Pensieri sparsi su Umberto Eco a pochi giorni dalla scomparsa

Ho seguito la cosa dall’inizio alla fine e non c’era nulla che potesse ricordare la cerimonia di alcuno dei cristianesimi. Laica vuol dire anche trovare nel riso e nella goliardia affrancamento dal dolore e ribellione all’idea del distacco. Non era nemmeno una cerimonia in senso lato. Ognuno ha portato un suo ricordo, dal suo punto di vista, un vissuto comune, e lo ha fatto pubblicamente. Dai ministri ai sindaci fino al nipote quindicenne.
E Moni Ovadia ha raccontato una bellissima barzelletta.
In un’intervista, che condivido, Eco dice che il suo é piú agnosticismo che ateismo, e che non é un approdo felice ma sofferto.
Non sará certamente ricordato per la sua idiosincrasia verso fascisti, cattolici e complottisti, aspetto del tutto secondario pur se vivo nella sua attività accademica e letteraria.

Il “de cujus” – avendo versato 2 milioni di euro sui 5/6 totali, soldi che ha tolto agli eredi alla fine della propria vita, perché nascesse la Nave di Teseo, operazione da lui voluta, nome da lui trovato, lui praticamente primo socio – forse forse sarebbe anche d’accordo su come si è comportata la Sgarbi, che peraltro deve averne parlato con gli “eredi”, visto che era tutto stra organizzato.
Personalmente ho visto una donna disperata di farcela, una signora fragile di mezza età che intima ad Andreose di non lasciarla sola prima di parlare, e che dietro la montatura fluo aveva una commozione vera da nascondere per apparire forte.

E se ora una procura indagasse sulla collazione del “de cuius” e scoprisse che i due milioni interamente versati provenivano secondo la stessa da un conto off shore sanmarinese? conto e/o frequentazioni per cui il de cuius aveva pure ottenuto la cadrega? Chiaramente sto immaginando… ma potrebbe bloccare tutte le somme, donate o disponibili, per decenni. Eredità Sordi docet.

Questo spiegherebbe più terra terra la disperata pubblicità libresca della Sgarbi durante il suo saluto.

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Il tumore al pancreas.

Eco si faceva volentieri mezza boccia di whisky dopo cena, fumava, e aveva il panzone.
E la fascia più colpita è tra i 60 e gli 80 anni.

PORCODDUE

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Un bravo scrittore è l’orgoglio E LA FORTUNA del suo lettore.

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il senso della vita è
interrogarsi
sul senso della vita

E quando incontri qualcuno che ha fatto del senso
in ogni sua interpretazione e declinazione
strumentalizzazione e falsificazione
ricerca e interrogazione
la sua ragione di vita
in maniera intellettualmente profonda
perspicace, filosofica
e anche enciclopedica

puoi dirti
dopo
che il tuo è stato un incontro epocale ed esistenziale
memorabile ed epifanico
ANCHE
se gli hai
in modo non semplice
chiesto un autografo.

La scusa di un autografo.

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Eco Vmberto. Eco V.

non solo Eco ma anche Voce…

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“Non ci vado, per una ragione molto semplice. Lo danno in diretta su Raiuno a partire dalle 14,30 e se lo fanno è perché prevedono una bolgia di persone.”

In realtà lo hanno dato su Rai Uno e Rai News 24. In realtà, come riferirà poi Francesco Merlo, i posti erano tutti assegnati, e dopo cinque ore di auto, chissà quanto traffico milanese e la metro sarei stato in piedi in un cortile lontano dall’area coperta dove mi sarebbe piaciuto stare, ammesso che da fuori mi avessero autorizzato a entrare.

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42
1932
1974
2016
42×2=84

Nel mezzo del cammin di nostra vita
abbiam goduto di Vergilio prima
che la diritta via fusse smarrita…

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Gli Imbecilli.
Dopo aver letto qui ho capito che forse la questione è più complessa.

Non è che sia un male che gli imbecilli vengano fuori pubblicamente dai fumi dei biliardi dei bar e parlino alla luce del sole su internet dove a milioni di altri imbecilli o meno li possono leggere.
Fermarsi alla fotografia dell’imbecille su internet vuol dire non mandare il bambino a scuola perché la maestra s’accorgerebbe della sua ignoranza e lo punirebbe con una pessima pagella.
Fermarsi a ragionare di imbecilli senza tirar fuori che gli stessi sono stati costretti a trasformarsi da avventori del Bar Sport e telespettatori gongolanti del Processo del Lunedì a scribacchini più o meno capaci del proprio pensiero vuol dire usare il ragionamento di cui si è ampiamente dotati in grande malafede.
Ma perché un professore universitario che ha praticamente fondato in Italia un paio di corsi di laurea dovrebbe essere in malafede sugli imbecilli?
La risposta è nell’articolo di cui sopra.

Appropinquandosi alla morte, bisogna convincersi che ciò che si lascia è odioso. È odioso il Nome della Rosa, che ti permette di diventare miliardario, di ottenere (per tua stessa ammissione) le 40 lauree honoris causa (e il curriculum vitae sul sito ufficiale lo conferma), che ti fa avere migliaia di testi in più di quelli che già potevi avere come professore, e tutti concentrati nel palazzo di mille e passa metri quadri che vai a possedere a Piazza Castello a Milano (mentre la sede della Nave di Teseo, imprestata gratuitamente, forse è pure più piccola, svoltato l’angolo per Via Jacini).
È odiosa Milano, tranne quella breve parentesi di Pisapia, è odiosa la politica italiana, che conquista a fatica un’alternanza dopo decenni di democrazia commissariata, sono odiosi i coglioni che votano a destra (stessa definizione che vien data al tuo campo, dall’altra parte, e ciò fa venire in mente quel racconto borgesiano sui due teologi animati da diverse convinzioni ma dalla stessa profonda fede nel manicheismo distruttivo).
È persino odiosa “Mondazzoli” come l’hai definita, e di là, forse per stanchezza, non ti replicano nemmeno più, così come (Einaudi docet) ti avrebbero coccolato e ti avrebbero degnato di un Meridiano (c’era da immaginarselo triplo, per ognuno dei tre scaffali echiani) a tutte le tue condizioni.
E infine è odiosa Internet, popolata da odiosi imbecilli che si documentano sull’odiosa Wikipedia, pessima fonte enciclopedica, perché verificata non solo e non tanto dal mondo accademico (e dalla sua autoreferenzialità) ma dall’universa umanità. Odioso tutto ciò che fa di un gregge, di una scolaresca e di una massa un insieme di dotti, una nazione di intellettuali, l’incarnazione della scritta fascista (fascista? italianissima) del Colosseo Quadrato all’Eur.

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L’identità di un popolo, determinata non da ridicoli criteri da allevatore di bestiame come il colore della pelle, ma dal riconoscimento di certi valori comuni, condensabili nel culto laico della cultura e della civiltà.

E, quindi, gli imbecilli. Forse morire incazzati per lo schifo che ci si è autoconvinti essere il mondo è un ottimo modo di morire. Meglio il rimorso del rimpianto. Ma non ci può essere rimorso in una vita in cui si è fatto il massimo umanamente immaginabile per acculturare tutti noi.

Quindi? quindi a volte la vecchiaia arriva tutta insieme e la sua stanchezza ci fa essere poco lucidi. Ogni stanchezza ha in sé la promessa di un riposo. La mancanza fondamentale in Eco è stata, pur essendone consapevole, la pianificazione di una crescita intellettuale italiana fatta a tutti i livelli, dai programmi ministeriali alle dispense nelle edicole, che pure non sono mancate. E che sta concretizzandosi, pur con sommovimenti tellurici, nella digitalizzazione del Paese, nella lotta al digital divide, nella comparsa dei nativi digitali.

Ecco il problema borghese dell’intellettuale di sinistra che pontifica sulle proprietà altrui e demonizza chi mette a rischio le sue.

Tutte le persone sui social che leggono i profili, reciprocamente, non modellano se stessi inseguendo l’arethè di Vite Parallele ed esemplari, non vivono i loro 5000 anni attraverso accadimenti memorabili, non sono nani sulle spalle di giganti, ma si aggiornano sui loro legami sociali in tempo reale, anche a distanza.

È stato calcolato che oggi buona parte di noi vive meglio di quanto potesse un miliardario americano a inizio Novecento. Immaginiamo facilmente che anche chi fu miliardario da un punto di vista intellettuale e spirituale rischia di essere facilmente superato da perfetti sconosciuti: il tuo vicino, un tuo amico, la tua ragazza OGGI potrebbero essere caratterialmente altrettanto interessanti di un personaggio storico o letterario del passato, con la differenza sostanziale della interazione reale e non di una legge vegetale che apre la strada al cannibalismo di chi non si potrà mai ribellare; certo, nessun personaggio storico sarà così approfondito dalle masse da far dire loro che lo hai cannibalizzato psichicamente. Fermo restando che l’allenamento per l’immaginazione, questa facoltà essenziale e sottovalutata dell’intelligenza umana, non solo viene conservato, ma è spinto al massimo livello dalla partecipazione a diversi gruppi sociali.
Perché quello che non si dice, che non ci viene spiegato, che non si vuole si sappia, è che ogni libro è il surrogato addomesticato, il vaccino rabbonito di un particolare gruppo sociale. E quindi si possono leggere centinaia di libri perché non si possono frequentare centinaia di gruppi sociali, ma nessun lettore per quanto vorace può sperare di liberarsi degli esseri umani che gli frullano intorno. E ciò è un bene.

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In cosa eccelleva Umberto Eco?
Leggo da più parti le discipline che tutti sappiamo, e che qualcuno condensa in “conoscere il mondo”. Il che può essere pure vero, a patto però di capire che probabilmente non avrebbe saputo fabbricare la cattedra dalla quale insegnava, o costruire una sola delle pareti dell’aula universitaria che ne conteneva le lezioni. Riguardo ai libri, si è spinto solo alla fine della sua vita a diventare “quasi” editore. Ma era nelle condizioni economiche di poter diventare non solo quello, ma anche tipografo e fabbricatore della carta e dell’inchiostro.
Questo vuol dire che l’uomo di cultura, in generale, puzza di cultura ma non sporca le sue mani nella coltura delle cose.

Oltretutto, aveva a sua disposizione la gratuità della ricerca fatta da volenterosi studenti.

Anche in questo la polemica con quel terribile concorrente che è Internet, sul piano della disponibilità a concedere gratuitamente, free, le proprie conoscenze, ha una luce particolare. Si pensi a Wikipedia e al suo successo e la si sostituisca con un barone universitario: mentre il sito è dichiaratamente l’opera collettiva dei suoi fan, nel caso dei fan del barone la cultura pubblicata è un guadagno tutto suo.

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La Nave di Teseo

Chi mi legge conoscerà questo mio aneddoto, nel quale illustro come un libro letto e meditato da un lettore possa diventare altro da sé e sorprendere l’autore.

Io non credo di essere stato un caso isolato nelle migliaia se non decine di migliaia di richieste di autografi fatte a Eco, ovvero di cui Eco aveva almeno per un periodo della vita memoria pur essendo state richieste ad altri autori e da essi riportati, sempre aneddoticamente, al Nostro.
Credo di far parte di una percentuale, che non saprei quantificare, che ha piacere nel trovare un libro riccamente condito di paratesti. Un libro siffatto è difficilmente fruibile sui new media e in sommo grado rappresenta, nel senso che ne è campione, eroe, simbolo, la speranza di non liberare l’umanità dai libri.

Ora, si dà il caso che un paio di anni fa sia uscito un romanzo un poì particolare, edito, si badi bene, dalla Rizzoli, ossia dal gruppo RCS, il gruppo che dà praticamente da lavorare storicamente da decenni a tutta la famiglia Eco.

Questo libro ha in modo stravagante due autori, ossia un ideatore (il regista americano J.J. Abrams) e uno scrittore (Doug Dorst) nonché un autore fittizio (V.M. Straka) e un traduttore fittizio (F. X. Caldeira) e due fittizi lettori e autori dei suoi marginalia (Jen e Eric) scritti sul libro in colori tra loro diversi a seconda del periodo del tempo narrativo e non solo distintivi delle loro identità (in altre parole i pennarelli sono più di due).

Questo libro ha come titolo italiano “S. La nave di Teseo”ed è praticamente l’incarnazione dei libri echiani variamente variopinti dai suoi lettori e fan meno passivi.

È lecito supporre che, mentre qualcuno in RCS tramava sapendo che il Custode di Bompiani era seriamente malato perché la divisione libri fosse liquidata a Mondadori, parallelamente qualcun altro nella famiglia Eco fosse a tal punto affascinato da questo best seller da riprenderne il nome nella neonata casa editrice.

In breve, la Nave di Teseo è al contempo:
– il modo con cui Umberto Eco confeziona i suoi libri, per continue ricapitolazioni e tesser act, collage di citazioni e ritagli di altre cose,
– la casa editrice che riprende parte del cast & crew Bompiani,
– e questo libro: il solo tipo di libro capace di non poter stare, di rifiutarsi di stare in un Kindle o in un tablet.
Libro di una biblioteca, biblio d’Eco, su cui due ragazzi consumano un delitto mentre per godimento intellettuale ci scarabocchiano sopra il loro specifico, instradandolo e togliendogli altre porte interpretative, dunque schiavizzandolo e uccidendolo.

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LETTERA DI UMBERTO ECO AL SUO NIPOTINO

miriammessina

L’Espresso ha pubblicato ieri questa meravigliosa lettera di Umberto Eco al suo nipotino. Ognuno di noi dovrebbe leggerla e prendere esempio, per imparare a sfruttare la memoria e le capacità cognitive che possediamo ma che non sviluppiamo mai a sufficienza.
Cantoni-nonno e nipote STANNAH
“Caro nipotino mio,
non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia…

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Umberto Eco: un professore non muore mai

D I S . A M B . I G U A N D O

eco

Sbaglia chi pensa che Umberto Eco se ne sia andato. Il professore è vivo, è ancora con noi, è sempre con noi. C’è nelle migliaia, no, decine di migliaia di testi che ha prodotto e sono sparsi in tutte le lingue e in tutto il mondo: libri, articoli, video, audio, testimonianze, interviste, documenti, e chi più ne ha più ne metta. C’è nei milioni di lettori e lettrici dei suoi scritti: dai saggi più raffinati ai romanzi best seller, dagli interventi sui media agli scherzi, passatempi, giochini e giochetti con cui si divertiva a prenderci per il naso. C’è nelle biblioteche, nelle librerie, sui media. C’è su internet, diffuso e virale: metti “umberto eco” su Google e vedi. C’è in quel pezzetto

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I fotografi progressisti

Nel mio precedente post ho fatto un riferimento ai fotografi progressisti (di sinistra, comunisti ecc…), ovvero i presunti tali, che qui vorrei spiegare meglio.
Come il politico comunista, l’attore comunista, l’intellettuale comunista, il fotografo comunista tende ad accumulare ricchezza perché ne ha diritto, un diritto (di proprietà) che però nega agli altri.
Ma c’è di più. Il fotografo di sinistra fa mercato delle sue foto di denuncia, quando ne produce. Ossia specula su chi avrebbe tutte le ragioni per dichiararsi progressista. Specula sul povero, sul sottoproletariato, sul malato di aids, sugli indios in Amazzonia, sui migranti ecc…
Lui va lì, imbastisce se può, deve, vuole, uno studio fotografico improvvisato (collaboratori, luci ecc…), fa i suoi scatti, fa la sua figura, e poi torna, pubblica, incassa prestigio e soldi, e non ha risolto nulla. Anzi.
Anzi avrà sempre bisogno di chi dipende in tutto dagli altri, di chi non ce la fa, degli sfortunati.
Così come il PD è il partito che candida i parenti dei morti ammazzati, speculando consenso sulla morte, così il fotografo impegnato afferma il suo successo sugli zombie della società che lo paga e lo plaude, sugli intoccabili, sull’esotismo miserabondo che esteriorizza la miserabilitudine del suo essere.
E se vai a scavare troverai realmente la grettezza e l’acredine verso il prossimo, mentre profitta della generosità di chi ha solo i propri resti carnali da dare.

L’abuso del bianco e nero

Immaginate una foto, normale, a colori.
Quella foto può risultare naturale, quasi familiare. Ti porta lì.
Ecco, date per scontato, per certo, perché l’avete fatta voi, che quella foto non ha subito ritocchi, regolazioni, pp, ecc…
È una foto uscita dalla macchina così com’è.

Bene.

Se ci mettete le mani, rischiate i famosi artefatti. Zone di colore strano, magari nelle penombre, compressione JPEG che salta fuori, bilanciamento sbagliato ecc.

In questo senso, la foto a colori è SINCERA. Non in senso assoluto, ma come tendenza.

Sul piatto opposto della bilancia c’è il layer vuoto di ps, che può essere dipinto di bianco o di nero.
Il bianco, o il nero, non è una rappresentazione della realtà. Per quanti sforzi si possano fare, non c’è un oggetto illuminato al punto del bianco più bianco, così come un oggetto in ombra non sarà mai totalmente nero. E d’altronde non si fotografa il nero, è un po’ una contraddizione.

Ebbene, la risultante di queste due opzioni, la foto a colori e la mano di bianco (o di nero) è la foto in bn.
La foto in bn non è solo l’opzione preferita dai pellicolari, da quelli che hanno la testa a cos’era la fotografia un secolo fa, e spesso ce l’hanno lì perché non amano, pur avendo opinioni politiche “progressiste”, le masse che oggi producono milioni di scatti. La foto in bn è piaciuta ogni giorno anche a un sacco di gente che sì, fotografa in digitale e sì, la mano di photoshop gliela dà, o di lightroom, o di camera raw… ma non vuole troppo che si sappia in giro.

Ecco perché le foto in bn vanno osservate in modo smaliziato: perché il fotografo di bn, che vede la realtà la vita e l’arte in bn, ama imbrogliare il suo pubblico rendendolo tale, il più spesso possibile.