Un appunto sulla comunicazione nei social

Su FB ci sono alcuni tipi di comunicazione. Innanzitutto quella personale. Poi c’è quella commerciale, quella istituzionale, quella politica, culturale ecc…
È triste capitare sul profilo di una persona che ha praticamente due tipi di post: “quante me ne succedono” ossia il piangersi addosso (che stimola la solidarietà) e “come sono bravo” (che serve a fare la conta dei follower veri rispetto agli amici e basta, follower a cui lasciare attestati tipo “lo so che ci sei sempre!”).

In altri termini, la narrazione compiaciuta di un tizio che si autocelebra, che è seguito dai suoi amici (che trasforma in adepti e dunque in clienti; poi, con l’aiuto di questi, emargina chi ha un pensiero non conseguente e prono) mentre posta eventi di cui è sempre in bene protagonista. Nessuna confessione pubblica, nessuna esposizione di propri umanissimi vizi, nessuna presa di posizione su fatti collettivi che possano alienargli parte delle simpatie che si affanna quotidianamente a raccogliere.

È triste capitarci perché se ti accade di confondere la sua affabilità da addetto commerciale in sincera amicizia, in gentilezza personale, in affabilità tout court, in tolleranza verso il tuo punto di vista, sei del gatto. Perché?

Perché tutti gli altri come te sono stati già allontanati (non bloccati, il numero del totale dei contatti è troppo in evidenza per potervi rinunciare) in quanto non funzionali al culto.

E perché la tua buona predisposizione d’animo viene facilmente fraintesa, strumentalizzata, e insultata. Anche questo stropicciamento è funzionale. È un guadagno, serra le fila degli adepti della setta, quella che vive di riti, riunioni, liturgie, carinerie sul nulla ( = frasi di circostanza buoniste e dunque vuote).

Il profilo che vorrà ottenere il massimo da questa situazione ti cucinerà a fuoco lento: non sfoggerà subito la sua diversa opinione, il suo punto di vista; giocherà di rimessa sulle tue affermazioni, sempre più disorientate, senza però rendere te la “vittima” (di un abbaglio).
Un po’ fomenterà gli altri e un po’ ti asseconderà. Ottenendo in questo modo enigmatico e sottocoperta una visibilità straordinaria. Questa visibilità verrà sapientemente trasformata e assecondata a suo favore, per giustificarne la sottointesa prosopopea.

Capire la comunicazione è importante per capire l’Altro, oggi più che mai. Non è detto che tutto ciò che ho elencato sia un male, ovvero siano condannabili le strategie comunicative che inverano l’ambiguità tra persona e personaggio vendibile e spendibile, anche quando ciò non è dichiarato.
Alcuni suggerimenti per non cascarci includono la constatazione che queste “persone”, un po’ umane e un po’ negozi, non perdono tempo a commentare le cose sul TUO profilo, ma badano solo ai fatti loro e al governo di quello che per loro è un gregge di pecore da mungere quando viene il momento.

Confesso che anch’io sono sui social con molteplici fini, quello personale, quello professionale, commerciale, lavorativo, culturale ecc…
Ovviamente non mi sfugge la differenza, appaleso i miei approcci alle varie tematiche, ecc…
Potrei dire che sono rispettoso del punto di vista altrui e ciò che in realtà mi urta non è un suggerimento, sicuramente dato in buona fede, che qualcuno mi dà per migliorarmi, quanto un insulto che posso subire o che chi mi contesta può subire, o che magari subisce chi mi è amico.
Ecco, lì c’è una notevole differenza: mettere i like agli insulti vuol dire acuire il conflitto, distanziare e lacerare. Quei like TUTTAVIA sono, again, funzionali alla fidelizzazione e all’estromissione dell’elemento estraneo.
Estromissione, si badi bene, non dal contesto, ma solo dalla narrazione.

Si tratta di scelte comunicative: moralmente migliore rimane quella – come tutto ciò che riguardi la “morale” – che in un dato ambiente restituisce i risultati più duraturi, ovvero la strategia meno “furba”.

In un periodo di totale mancanza di lavoro, non me la sento proprio di biasimare i blogger facebookiani che operano in un modo per me alieno e incomprensibile al momento.

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