Fauna viterbese

Debbo confessarlo. Da quando ho lasciato Roma per la provincia (ah! la provincia! avrebbe esclamato Baudelaire. E Simenon “Maigret, stia attento alla provincia!!”) ebbene, mi sento circondato, assediato da continui pericoli. Oh, dico: basta un nonnulla, ma che dico un nonnulla, ‘na cazzatiell, e io… sobbalzo!!

Gli insetti! Gli insetti più assurdi! Specie di zanzare che mai, mai e poi mai avrei lontanamente immaginato, nemmeno dentro una fantastoria di Asimov.

Coleotteri che arrivano a raggiungere i cinque, dico cinque centimetri di spessore!! Eggià, lo so: voi dite, lunghezza. None. La lunghezza è un fattore talmente variabile a queste latitanti latitudini che è inutile prenderla in esame!

Ragni dall’addome immondamente sproporzionato, diafano e turgido, gonfio di un liquido lattiginoso, assisi al centro del proprio reame filamentoso. Reame filamentoso, si!, appiccicoso e schifoso! Piove, nevica, tira vento: e il ragno niente! Imperturbabile, in attesa che ciò che circonda con le proprie membra turgide sia mangiato, digerito, espletato. Mostruoso tubo digerente, schiavo della propria ragnatela che aggiusta, rattoppa, amplia, senza dare alcuna comunicazione burocratica, senza pagarci le tasse su come noi comuni mortali, senza pensare alle povere piante che soggioga perché sieno pilastri della propria trappola.

Libellule di ogni metraggio, svolazzanti, fluttuanti, inneggianti alla propria libertà. La propria, non la mia! Appena le vedo, se non mi si paralizzano i due neuroni cerebrali dalla paura, me la dò. Butterflies flying flower by flower, flattering them, flickering my consciousness, floodin’ on me.

Ti credo che qui per le rondini sia sempre primavera! Ti credo che i viterbesi le chiamano rondoni!! Svolazzano in stormo come aerei da guerra, sibilando all’unisono col vento di cui sono anima tutta la loro voracità, mentre nel nido allevano prole ancor più famelica. Eppure, non estinguono mai gli insetti!!!

Ultimamente poi ho comperato certe lenti, giacché mi diletto di fotografia. E capita che dentro gli scatti compaino quegli esserini che a noi abitanti di città stanno tanto simpatici. I maggiolini. I maggiolini si, questi enormi cingolati che si fanno strada con violenza e pesantezza, bestioni che non hanno rispetto nè di foglioline, né fiorellini, petali, pistilli, e tutta la botanica che prendono letteralmente a cornate come rinoceronti imbufaliti!!!

Ma la cosa che mi fa più terrore sono i rumori. Sento rumori ovunque: basta un cenno, uno struscio leggero e ripetuto (sono un distratto, non colgo al primo assaggio) del mio stesso pigiama (ah, traditore!!) su un lembo di carta, e mi penso, mi credo, mi sogno antenne e metameri che si articolano, tirati da muscoli, pistoni interni, celati all’occhio dei più.

Ho tanta nostalgia della capitale, degli strilli dei neonati la notte, delle sirene delle ambulanze e dei tonfi dei tamponamenti. Qui piccoli esseri scavano dentro il tufo di mura spesse un metro, portandosi dietro le provviste raccattate chissà dove. Topi al cui confronto le animazioni disneyane sono pallide caricature. Cosi grigi, polverosi di cementificio, piccoli e vispi come gauchi che hanno ingerito quantità industriali di peperoncino maya, saltellanti come tangueri.

E calabroni a non finire, sempre a fare nidi di cemento sotto il mio tetto, tra le mie borse, nei miei vestiti! Cemento di cui loro solo sanno la formula (più segreta della Cocacola).

O gli equini con il loro carico di tafani che ti trasformano in un malato di morbillo!!! Cristo santo!!! I tafani sono veri teppisti armati di taglierino!!!

Mio padre, non a caso caro estinto, ça va sans dire, sosteneva che a un certo punto, di fronte ad avversità fatali, noi bisogna che ci si arrenda. Sicché anch’io ho dovuto “arrendermi” ad avere animali estranei in casa, grossi, pelosi e cacciatori di preda.

“Le cimici in calore, dette dai locali SCATAPUZZOLE, chissà perché?, che infestano ogni abitazione a decine, le disgustano.”

Ho tre gatti, naturalmente. Ho dovuto farlo. Ho dovuto rinunciare alle tende per i gatti perché i gatti dessero la caccia a tutto quello che mi terrorizza. Le mosche hanno smesso di mangiarle, troppo amare persino per loro. Le cimici in calore, dette dai locali SCATAPUZZOLE, chissà perché?, che infestano ogni abitazione a decine, le disgustano.

I gatti mi hanno abituato, parzialmente. Ma se metto piede fuori dall’ussìo, diomio, dio mio.

Vi sono varie specie, voglio dire razze, voglio dire tipi, di gatto.

E poi ci sono i cani.

E poi i ricci.

E gli istrici, che quivi han battezzato spinose, sicuramente perché trafiggono con aculei le povere vittime seguendo qualche strano orrendo rito sadico e animalesco.

E le volpi, esseri doppi e ambigui per via della coda importante, che ti fa pensare maldestramente ai gemelli siamesi.

E i cinghiali, distruttori d’auto, animali totem per le popolazioni della Tussìa.

E i daini.

E gli scoiattoli.

E corvi notturni a decine, che dico a decine, a dozzine, che dico a dozzine, a nuguli.

E le poiane? Lo avete mai sentito il verso immondo della poiana, quell’orrido urlo di fame disperata?

E quelle lepri che ti si parano davanti alla macchina, alle cinque del mattino, simili in tutto e per tutto ad enormi cavallette mangiafoglia, a piccoli cavalli da prato! Stupide bestie, ti guardano con quell’occhio da vitello all’ingrasso, e poi si mettono a trottare davanti alla tua auto tra paese e paese, a venti all’ora, apparentemente incapaci di scegliere quale lembo di strada abbandonare, e zigzagando così in mezzo alla carreggiata, mentre la tua auto soffre le continue frenate a singhiozzo e le curve viterbesi al limite della geometria euclidea. Le lepri sanno che sei già in ritardo… Lo sanno!!!

Tutti riuniti, sì, tutti a confabulare, certamente! Il loro conciliabolo notturno, infernale, tenuto in chissà quale naturale sala capitolare, dentro boschi impenetrabili, con la nebbia che tutto copre. Il loro organizzarsi durante il giorno a farmi venire un infarto, un colpo al cuore, un coccolone.

Ecco. Sono venuto qui, qui dove l’Umbria comincia a ritirare la sua frontera occidentale e il Lazio, lasciata alle spalle la sua enclave acquesia, inizia una corsa verso est che lo porta dopo decine di chilometri a scalare la vetta del Terminillo. Sono venuto qui, io piccolo lume di candela, tra le tenebre. Le tenebre mi hanno accolto, avvolto, nascosto. Io, accecato dal mio splendore, non so distinguere un inciampo da un altro, nel buio.

Certe tranvate, ahò!

Lu. Men. fecit MMXV