Un comico in panne

La cronaca di questi giorni, all’estrema sinistra, quella dei centri sociali e degli ecologisti, dei girotondini e degli orfani giustizialisti di Di Pietro, che Grillo è riuscito a riunire nel proprio corpo elettorale, nella propria weltanschauung e nei propri parlamentari, ci sta consegnando una fotografia più precisa della situazione.

Si parte dalla famosa intervista di Rodotà, quella in cui il giurista si fa portavoce dei malpancisti interni ai Cinquestelle, e soprattutto alle proteste vibranti di una base delusa, che prende voce nei commenti spesso censurati al blog del comico genovese.

La reazione di Grillo è stata prima altamente offensiva, e poi padronale. Offensiva non solo perché parlava di ottuagenario scongelato, nei giorni della morte di Franca Rame: veniva infatti alla mente la domanda su Fo, coetaneo di Rodotà. Ma soprattutto perché questi dubbi sul vecchiume che ammorba il nostro paese se li poteva far venire prima. Bastava capire che, a capo di un movimento fatto in buona parte di disoccupati e di precari, lui poteva cambiare la solitaria tradizione italica che vuole un vecchio a capo dello stato, candidando un giovane.
Queste considerazioni, soprattutto quella sulla coppia di anziani attori di teatro milanesi, deve averle avute anche Grillo, perché poi riprendendosi dal proprio “stupore” per il “proditorio attacco” alla propria leadership (in altre parole, il sale della democrazia brucia chi non ci crede) ha detto che non permette a nessuno di scippargli il partito. Pardon, visto che ci tiene, movimento. Ecco. Il movimento.

“Stiamo in guerra” aveva tuonato Grillo prima delle elezioni, e vagli a spiegare che un qualsiasi movimento di persone che non si basi su regole certe di democrazia interna ributta il paese indietro di decenni. Parrebbe che la mancanza di democrazia congenita al M5S sia il prodromo consapevole di alcune scelte obbligate, come quella di rinunciare al finanziamento pubblico ai partiti (e chissà a quanta gente senza lavoro che milita lì dentro non fa piacere…).

Non che non sia giusto, ma è come se si fosse già saputo che la legge sul finanziamento pubblico sarebbe stata abrogata. Ciò che non si dice è che il rientro nei parametri di Maastricht passava doverosamente anche da un ripensamento generale dei costi della politica, guarda caso coincidenti con la fine della procedura d’infrazione verso l’Italia aperta dalla UE qualche anno fa per il deficit e che non dev’essere stata argomento estraneo a ciò che i partner europei e d’oltreoceano hanno comunicato (tra le proprie wills) a Enrico Letta nel suo tour di capitali estere di pochissime settimane fa.

Cioè, si sapeva che per il riordino delle modalità di finanziamento dei partiti e dei movimenti politici, ovviamente orientato in senso democratico, il M5S sarebbe stato escluso per i criteri più importanti. E qui si inscrive l’intervista di Rodotà, già vittima nel PD della mancanza di democrazia interna, fatta con la consapevolezza di suscitare una reazione grillina (non dei ragazzi-schiavetti ma del CAPO), puntualmente avveratasi in maniera a giudizio di chi scrive assolutamente indegna di un paese civile, e totalmente fuori luogo per ciò che il Paese proprio in questi giorni sta vivendo (oltre a Franca Rame sono morti Little Tony, Franco Califano ed Enzo Jannacci, solo per rimanere al mondo dello spettacolo che è quello che Grillo conosce meglio).

Dietro il comico genovese è ormai palese che si nasconde un insultatore professionista e una persona incredibilmente capace di disprezzare il genere umano. Viene solo da domandarsi, a questo punto, come consideri i propri grillini. Lo stesso epiteto “grillini” appare un buffetto sulla guancia rispetto alle volgarità che a porte chiuse può aver rivolto loro. Gli avrà insegnato che per essere un leader bisogna insultare gli altri. E appare chiaro anche il motivo per cui l’unico streaming, l’unica nota di trasparenza di un movimento che è davvero poca cosa finora rispetto alle aspettative, è stato messo su per insultare e ridicolizzare gli unici (il PD, ed è tutto dire) che davano una chance di reale cambiamento ai “pentastellati” (non so voi, ma preferisco “grillini”).

L’elite grillina ha imparato dal capo le regole del gioco del potere interno, l’unico a cui si sentono destinati, che è cosa altra e opposta al servizio per il paese che italianamente si sono rivelati incapaci di compiere.
E non fa stupore questo pezzo della Lombardi:

Volevo scrivervi qualcosa per condividere con voi questa specie di assedio a cui siamo sottoposti, ma grazie allo stronzo/i che fanno uscire tutto quello che ci scriviamo o diciamo sui giornali, mi è passata la poesia. Grazie per averci tolto anche la possibilità di parlarci in libertà. Sei una merda, chiunque tu sia. R.

Se lo si analizza si evince come per i “capetti”, dimissionari, una cosa sia la “poesia” (il potere) e un’altra sia la trasparenza. Non c’è un’accusa di travisamento di fatti, ma di semplice riporto ai giornali. Lo streaming vale nei colloqui con l’incaricato quirinalizio di turno, non vale in un movimento che rinfaccia ciò che non riesce a realizzare al proprio interno. Anzi, non ne ha alcuna voglia.

Chissà se lo sanno che sono nostri dipendenti, oltre che rappresentanti.

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