoli) non devono stupire. Sono in altre parole le motivazioni delle strategie delle grandi potenze da parecchi secoli.

Tutto ciò aggrava, a mio parere, l’inconsapevolezza italiana di ciò che voleva la prima della classe (l’Inghilterra) tra le due guerre. Si pensava che il comunismo fosse la bestia nera del capitalismo inglese, non ci si è resi conto che quell’ex impero zarista così lontano in realtà era vicinissimo a minacciare gli interessi petroliferi inglesi in Medio Oriente, che si sarebbero compiuti con la saldatura tra Egitto e India.

Allo stesso tempo, il movimento sionista (ultimo epigono dei movimenti patriottici europei dell’Ottocento) prendeva corpo con il protettorato britannico nel Vicino Oriente sulla Palestina.
Quindi, quando si parla della redazione russa del falso storico che è conosciuto come “Protocolli dei Savi di Sion” non posso non riflettere su quanto il Sionismo promettesse di minacciare dall’interno dei propri confini la nazione russa per il suo impegno competitivo con quello inglese nella regione del petrolio.

Voglio aggiungere degli elementi. Se l’Italia non si fosse unita, probabilmente i riferimenti letterari a organizzazioni segrete italiane dell’Ottocento, vere (Carboneria) o presunte (la Mano Nera che lo stesso Conan Doyle cita) sarebbero sfociati in un qualcosa di simile ai Protocolli, le cui origini letterarie sono state infaticabilmente sviscerate nel nostro paese per esempio da Sergio Romano (ex ambasciatore a Mosca…) e Umberto Eco (appassionato fin da ragazzo ai romanzi d’appendice).
L’Europa dell’Ottocento infatti misura allo stesso modo l’emigrato italiano, quello polacco, quello ebreo e quello irlandese. Nazioni nobili, nazioni sorelle che hanno vissuto per secoli con lo straniero in casa, sfruttate, umiliate, esiliate. Non è un caso quel coro dell’Aida, il Va’ pensiero che tanta commozione nel Paese suscitò quando fu udito e che ancora oggi fa riflettere sulle condizioni del nostro paese, diviso, pieno di tasse non solo come oggi, ma da provincia a provincia (dogane, dazi, balzelli) e incapace di dare ai propri figli un futuro, spingendoli all’emigrazione di massa.
La formazione di questi stati, l’Italia, l’Irlanda, la Polonia, la Germania, è stata a più riprese un formidabile motivo di emulazione per il nascente pensiero sionista.

E a un certo punto della storia del Mediterraneo questa cosa accade. Così come Mussolini incoraggiava gli italiani a essere coloni anzichè migranti, così la Palestina fu meta di un esodo di massa che a un certo punto degli anni Trenta la Gran Bretagna si trova a dover frenare e la Germania nazista (sua alleata, come abbiamo visto in altri post) a incoraggiare. Perché? Perché in realtà molti di questi emigrandi ebrei provenivano dall’Unione Sovietica.

Ecco. Molto probabilmente oggi la gran parte degli ebrei ultraortodossi vorrebbe la formazione del Grande Israele (Eretz Israel), l’intera Mezzaluna Fertile che Dio nel Genesi promette da Nilo a Eufrate ad Abramo e ai suoi discendenti numerosi come stelle del cielo. Io non mi sento di condannare, dopo tremila anni di storia in cui ogni popolo dell’umanità ha avuto il suo “momento di gloria” assoggettando i vicini, il pensiero che ho appena esposto e che molti politici israeliani del passato e del presente hanno fatto proprio. Ma faccio dei ragionamenti.

Vediamo sempre Israele come cuneo dell’Occidente nel mondo arabo, ma siamo sicuri che la maggior parte dei cittadini israeliani, una volta raggiunta la supremazia nella regione (a cui si oppone l’Iran, spinto tatticamente e non strategicamente dalla Russia) continueranno a volere l’ala occidentale del pensiero umano nelle proprie coscienze e nella politica del paese? Già oggi Israele si comporta come un paese dell’Est Europa, un paese autoritario, nel non accettare le risoluzioni Onu che lo riguardano. La sua spietatezza (il muro…) verso i terroristi che ha in casa ricorda il trattamento che Putin ha riservato ai ribelli ceceni. Si chiama guerra al terrorismo. Verissimo. Ma la democrazia? Israele sta diffondendo democrazia reale in Medio Oriente?

Credo che i paesi anglosassoni si stiano realmente domandando come potrebbe essere l’Israele di domani. Gli Israeliani avevano in mente uno Stato Etnico (parrà incredibile, ma la cosa detta così suona inconfessabilmente nazi) certamente esasperati dal doversi miscelare con i popoli che li ospitavano. I paesi anglosassoni invece hanno in mente un Israele inclusivo, non puramente ebraico, con un potere democraticamente condiviso tra tutte le etnie e le religioni.

Questa è la più grande sconfitta per una speranza di sviluppo pacifico dell’area mediorientale. Anche un bambino capisce che la politica dei coloni che Israele porta avanti da decenni mina alla base qualsiasi tipo di economia locale.

Gli stessi ebrei non “ultra” che nel mondo vivono e lavorano alacremente si sono accorti di questa  grande contraddizione. Un popolo che ha vissuto in tremila anni di storia grandi tragedie, o grandi emorragie (in altre parole ebrei che hanno deciso di integrarsi con i goym, a partire molto probabilmente dalle leggendarie tribù perdute) e che ripete dalla parte del carnefice quegli stessi sbagli nella terra che finalmente ha la fortuna storica di tornare a calpestare. Soprattutto, ed è cosa che da italiano mi preme sottolineare egoisticamente, un popolo che ovunque andava creava ricchezza, e che se era cacciato lasciava un’economia incapace di andare avanti da sola, e in questo senso è esemplare la storia economica della Spagna del Cinquecento (el Siglo de Oro…). Questo stesso popolo, in Medio Oriente sta uccidendo l’economia palestinese, libanese, egiziana, con le sue guerre continue, l’atomica, l’incapacità di integrarsi con i vicini arabi.

Ci sono ebrei “illuminati” che arrivano all’eccesso di descriversi come genericamente palestinesi. Ci sono donne ebree che litigano con gli ultraortodossi per la parità dei diritti in campo religioso, sotto il Muro del Pianto (a me sta cosa ricorda molto le Pussy Riot). E Shalom, o Salaam, che è la parola più abusata nella regione, visto che sono tutti litigiosi, che sono fratelli coltelli, anche all’interno delle singole fazioni in lotta, è nell’etimologia stessa di Gerusalemme. Che la “pace sacra” voglia in realtà significare il suo opposto?






Infine, un augurio. Spero che gli ebrei italiani si sentano pienamente italiani, ma se devono sentirsi italiani a metà per far prosperare la nostra economia asfittica, m’accontento. E di certo non m’aspetto dagli ebrei italiani in Israele una particolare simpatia verso il mio paese, nei termini di strategia geopolitica che ho espresso sopra, che prescinda dalla constatazione che l’Italia è il paese più mediterraneo di tutti e un interlocutore naturale per ogni altro paese dell’area. Interlocutore, non potenza. Non vorrei vedere il mio paese destabilizzato così come è successo negli ultimi mesi a Egitto, Siria, Cipro, Turchia…

Ma gli Ebrei d’Italia non fanno parte del popolo italiano, pardon Popolo Italiano???

Il commiato-elogio-monologo autoreferenziale

Chi ha seguito la litania laica della morte pubblica di Franca Rame non può essersi perso il monologo che Fo riferisce come suo e di cui ha dato ampia prova recitativa aggratise prima di quel ciao urlato alla maniera di parecchi decenni fa.
E ci sarebbe da scrivere su quanto anche l’Antico Testamento sia l’apocrifo di se stesso, di come una religione paternalistica e semitica tipica di allevatori e saccheggiatori di terre e raccolti altrui abbia preso il posto nella memoria collettiva di quell’altra, la religione matriarcale che rendeva in un certo senso serpente e donna un tutt’uno, fonte di conoscenza alternativa alla noiosa perenne e letargica eternità a cui uomini comunque avvezzi alla violenza aspiravano quasi inconsapevolmente nelle loro piccole lotte per il potere, millenni fa.

Se ne potrebbe scrivere a iosa, per ore, per pagine, e chissà che non lo faccia in futuro. Ma mi fermo alla parte politica del monologo, quella comunque contro un potere costituito (la Chiesa, ma non li biasimo nel merito) che ti incensa e ti legittima come avanguardia di un antipotere. Cioè appartenente comunque a un’area dove si lavora senza dolore e sofferenza, ma con soddisfazione professionale, umana e finanziaria.

Piuttosto, mi viene in mente il commiato che quel geniaccio di Sordi fa a Formichella, suo alter ego. Perché Formichella? Semplice: Sordi non s’era mai fermato, era passato sempre da un film all’altro, da un avanspettacolo all’altro, da una trasmissione radiofonica all’altra. Mai una vacanza, mai un impegno che annacquasse la sua attività principale.

E che differenza tra il Fo di poche ore fa e il Sordi dei nuovi mostri. Il primo ci consegna un piccolo spaccato e il secondo un mondo immenso, anche se il primo è reale e il secondo è ufficialmente un vecchio film anni Settanta. Questo nonostante il Nobel a Fo.

p.s.: il fango è tale perché è polvere di roccia mista a letame. Altro che argilla fina e pezzo unico: l’uomo (e la donna) sono un soffio divino dentro un flauto fatto della materia più umile e volgare.

Un comico in panne

La cronaca di questi giorni, all’estrema sinistra, quella dei centri sociali e degli ecologisti, dei girotondini e degli orfani giustizialisti di Di Pietro, che Grillo è riuscito a riunire nel proprio corpo elettorale, nella propria weltanschauung e nei propri parlamentari, ci sta consegnando una fotografia più precisa della situazione.

Si parte dalla famosa intervista di Rodotà, quella in cui il giurista si fa portavoce dei malpancisti interni ai Cinquestelle, e soprattutto alle proteste vibranti di una base delusa, che prende voce nei commenti spesso censurati al blog del comico genovese.

La reazione di Grillo è stata prima altamente offensiva, e poi padronale. Offensiva non solo perché parlava di ottuagenario scongelato, nei giorni della morte di Franca Rame: veniva infatti alla mente la domanda su Fo, coetaneo di Rodotà. Ma soprattutto perché questi dubbi sul vecchiume che ammorba il nostro paese se li poteva far venire prima. Bastava capire che, a capo di un movimento fatto in buona parte di disoccupati e di precari, lui poteva cambiare la solitaria tradizione italica che vuole un vecchio a capo dello stato, candidando un giovane.
Queste considerazioni, soprattutto quella sulla coppia di anziani attori di teatro milanesi, deve averle avute anche Grillo, perché poi riprendendosi dal proprio “stupore” per il “proditorio attacco” alla propria leadership (in altre parole, il sale della democrazia brucia chi non ci crede) ha detto che non permette a nessuno di scippargli il partito. Pardon, visto che ci tiene, movimento. Ecco. Il movimento.

“Stiamo in guerra” aveva tuonato Grillo prima delle elezioni, e vagli a spiegare che un qualsiasi movimento di persone che non si basi su regole certe di democrazia interna ributta il paese indietro di decenni. Parrebbe che la mancanza di democrazia congenita al M5S sia il prodromo consapevole di alcune scelte obbligate, come quella di rinunciare al finanziamento pubblico ai partiti (e chissà a quanta gente senza lavoro che milita lì dentro non fa piacere…).

Non che non sia giusto, ma è come se si fosse già saputo che la legge sul finanziamento pubblico sarebbe stata abrogata. Ciò che non si dice è che il rientro nei parametri di Maastricht passava doverosamente anche da un ripensamento generale dei costi della politica, guarda caso coincidenti con la fine della procedura d’infrazione verso l’Italia aperta dalla UE qualche anno fa per il deficit e che non dev’essere stata argomento estraneo a ciò che i partner europei e d’oltreoceano hanno comunicato (tra le proprie wills) a Enrico Letta nel suo tour di capitali estere di pochissime settimane fa.

Cioè, si sapeva che per il riordino delle modalità di finanziamento dei partiti e dei movimenti politici, ovviamente orientato in senso democratico, il M5S sarebbe stato escluso per i criteri più importanti. E qui si inscrive l’intervista di Rodotà, già vittima nel PD della mancanza di democrazia interna, fatta con la consapevolezza di suscitare una reazione grillina (non dei ragazzi-schiavetti ma del CAPO), puntualmente avveratasi in maniera a giudizio di chi scrive assolutamente indegna di un paese civile, e totalmente fuori luogo per ciò che il Paese proprio in questi giorni sta vivendo (oltre a Franca Rame sono morti Little Tony, Franco Califano ed Enzo Jannacci, solo per rimanere al mondo dello spettacolo che è quello che Grillo conosce meglio).

Dietro il comico genovese è ormai palese che si nasconde un insultatore professionista e una persona incredibilmente capace di disprezzare il genere umano. Viene solo da domandarsi, a questo punto, come consideri i propri grillini. Lo stesso epiteto “grillini” appare un buffetto sulla guancia rispetto alle volgarità che a porte chiuse può aver rivolto loro. Gli avrà insegnato che per essere un leader bisogna insultare gli altri. E appare chiaro anche il motivo per cui l’unico streaming, l’unica nota di trasparenza di un movimento che è davvero poca cosa finora rispetto alle aspettative, è stato messo su per insultare e ridicolizzare gli unici (il PD, ed è tutto dire) che davano una chance di reale cambiamento ai “pentastellati” (non so voi, ma preferisco “grillini”).

L’elite grillina ha imparato dal capo le regole del gioco del potere interno, l’unico a cui si sentono destinati, che è cosa altra e opposta al servizio per il paese che italianamente si sono rivelati incapaci di compiere.
E non fa stupore questo pezzo della Lombardi:

Volevo scrivervi qualcosa per condividere con voi questa specie di assedio a cui siamo sottoposti, ma grazie allo stronzo/i che fanno uscire tutto quello che ci scriviamo o diciamo sui giornali, mi è passata la poesia. Grazie per averci tolto anche la possibilità di parlarci in libertà. Sei una merda, chiunque tu sia. R.

Se lo si analizza si evince come per i “capetti”, dimissionari, una cosa sia la “poesia” (il potere) e un’altra sia la trasparenza. Non c’è un’accusa di travisamento di fatti, ma di semplice riporto ai giornali. Lo streaming vale nei colloqui con l’incaricato quirinalizio di turno, non vale in un movimento che rinfaccia ciò che non riesce a realizzare al proprio interno. Anzi, non ne ha alcuna voglia.

Chissà se lo sanno che sono nostri dipendenti, oltre che rappresentanti.