Lo statale

Lo statale é l’unica corporazione rimasta viva.

L’unica capace di sbraitare, di vivere sulla parola, coltivata non solo a scuola ma anche nelle innumerevoli pause caffè di gruppo che si concede ogni giorno.

Pensa di essere il ceto medio, ma è il suo parassita.

Si sente equo e solidale, ma vuole ingordamente infiniti extracomunitari per tassare pesantemente e iniquamente anche loro.

Crede di essere internazionale, ma copia le altre nazioni solo per aumentare i centri e le voci di spesa.

Ce l’ha con l’evasione ma sa di essere il primo a campare di tasse altrui e sulle nostre teste.

In un Paese fintamente democratico, lo statale vuole esserlo a vita, e ha gli scatti di anzianità al posto dell’avanzamento del merito.

Esistono normalmente famiglie di statali, di politici e statali, di ex politici piazzati in aziende statali, e in questo accaparrarsi di posti pubblici emerge la realtà di una classe dirigente che si rivela nuova aristocrazia, visto che è inamovibile e campa di tributi, e che fa a botte con i valori democratici e i pilastri dell’economia reale.

L’onestá é un lusso e gli statali guardano tutti e giudicano tutti, perché se lo possono permettere.