Schema dei viventi italiani

Schema di massima, che descrive la parte più visibile di alcuni gruppi anagrafici, in cui è possibile riconoscere dei punti in comune.

 

  • pre 1920 Nativi Monarchici: fedeli a una diversa concezione di patria, di stato, in cui è visibile ancora il diritto divino. Medievali, superstiziosi, con strascichi sulle versioni contadine e provinciali delle generazioni immediatamente successive.
  • 1920/1943 Nativi Fascisti: gente intollerante, sia se fascista sia se antifascista, la cui forma mentis è stata gravemente compromessa dal lavaggio del cervello del regime. La contrapposizione pertiniana Brigante (fascista) VS Brigante e Mezzo (antifascista) sintetizza una lingua comune che usa la violenza come forma di lotta politica, poi messa fuori legge da Scelba, e che introduce una legittimità istituzionale al brigantaggio precedente.
  • 1944/1964 Baby Boomers – Sessantottini/Settantasettini: generazione di ingrati, si ispira alla generazione precedente per la logica brigantesca della violenza politica, usandola per meri scopi di rapina ai danni della collettività, e disconosce alle generazioni successive i diritti per cui si è battuta.
    Moralmente ipocriti, hanno sempre ragione loro, altro lascito del passato regime. E discriminano chi la pensa differentemente, dandogli ovviamente del fascista.
    Quando lo Stato per sconfiggere il terrorismo ne assume un milione a inizio anni Ottanta, diventano improvvisamente mansueti.
    Dicono di leggere molti libri: non è vero.
  • 1965/1973 Nativi Rock: insieme alla generazione sessantottina settantasettina eterni giovani incapaci di stare al passo con un mondo che evolve, rallentandolo. Ultima generazione con il posto fisso, i soldi da spendere, tenuta buona dallo Stato.
    Leggono profondamente i libri sui loro miti musicali.
  • 1974/1994 Generazione X: generazione di ragazzi che difficilmente mettono su famiglia, oberata di mutui trentennali, precaria a quarant’anni nonostante le innumerevoli competenze, non hanno una voglia di lavorare maggiore delle generazioni precedenti, ma sono schiavizzate dalle stesse con orari spesso da fabbrica in Vietnam. Se avranno la pensione, sarà minima: giustificazione per gli ingressi degli immigrati, che giusto la minima possono finanziare con i loro contributi.
    Innamorati dell’informatica, si riempiono la camera di computer e monitor, riducendo ulteriormente il poco spazio loro rimasto.
    Hanno una grande nostalgia degli anni Ottanta, periodo mitico che hanno vissuto pochissimo.
  • 1995/2002 Generazione Y – Nativi Digitali: la Generazione Y è quella che porta avanti le istanze gender rispetto a quelle di affermazione lavorativa e personale. Innocui ma senza necessariamente l’uso di droghe, non ascoltano più musica ma chattano tantissimo, influenzando l’evoluzione delle radio (che passano appunto da una programmazione musicale al dibattito, al talk).
    Per farlo usano smartphone, tablet e periferiche di gioco tascabile ma abbandonano i computer.
  • 2003/oggi Generazione Y – Nativi Euro: Hanno capito che accollarsi un mutuo di trenta anni è una trappola. Sono molto attenti a ciò che comprano, ma a parte questo non hanno ambizioni. Sono la prima generazione, ove presente sul territorio, dichiaratamente non ambiziosa.
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Dove sta Zazà

Nel momento in cui si abbandona l’idea di Dio “altro da sé” anche il Demonio può essere trattato come emanazione dell’essere umano.
Se uno fa però l’operazione opposta, convertendosi all’esistenza di Dio (che è una cosa) e alla sua promessa salvifica (che è un’altra cosa) non è detto che abbandoni il concetto per cui il Demonio è l’uomo che s’impiccia di affari non suoi (quelli cioè che esulano dal concetto di Bene).
In questo senso, il Demonio “antropomorfo” diventa davvero qualcosa di sinistro che ci portiamo dentro, dalla cacciata dal Paradiso Terrestre (dopo che abbiamo provato a incolpare un animale innocente) alla Torre di Babele (scalare e assediare la Città di DIo), da Sodoma e Gomorra (dove sostituimmo il pensiero dominante per Dio con il piacere totale), dalle tentazioni di Cristo con il Principe del Mondo a quelle con il suo primo Vicario sulla Terra (“Lungi da me Satana! In verità tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio!”).
Buon divertimento!

Un appunto sulla comunicazione nei social

Su FB ci sono alcuni tipi di comunicazione. Innanzitutto quella personale. Poi c’è quella commerciale, quella istituzionale, quella politica, culturale ecc…
È triste capitare sul profilo di una persona che ha praticamente due tipi di post: “quante me ne succedono” ossia il piangersi addosso (che stimola la solidarietà) e “come sono bravo” (che serve a fare la conta dei follower veri rispetto agli amici e basta, follower a cui lasciare attestati tipo “lo so che ci sei sempre!”).

In altri termini, la narrazione compiaciuta di un tizio che si autocelebra, che è seguito dai suoi amici (che trasforma in adepti e dunque in clienti; poi, con l’aiuto di questi, emargina chi ha un pensiero non conseguente e prono) mentre posta eventi di cui è sempre in bene protagonista. Nessuna confessione pubblica, nessuna esposizione di propri umanissimi vizi, nessuna presa di posizione su fatti collettivi che possano alienargli parte delle simpatie che si affanna quotidianamente a raccogliere.

È triste capitarci perché se ti accade di confondere la sua affabilità da addetto commerciale in sincera amicizia, in gentilezza personale, in affabilità tout court, in tolleranza verso il tuo punto di vista, sei del gatto. Perché?

Perché tutti gli altri come te sono stati già allontanati (non bloccati, il numero del totale dei contatti è troppo in evidenza per potervi rinunciare) in quanto non funzionali al culto.

E perché la tua buona predisposizione d’animo viene facilmente fraintesa, strumentalizzata, e insultata. Anche questo stropicciamento è funzionale. È un guadagno, serra le fila degli adepti della setta, quella che vive di riti, riunioni, liturgie, carinerie sul nulla ( = frasi di circostanza buoniste e dunque vuote).

Il profilo che vorrà ottenere il massimo da questa situazione ti cucinerà a fuoco lento: non sfoggerà subito la sua diversa opinione, il suo punto di vista; giocherà di rimessa sulle tue affermazioni, sempre più disorientate, senza però rendere te la “vittima” (di un abbaglio).
Un po’ fomenterà gli altri e un po’ ti asseconderà. Ottenendo in questo modo enigmatico e sottocoperta una visibilità straordinaria. Questa visibilità verrà sapientemente trasformata e assecondata a suo favore, per giustificarne la sottointesa prosopopea.

Capire la comunicazione è importante per capire l’Altro, oggi più che mai. Non è detto che tutto ciò che ho elencato sia un male, ovvero siano condannabili le strategie comunicative che inverano l’ambiguità tra persona e personaggio vendibile e spendibile, anche quando ciò non è dichiarato.
Alcuni suggerimenti per non cascarci includono la constatazione che queste “persone”, un po’ umane e un po’ negozi, non perdono tempo a commentare le cose sul TUO profilo, ma badano solo ai fatti loro e al governo di quello che per loro è un gregge di pecore da mungere quando viene il momento.

Confesso che anch’io sono sui social con molteplici fini, quello personale, quello professionale, commerciale, lavorativo, culturale ecc…
Ovviamente non mi sfugge la differenza, appaleso i miei approcci alle varie tematiche, ecc…
Potrei dire che sono rispettoso del punto di vista altrui e ciò che in realtà mi urta non è un suggerimento, sicuramente dato in buona fede, che qualcuno mi dà per migliorarmi, quanto un insulto che posso subire o che chi mi contesta può subire, o che magari subisce chi mi è amico.
Ecco, lì c’è una notevole differenza: mettere i like agli insulti vuol dire acuire il conflitto, distanziare e lacerare. Quei like TUTTAVIA sono, again, funzionali alla fidelizzazione e all’estromissione dell’elemento estraneo.
Estromissione, si badi bene, non dal contesto, ma solo dalla narrazione.

Si tratta di scelte comunicative: moralmente migliore rimane quella – come tutto ciò che riguardi la “morale” – che in un dato ambiente restituisce i risultati più duraturi, ovvero la strategia meno “furba”.

In un periodo di totale mancanza di lavoro, non me la sento proprio di biasimare i blogger facebookiani che operano in un modo per me alieno e incomprensibile al momento.

L’ispirazione

L’ispirazione é alzarsi dal letto con un pensiero fisso, dominante. È  trarre spunto da una lettura, da una persona, da un ricordo, da un avvenimento. L’ispirazione stimola l’immaginazione, stimola il progetto di un’azione, pungola la persona a fare.

Nella religione cattolica l’ispirazione è dettata dallo Spirito Santo: ma lo Spirito Santo era anticamente Minerva, che ispirava le azioni di Ulisse dicendogli esattamente come era la realtà e cosa bisognasse fare.

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Probabilmente, aldilà del mito, Minerva era un antico amore di Ulisse: una donna intelligente e allo stesso tempo bella. Un rimpianto che svegliava Ulisse all’azione, mentre la ricordava. Molto più efficace della caffeina, rimpianto e non rimorso, ovvero il rimorso di non aver osato allora, dentro il rimpianto degli anni perduti e di un destino diverso.

Minerva era cioè un’immagine di bellezza degli anni della gioventù della persona e dunque era il richiamo stesso alla vita: alla vita umana e non alla vita animale, a una vita civile, a una vita progettata, pianificata; e a una vita che elevasse.

Non è un caso che Atena nascesse già in arme, vergine guerriera, dalla mente del Dio, Figlia e Sapienza del Padre. Quel Zeus Teus Deus Juppiter che si impicciava volentieri dei destini e dei fatti dei mortali, sapendo trarre dalla miseria umana storie esemplari di semidei ed eroi. Minerva condensa tutta questa esperienza delle cose umane, e la porge all’eroe, dopo averla resa un’arma risolutrice.

La pianificazione della propria vita è concepita e meditata dalla donna in modo prioritario. L’uomo invece acquista con gli anni, per trasmetterla poi alla figlia con successo, e al figlio, di solito, con insuccesso.

Era il senso delle cose che si voleva ottenere, era il pensiero di essere all’altezza di quel ricordo: cosa avrebbe fatto, scelto, come avrebbe agito quella persona amata, al posto mio?

Esiste questo tipo di ragazza che ti sonda, ti cerca, ti chiama a sé, che non ha problemi a uscire con te per capire chi sei, per vedere nel tuo carattere un futuro insieme. Va al di là del tuo aspetto, al di là di ciò che momentaneamente rappresenti.

Ma non ne discute: ti sa, ti vede, sceglie e se tu sei addormentato e non ambizioso delle cose mondane a vent’anni ti lascia andare senza proteste, senza polemizzare, senza cercare comunque disperatamente di recuperare una situazione. Non perde tempo.

È proprio il pensiero che lei all’epoca non abbia perso tempo che ci ispira.

Io credo che tutta la filosofia si possa condensare nella filosofia greca e tutta la filosofia greca si possa condensare nei miti greci. Di modo che se uno sa ben meditare il mito greco (ri)conosce la vita, apprende a essere intelligente e sa entrare nelle cose.

Non Chiederci La Parola di Eugenio Montale – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

[ABBA CDDC EFEF]

È indubbiamente una delle poesie più celebri del Novecento italiano, la più famosa, soprattutto nell’ultimo verso, di Montale. Poesia alquanto pessimistica e con il rimpianto, nella strofa centrale, di quell’individuo raro che conosce la propria strada, che è empatico e amichevole con il prossimo e se stesso, in un approccio niccianamente apollineo alla vita. Infatti non dimentica di avere una parte più oscura e misteriosa, ma non se ne fa distrarre. Attraversa l’umanità (il prato polveroso) come una carovana nel deserto, ma sa apprezzarla.
Ciò non si può dire di “noi”, ossia della gran parte del genere umano. Ma se entrambi i tipi sono compresi nella poesia, con chi parla Montale?
La parola che squadra da ogni lato, ossia che rende tetragono e non assediabile un animo informe. Animo informe? Polveroso prato? Lettere di fuoco?
Sembra quasi una genesi, una creazione divina dell’anima umana, una creazione 2.0, cristica. “Chi verrà dopo di me vi battezzerà in spirito santo e fuoco!” dice Giovanni nei Vangeli. Ma… quella Parola, quelle Lettere hanno perso l’elemento divino, tuttavia non potendo contare su quello umano, sulla sua natura creaturale.
Dunque non c’è formula scientifica che spiega l’universo, al limite ne abbiamo una che lo distrugge, che ci ha portato all’atomica, a paesaggi post nucleari, da Day After.
Nell’universo senza Dio, senza una Verità positiva, senza una speranza per il domani, appannaggio di pochi eletti che percorrono in esilio ma soddisfatti, e non facendosene distrarre, un mondo popolato da insoddisfatti che si sentono in esilio collettivo, il Poeta vede se stesso e i propri simili, la gran parte dell’umanità, come ombre cinesi e negativi fotografici, silhouette e decalcomanie e identità prive di identità.
Ma a chi si rivolge?
Non si rivolge certo a un lettore qualsiasi. Si rivolge a qualcuno che non conosce la condizione umana descritta, oppure s’è voluto voltare altrove, assentandosi. Si rivolge cioè a una giovane vita che chiede, che spera, che sogna. Un ragazzo che con la fiducia verso i grandi gli si avvicina, e chiede lumi su di lui, sulla vita, sulla sua generazione.

Oppure si rivolge a quel Dio che forse non esiste e non è mai esistito, in una breve, ultima, disperata preghiera. Un Dio ormai alieno.
E allora quelle formule che aprono i mondi sono formule che il Divino dovrebbe conoscere, ma non ci comunicò in passato, e se ora le ha dimenticate, forse volutamente, tutto è perduto.
C’è un parallelo, per chi è volenteroso nell’apprezzarlo, tra questa poesia e An American Prayer di Jim Morrison. Lì il poeta domanda a Dio:

Do you know the warm progress
under the stars?
do you know we exist?

Il caldo, consolante progredire sotto le stelle è per Montale però appannaggio per pochi. Pochi fortunati e inconsapevoli, forse ladri di vita perché dalla vita, da questa vita che nega prendono senza lasciarsene affascinare. È una variazione del tema leopardiano, ma qui la natura è insita nell’uomo: ci sono uomini che vivono felici, raggianti, come crochi bagnati di sole e di fuoco in mezzo a un prato polveroso, e poi c’è la massa di steli d’erba, di travet vestiti di grigio e impolverati dalle giungle d’acciaio, incapaci persino di sognare o vivere – e capire la differenza tra sognare e vivere – quattro passi tra le nuvole senza avere poi un mancamento.

Sull’apprendimento in età scolare

Tanti secoli fa, quando forse le posate ancora non erano state inventate e la gente, dal plebeo fino a papa e imperatore, mangiava con le mani, accento e apostrofo erano la stessa cosa.Nel caso di po’, abbreviazione di poco e non il fiume più lungo d’Italia, bisogna premere tre tasti invece di due (pó). Questo capita ai pigri da tastiera, quale evidentemente io non sono 😜😜😜

Sulle maestre, la responsabilità dell’apprendimento è la loro, nonostante cerchino di scaricarla su genitori e figli. I quali, se provenienti da certuni ceti sociali apprendono comunque, a prescindere dall’istruzione. 

La scuola dell’obbligo invece esiste per gli altri, per i bambini e i ragazzi che provengono da fasce sociali deboli e che quindi, non avendo una atmosfera serena a casa, hanno difficoltà di apprendimento. Questo però non si può dire più di tanto agli insegnanti, che tra gli statali (il bacino di voti storicamente appannaggio di partiti come pd e an) si autointendono anello debole. C’è anche una grande difficoltà a dialogare con chi ha la forma mentis di insegnare.

Rimane la constatazione che non è mio figlio a non studiare, ma il tuo alunno a non apprendere.

La scuola dell’obbligo nasce per alcuni motivi, i figli di famiglie operaie e proletarie che andavano ancora minorenni a lavorare, ad alimentare il caporalato, a obbedire nei campi a un padre padrone ecc…

Figli di famiglie divorziate, di ragazze madri, orfani (e purtroppo so che la mancanza dei genitori in questi ultimi ha effetto proprio sulla stessa capacità intellettiva).

Insomma bambini che a casa non hanno emotivamente un quadro armonico, che sfortunatamente non hanno genitori avidi culturalmente (entrambi i genitori, uno solo non basta), che provengono da zone della città dove il disagio sociale è evidente (e qui ci sono studi sociologici su quanto l’urbanistica incida. Inoltre vedi la teoria delle finestre rotte).

Per tutte queste situazioni, che non possono certamente essere risolte con un atteggiamento sordo e in fin dei conti opportunista dell’insegnante, nasce la scuola dell’obbligo, gratuita (e dovrebbe esserlo anche sui libri di testo, ovvero l’insegnante dovrebbe dare agli alunni semplicemente i propri appunti e le proprie riflessioni nel rispetto dei programmi ministeriali e delle scelte del provveditorato di riferimento).

Studenti fortunati e studenti sfortunati vengono messi solitamente insieme per favorire il contagio dell’apprendimento e per far conoscere mediante la prima socializzazione della nostra vita anche realtà più fortunate della nostra, realtà che ci stimolino nello studio.

L’insegnante appassionato potrebbe non dare compiti a casa, non ne ha bisogno. E tutti noi ne abbiamo avuto almeno uno. Ovvero quell’insegnante che apre la nostra mente alla materia, che si fa pedagogo, che riprende in mano le redini della crescita della nostra mente, rendendola nuovamente attenta a certi aspetti della realtà, promuovendola a ritenere i concetti e la costanza, virtù inderogabile.

Il bravo insegnante mette i primi della classe negli ultimi banchi e quelli che socializzano durante la lezione nei primi. I compiti a casa tende a trasformarli in esercitazioni in classe e si preoccupa in prima persona del metodo di studio degli allievi, insegnandoglielo se necessario.
Oltre a esistere un gruppo qui su fb intitolato “Basta Compiti” fatto di genitori stanchi di essere non se stessi ma i supplenti aggratis degli insegnanti, che nei fatti dimostrano di volere il monopolio del miglior tempo degli individui, vorrei ricordare una realtà. L’abitudine di portarci a casa lo studio ci ha fatto portare a casa anche il lavoro. Molte delle negazioni dei diritti dei lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, che ruba loro tempo vitale, ossia tempo da dedicare ad altro come la pianificazione e l’assecondamento costante di una sfera intima familiare, comincia a scuola. In questo senso, l’approccio padronale ed ex cathedra di molti insegnanti – che lamentandosi delle proprie condizioni lavorative a cui nessuno li ha condannati e che rispetto ad altri suonano comunque come privilegi, scaricano su altre figure la loro responsabilità dell’apprendimento di bambini e ragazzi, soprattutto dei meno fortunati socialmente, ossia la stessa giustificazione della scuola dell’obbligo – è immagine e allenamento per la pessima realtà lavorativa attuale. Non è solo disgustosa in sé, ma anche nella prospettiva del lecchino che diventa crumiro, del Franti che si trasforma in un femminicida ecc..

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La vita del bambino, e dell’adolescente, è ordinata in due fasi: casa e scuola. A casa, il luogo della condanna ai compiti e della condanna a obbedire ai genitori dai quali si vivono fisiologicamente meccanismi di distacco psichico, si vive la SERIETÀ. Dunque, per esclusione, è la scuola a essere il luogo del gioco e dello scherzo, con grave nocumento per l’apprendimento.
Ma questo è normale: nel momento in cui ESCO di casa IO mi realizzo.
Cosa possono fare i genitori? Possono, invece che aiutare i figli nei compiti, aiutarli nella socializzazione. Ovverosia lasciare che crescano in casa o nelle case di altre famiglie, momentaneamente, attraverso feste, chiacchiere, incontri ecc…
Allo stesso tempo, se si vuole la scuola come luogo di serietà, di educazione al dovere di cittadino, a parte evitare lo sbaglio di dare i compiti a casa, dovrebbe essere vissuta come quel momento di serietà di cui nel resto della giornata si ha nostalgia.
Dove cioè il minore conosce alcuni lati del suo carattere, e li fa emergere, come la determinazione, la capacità a essere uniti quando serve e a essere individualisti quando serve, il lavoro di squadra, l’attenzione, la pianificazione dei propri studi, l’immaginazione di ciò che si apprende, l’apprezzamento per il meccanismo pedagogico e il dominio di sè.
In questo possono giocare un grande ruolo gli istituti tecnici, scuole dove più vicina si fa la realtà con le sue urgenze. Prima o poi si dovrà capire, in un Paese che si dice fondato sul lavoro, e che dal lavoro trae la dignità dei suoi cittadini, che l’Istituto Tecnico è la scuola su cui puntare, a discapito del Liceo.