Non Chiederci La Parola di Eugenio Montale – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

[ABBA CDDC EFEF]

È indubbiamente una delle poesie più celebri del Novecento italiano, la più famosa, soprattutto nell’ultimo verso, di Montale. Poesia alquanto pessimistica e con il rimpianto, nella strofa centrale, di quell’individuo raro che conosce la propria strada, che è empatico e amichevole con il prossimo e se stesso, in un approccio niccianamente apollineo alla vita. Infatti non dimentica di avere una parte più oscura e misteriosa, ma non se ne fa distrarre. Attraversa l’umanità (il prato polveroso) come una carovana nel deserto, ma sa apprezzarla.
Ciò non si può dire di “noi”, ossia della gran parte del genere umano. Ma se entrambi i tipi sono compresi nella poesia, con chi parla Montale?
La parola che squadra da ogni lato, ossia che rende tetragono e non assediabile un animo informe. Animo informe? Polveroso prato? Lettere di fuoco?
Sembra quasi una genesi, una creazione divina dell’anima umana, una creazione 2.0, cristica. “Chi verrà dopo di me vi battezzerà in spirito santo e fuoco!” dice Giovanni nei Vangeli. Ma… quella Parola, quelle Lettere hanno perso l’elemento divino, tuttavia non potendo contare su quello umano, sulla sua natura creaturale.
Dunque non c’è formula scientifica che spiega l’universo, al limite ne abbiamo una che lo distrugge, che ci ha portato all’atomica, a paesaggi post nucleari, da Day After.
Nell’universo senza Dio, senza una Verità positiva, senza una speranza per il domani, appannaggio di pochi eletti che percorrono in esilio ma soddisfatti, e non facendosene distrarre, un mondo popolato da insoddisfatti che si sentono in esilio collettivo, il Poeta vede se stesso e i propri simili, la gran parte dell’umanità, come ombre cinesi e negativi fotografici, silhouette e decalcomanie e identità prive di identità.
Ma a chi si rivolge?
Non si rivolge certo a un lettore qualsiasi. Si rivolge a qualcuno che non conosce la condizione umana descritta, oppure s’è voluto voltare altrove, assentandosi. Si rivolge cioè a una giovane vita che chiede, che spera, che sogna. Un ragazzo che con la fiducia verso i grandi gli si avvicina, e chiede lumi su di lui, sulla vita, sulla sua generazione.

Oppure si rivolge a quel Dio che forse non esiste e non è mai esistito, in una breve, ultima, disperata preghiera. Un Dio ormai alieno.
E allora quelle formule che aprono i mondi sono formule che il Divino dovrebbe conoscere, ma non ci comunicò in passato, e se ora le ha dimenticate, forse volutamente, tutto è perduto.
C’è un parallelo, per chi è volenteroso nell’apprezzarlo, tra questa poesia e An American Prayer di Jim Morrison. Lì il poeta domanda a Dio:

Do you know the warm progress
under the stars?
do you know we exist?

Il caldo, consolante progredire sotto le stelle è per Montale però appannaggio per pochi. Pochi fortunati e inconsapevoli, forse ladri di vita perché dalla vita, da questa vita che nega prendono senza lasciarsene affascinare. È una variazione del tema leopardiano, ma qui la natura è insita nell’uomo: ci sono uomini che vivono felici, raggianti, come crochi bagnati di sole e di fuoco in mezzo a un prato polveroso, e poi c’è la massa di steli d’erba, di travet vestiti di grigio e impolverati dalle giungle d’acciaio, incapaci persino di sognare o vivere – e capire la differenza tra sognare e vivere – quattro passi tra le nuvole senza avere poi un mancamento.

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