Se l’Italia vuole più turismo non deve puntare solo sulla cultura

Io non ho mai visto nessuno che, nel periodo di ferie, tira fuori dagli scatoloni dei libri di scuola, se ancora li ha, il libro di storia, o il libro di arte.

Pensare, come fa l’italiano medio, che noi abbiamo la cultura e che siamo anzi i primi al mondo per cultura, con i siti Unesco che smettono di essere urbanisticamente vivi pur di offrire un’immagine da cartolina, senza immaginare un’offerta che recepisca altri tipi di richieste che pure i primi paesi al mondo per turismo soddisfano, vuol dire tagliarci fuori da gran parte del flusso turistico internazionale.

Per cui sì, posso anche fare visita a Pompei, ma scordiamoci che ci rimango una settimana. Anzi, è grasso che cola se la rivedo una seconda volta nella vita: sono in ferie per svagarmi, non per farmi decine di km di giri in un parco archeologico sotto il sole la pioggia stando tutta la giornata in piedi dopo già aver fatto la fila davanti la biglietteria, e farmi una capoccia così su come si viveva durante l’impero Romano e sugli effetti dell’eruzione di un vulcano che, detto per inciso, mica ha smesso OGGI di essere attivo…

Nel menu che un normale turista outbound (oggi l’unico danaroso da permettersi di pernottare) si costruisce, la cultura viene all’ultimo posto, come uno spuntino veloce a metà pomeriggio.

Determinare che un posto qualsiasi faccia tante visite non significa, come magari credono i buontemponi che redigono gli studi di settore sull’alberghiero, che a quelle visite corrispondano altrettanti elevati fatturati degli esercizi commerciali che gravitano (a fatica) intorno a quell’attrazione.

Puntare su un turismo dove la cultura per fattori sociali esterni è al primo posto porta un turista non stanziale ma occasionale. Il turista non cerca la cultura, cerca di distrarsi dallo stress dell’anno lavorativo. La cultura può essere una di queste tante distrazioni, ma per come l’abbiamo definita noi in Italia è data in modo troppo pesante. E noi stessi, senza spesso conoscerla, ci aspettiamo troppo da essa.

Spendiamo troppi soldi su musei che insieme non fanno le visite del solo Louvre e che andrebbero assolutamente privatizzati a soggetti tra loro distinti per sempre. Idem per gli accrocchi di ruderi in zone spesso a criminalità elevata, quando una buona accoglienza prevede la perfezione anche nei piccoli particolari. Pensiamo che l’insieme del patrimonio culturale e paesaggistico italiano sia un immenso giacimento di petrolio che non sappiamo sfruttare, quando in realtà è vero l’opposto. La cultura italiana è semplicemente un pozzo senza fondo dove buttiamo soldi per tutelare qualcosa che è naturale non smetta di cadere a pezzi, o di scrostarsi, o di scolorirsi, o di assorbire smog. Alienarlo almeno in parte non vuol dire solo liberarsi di tante voci di spesa, ma salvarlo in un Paese pieno di vulcani, di sismi, di alluvioni. Un Paese geologicamente vivo e umanamente incapace di sostenere, da solo, uno sforzo tanto immane.

L’approccio al turista non è professionale ma spesso piratesco. Non è un segreto che da Roma all’ultimo paese che il Lazio nasconde, il turista venga salassato anche semplicemente per un panino o un caffé, venduti a caro prezzo ma senza scontrino. Gli scippi e i furti negli alberghi sono quotidiani, si conosce da trent’anni la natura malvagia del 64 che va da Termini a San Pietro, eppure nemmeno la fama internazionale ha portato a migliorare la sicurezza dei passeggeri su questa linea Atac.

Ci si dimentica che il turista ama andare in posti dove vorrebbe vivere, e questo include ciò che noi desideriamo escludere dal discorso. In altre parole anche il turista é uno straniero che può investire sull’Italia, e se non lo fa, o lo fa poco, è perché è oculato nel decidere!
E noi allora? Cosa gli offriamo? Il pippone di storia e di arte quando non sappiamo nemmeno incidere, per ignavia, sul nostro presente? Ma chi vogliamo prendere in giro? Gente più istruita di noi? Gente che viene da paesi certamente più avanzati del nostro?

Gente che sul nostro conto ne sa più di noi, che viene in Italia nonostante gli italiani, nonostante le notizie che ogni giorno la loro stampa offre loro su di noi, sulla nostra poca serietà, su quanto siamo stati beneficiati prima del crollo del muro di Berlino e di come siamo caduti nelle classifiche internazionali oggi che non serviamo più?

Oggi che siamo un Paese in declino non riusciamo nemmeno a difendere i nostri piccoli imprenditori che hanno investito la vita di intere generazioni familiari sugli stabilimenti balneari: arriva l’UE e stabilisce che la concessione non può durare un tempo tanto lungo. Questo perché si vuole la catena di stabilimenti balneari tedesca, con bagnini tedeschi, estesa dalle Canarie alle Baleari alla Riviera Romagnola o Ligure o alla Versilia, fin giù nelle isole Egee. Certo, d’inverno rimarrebbe un ilota italiano a fare il custode, il metronotte e anche il metrogiorno per esempio dei duecento e passa stabilimenti cattolichini, e delle centinaia di Misano, Gabicce, Riccione, Rimini…

Ma il menefreghismo dei supposti intelligenti con la laurea in Lettere, Filosofia, Belle Arti e qualsiasi altra disciplina umanistica, che manifestano in piazza quando si tratta di farsi assorbire dallo Stato magari come responsabile di una sala museale, è patente nel non essere solidale con la parte privata dell’offerta turistica complessiva italiana. Perché?

Perché il privato DEVE essere cattivo, evasore, traditore di Cristo, mentre lo tartassi per mantenerti con i soldi che lui ha guadagnato INVENTANDOSELO IL LAVORO, E NON TROVANDOSELO PRONTO SULLA SCRIVANIA, OGNI GIORNO!!!

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Nota sulla Costituzione Italiana

L’Apologia di Fascismo (in cauda venenum) è sancita e sanzionata nella seconda parte della Costituzione. E, certo, se Renzi era al posto di De Gasperi forse non avrebbe mandato in esilio i Savoia, visto che metà dell’elettorato italiano si espresse in loro favore. In entrambi i casi, avrebbe cercato un dialogo, e sarebbe stato criticato per questo.
Nella prima parte, quella delle promesse elettorali del nuovo regime, delle favole sovietiche, c’è scritto all’Articolo 4 che il lavoro è un diritto. In altre parole lo Stato Italiano dopo il mio diploma mi avrebbe dovuto cercare per dirmi “Ecco il lavoro per te, è un tuo diritto averlo”.
Ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto.
Allora, su cosa basa la sua legittimità questo Stato? Su una Carta Costituzionale che, molto peggio di Berlusconi, non mantiene ciò che promette? Che valore ha questa Carta se chiede rispetto, per esempio nel togliere sovranità al Popolo Italiano sui trattati internazionali, che è prona allo straniero fin dalla sua redazione, ma che non riesce a tenere in piedi una Nazione?

Coccodrillo per Robin Williams

Robin Williams… era uno sciamano! Eh si! La sua poetica era liberare dall’oppressione, dalla depressione, dalla tristezza, e da qualsiasi altro male oscuro sia nello spirito umano. E se ne faceva carico, ci combatteva.
Era luce in ogni film che interpretava, era ciò che annullava la distanza tra grande schermo e telespettatore, e la cosa fantastica è che era lui la distrazione dalla noia del film!
Una delle cose che credo ci abbia intristito tutti è stata non averlo potuto impedire, non aver potuto essere lì vicino a qualcuno che ci era amico perché ci ha dato, a ognuno di noi, tantissimo. Tantissima allegria, gioia di vivere, comicità, altruismo, vulcanicità, funanbolismo, fisicità, annullamento delle barriere. Noi siamo tutti in debito con lui e non abbiamo potuto ringraziarlo, non abbiamo potuto farglielo capire, non abbiamo potuto trasmettergli il nostro bisogno che continuasse, che proseguisse, che evolvesse.
Oppure si. Oppure migliaia di fan americani almeno lo assillavano positivamente, lo stressavano dandogli dei feedback della sua simpatia, della sua vicinanza a noi cinespettatori, cinefili, appassionati. Solo che per lui non era abbastanza, o a volte era fuori luogo. Forse a volte siamo stati opprimenti come De Niro con Jerry Lewis in Re per una notte.
Poteva cercare l’affetto del pubblico per salvarsi, e lo ha fatto per decenni. Poi qualcosa si è rotto, qualche anno fa. Lo sappiamo tutti. Sappiamo per esempio che One Hour Photo è un film in cui non ci piace vederlo. Perché scegliere quel ruolo? era l’attore più vicino a noi che abbiamo avuto dal cinema americano, e lui lo sapeva.
Non conosco nessuno che abbia detto, in tutta la mia vita e in questi giorni, che Robin Williams è il suo attore preferito. Non lo era. Non ci immedesimavamo in lui, e forse è stato questo. Lui probabilmente non apprezzava il fatto che la sua individualità non si incarnasse nei fan. Lui era un attore, e non una star. Aveva una villa. L’avete vista la sua villa? Quella è una villa di una star? Dove sono i doberman? La sicurezza? i km quadrati di prato tra la magione e il resto del pianeta che una star mette per tutelare la sua privacy?
La villa dov’è morto sembra dire: ehi, sono qui. Il campanello è qui! Avete una torta di mele da portarmi fingendo di essere i miei nuovi vicini?

Perché è qui la differenza. Era una persona estremamente divertente ed estremamente commovente, ed era liberatoria in entrambi questi aspetti. Quante volte ha fatto l’eroe? Quante volte ha fatto il dottore? Quante volte s’è buttato a dire cose che sapeva che non ci avrebbero fatto ridere più di tanto ma che sentiva comunque il dovere di dire per colmare un vuoto? E non ha mai trovato, di fronte, un “ehi!” di risposta, una solidarietà, un abbraccio, un sorriso a 128 denti… Non ha trovato mai un suo simile in alcuno dei suoi film, film suoi, film che i registi e gli sceneggiatori gli hanno costruito intorno. Signori, quei personaggi fantastici, o reali, sono lui!
Ma lui non si immedesimava in loro né noi in entrambi! Lui ce li raccontava, e per farlo ci raccontava se stesso. E il miracolo dello sciamano è questo, noi non abbiamo visto la realtà e il vuoto esistenziale con i suoi occhi disperati, perché la disperazione era velata dall’apprezzamento d’aver costruito qualcosa, a costo però della decostruzione di sè, del doversi fare lui come attore e come medico dell’animo occidentale a pezzi, a singoli cubetti di carne. E come si ricomponeva? Dopo ogni prova, come guariva a sua volta? Questo una seria biografia dovrà dircelo!!!

In Italia siamo abituati a parlare dell’eredità del grande regista o del grande attore. Di chi prenderà il suo testimone. Viene alla mente Eduardo maturo che va dal giovane Manfredi e gli dice: tu potresti davvero essere il mio erede. E Nino gli risponde: non penso, io sono un’altra cosa.
Ma cosa possiamo trovare intorno a noi che colmi il vuoto di un attore che combatteva il nulla esistenziale, e che a volte sembra elemosinare una risata a una battuta appena fatta, non per mera miseria attoriale, ma perché c’è una lotta cosmica, titanica in atto e lui provava a condurla?
Chi sarà l’erede di un attore che, in quarant’anni di carriera teatrale e cinematografica, era unico?
E noi, telespettatori, che sappiamo tutto ciò, anche se a diversi livelli di consapevolezza, sapremo riconoscerlo?