Non di solo teatro…

La cultura è praticamente tutta in mano allo Stato. Scuola, università, ricerca scientifica e tecnologica. Musei, Sovrintendenze, Accademie di Belle Arti, restauro. CNR. Televisione, cinema, teatri. Dipende tutto dallo Stato. E, trattandosi dell’Italia, e non del Burkina Faso, è un impegno finanziario e politico enorme.
Qui viene tracciato un parallelo tra una categoria che a me sta enormemente a cuore, gli imprenditori, e gli attori. La tesi è che come i suicidi degli imprenditori, i cui motivi reconditi non vengono spiegati, quelli degli attori (e, ci aggiungo io, le condizioni lavorative pessime e stressanti dei doppiatori) avvengono per colpa dello Stato.
Ciò che però non si dice, per esempio, è che gli imprenditori spariscono (si suicidano ovvero delocalizzano fuori dai confini nazionali) perché troppo vessati (anche dall’accisa Letta, ottenuta a furor di popolo cinematografico e teatrale, che qualche anno fa venne decisa proprio per dar vita al FUS e che incide sui costi di trasporto delle merci), mentre gli attori muoiono perché evidentemente non hanno un approccio liberale, manageriale, imprenditoriale della propria professione, ma la intendono secondo criteri politici e ideologici tali per cui si esprimono a prescindere dal successo di pubblico.
È come, per dire, se io pretendessi di campare di oreficeria producendo in un paesino in cui non ci saranno mai abbastanza clienti, cammei greco romani e basta. È cultura anche quella, è cultura l’artigiano che scolpisce obelischi, che sa arredare le insulae pompeiane ecc. Ossia tutta roba che tra addetti ai lavori può anche essere apprezzata, ma che per il pubblico è morta.
E lì entra in campo l’ideologia: i paraocchi non ti consentono di capire che magari siete troppi a fare quel lavoro rispetto al pubblico che ambirebbe al biglietto d’ingresso, ti autoassolvi dalla tentazione di cambiare mestiere, e Costituzione alla mano chiedi un habitus lavorativo che ti calzi a pennello. La politica del consenso può anche assecondare la tua categoria, in fondo sono decine di migliaia di voti, e in una grande città vuol dire un eletto in più o in meno, ma poi viene fuori che stiamo in una organizzazione internazionale (la UE) che ci impone la spending review dunque i tagli dunque…
Ora, si può vivere di teatro in un momento storico in cui il mecenate pubblico viene suo malgrado a mancare? Se lo si concepisce come un posto fisso ho paura di no. Se è invece una cosa a metà tra l’hobby e una seconda attività, ma con attenzione a ciò che la gente non dico vuole, perché non mi sfugge tutto sommato l’aspetto pedagogico e divulgativo, ma è in grado di apprezzare, sì.
In fondo non ci sono meccanismi democratici che stabiliscono che un cittadino italiano che, per antica vocazione o improvviso capriccio, abbia deciso di fare il “mestiere” abbia da dimostrare di poter godere nel privato ovvero nell’attività di agevolazioni e di finanziamenti pubblici. O se ci sono, non sono di mia conoscenza.
Se per esempio un bando premia un vincente, e dunque di diverse compagnie teatrali solo una possa ottenere soldi pubblici, beh forse le ragioni di suicidi improvvisi tra attori delle compagnie perdenti hanno cause di cui lo Stato non può essere colpevolizzato, limitatamente al meccanismo di cui sopra.
L’estensore di quell’articolo ha inoltre saltato a piè pari gli studi sociologici sulle cause di morte le cui tipologie sono contemplate dalla statistica. Durkheim riconosceva che queste cause, per esempio nei suicidi, non sono solo individuali e intime. Come a dire, in un gruppo sociale, organizzato per avere un leader (o una ape regina) nel momento in cui quel leader (o qualsiasi altro ruolo) non viene incarnato (perché l’individuo precedente scompare) allora c’è una sorta di gara tra chi rimane. Horror vacui, concetto antichissimo che però vale nelle scienze umane e magari anche a teatro.
Anche se in realtà credo che mediamente gli attori siano meno propensi del resto della popolazione a farla finita, proprio perché grazie alla terapia che inscenano riescono a esorcizzare il mal di vivere.
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