Sette anni…

Quando il potente in Italia viene toccato dal “fato”, la classe intellettuale (prona) del nostro Paese tende a interrogarsi pubblicamente sui massimi sistemi.
Sta accadendo ultimamente con la cosiddetta sentenza Ruby. I maestri di pensiero (ops…) berlusconiani si fanno delle domande (che evitano alacremente per qualsiasi altro cittadino italiano) a cui i maestri di pensiero che odiano Berlusconi (tra cui quelli che amano De Benedetti, altro “benefattore” del fisco italiano) corrispondono reazioni uguali e contrarie.
Basterebbe ascoltare un Ferrara a caso per capire che la coerenza non abita dalle parti della cortigianeria: stamane ad Agorà il direttore del Foglio si arrampicava sugli specchi su ciò che è cattolico e quindi perdonabile (si parlava di evasione fiscale) usando nell’arco del minuto di cronometro due pesi e due misure.

Quello che ci attende è però un superamento di tutto questo, una sintesi di posizioni falsamente antitetiche che mostri al popolo italiano che la classe politica per salvarsi doveva espellere il suo Silla. Berlusconi ha beneficiato enormemente dello Stato e delle sue leggi, del suo fisco, delle sue dismissioni, dei lacci che il legislatore poneva alla Rai, del processo lungo e del processo breve, delle prescrizioni fatte passare per assoluzioni, delle leggi ad personam, della quotazione in borsa di Mediaset che poteva andare in malora (e i debiti enormi della Fininvest non più saldati) se non si fosse fatto, lui che fino a un anno prima era sodale di Craxi, interlocutore politico in quanto oppositore della partitocrazia superstite di Tangentopoli.

Ma la storia esemplare del venditore di spazi pubblicitari alle più grandi aziende italiane pubbliche e private (monopoli… altro che rivoluzione liberale!!) non può non mostrarci come i potenti si difendono dall’uguaglianza che la legge impone, creando una “classe dirigente” di deroganti alle regole che sono, di fatto, aristocrazia.

E che cos’è l’aristocrazia? Perché ne abbiamo persa memoria, e non sappiamo riconoscerla. L’aristocrazia è fondamentalmente una classe di parassiti che senza tregua ci succhiano il sangue. Il parassita non conosce un giorno di sciopero, non sta un giorno a casa, non ama fare il disoccupato. Il parassita ama il suo lavoro. Il parassita istituzionalizzato ha per occupazione galleggiare sul lavoro altrui. E’ un passeggero che non usa gli scorrimano sull’autobus, ma s’appoggia ora a un altro passeggero, ora a un altro ancora, e sta in piedi usando i suoi simili come cuscinetto.

In altre parole, la sintesi del Governo Letta, e degli intellettuali di opposte fazioni che dialogheranno sempre più a telecamere accese si scontrerà (again) con la classe sociale dei tartassati dal fisco. Quelli che devono pagare il debito pubblico italiano creato per evitare, con i movimenti di piazza, la rivoluzione cruenta post tangentopoli (un milione di assunti tra il 1993 e oggi) e per mettere la parola fine agli anni di piombo (un altro milione di statali assunto negli anni Ottanta). Dall’altra parte la “classe dirigente”, inamovibile, e i quasi quattro milioni di dipendenti pubblici che la supportano e spesso ne fanno parte (in pratica un doppio lavoro…).

Infine, a Berlusconi interessa relativamente la galera: è vecchio, non la farà. Ma la “violenza” della condanna riguarda l’interdizione dai pubblici uffici, lui che da Presidente del Consiglio s’è inventato il Mubarak di turno sapendo dai servizi che il rais egiziano era prossimo alla defenestratura delle primavere arabe, e quindi aveva ben altre gatte da pelare.

Gli italiani normali, non ammanicati col potere, che si stupiscono per la severità dei sette anni non tengono conto del ruolo ricoperto. Fanno paragoni con Michele Misseri, o con Scattone per l’omicidio Russo. Sono paragoni fuori luogo. Qui abbiamo uno a cui è sempre piaciuto dimostrarsi per ciò che non è, un tombeur de femmes, conquistando non donne di suo pari grado ma le conigliette di Drive In e di tutti gli altri programmi Fininvest-Mediaset. Conquiste fin troppo facili, ma cominciate con la stessa tv commerciale. Conquiste effettuate poggiando sulla corruzione dell’animo umano, un gioco oltremodo facile in un paese che ha conquistato l’indipendenza troppo tardi, e che per mille e cinque cento anni è stato ingobbito dallo straniero e reso ipocrita da un clero che lo vessava e lo bruciava.
Conquiste proseguite poi da Presidente del Consiglio, un ruolo che se infangato porta al disfacimento delle istituzioni ed è giustamente vietato dalla nostra Costituzione.

Ecco il perché dei sette anni, o degli undici complessivi che finalmente sono emersi dopo vent’anni di congelamento della politica italiana per salvare una persona. Dovevano essere molti di più, dovevano esserci molte più sentenze. Soprattutto, dovrebbe essere chiaro a chiunque che il ricambio è indispensabile, che il limite di due legislature ovvia a uno dei mali più gravi del nostro Paese, la voglia di vivere di rendita e di farsi aristocrazia a scapito di tutto e di tutti.

Enfin, perché Berlusconi non se ne va alle Cayman? Credo che ci sia un patto segreto tra lui e la prima moglie che all’epoca gli ha concesso il divorzio soft: tutto nelle mani dei due figli maggiori. Contro questo stato di cose s’è mossa Veronica per i suoi tre figli, senza successo.

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