Profondamente dispiaciuto per la scomparsa del dolce folle Marco, che tanto dopo la morte quelli a cui t’accorgi d’essere affezionato li puoi chiamare giusto per nome e il resto é burocrazia cimiteriale.

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Hai rappresentato pazzamente la politica migliore, quella di spinte ideali, di ragionamenti, inclusiva e non becera e cretina. Dialogavi con tutti, dai venditori di aldilá ai fascisti che non ti repellevano, dagli esponenti della partitocrazia atlantica ai compagni comunisti, e ricordo in un visti da vicino andreottiano un tuo contro rimprovero per aver secondo loro abusato di questa parola, compagni, durante una diatriba parlamentare.
Ricordo le mattine dei tuoi scazzi radiofonici e della pazienza da fratello minore, da spalla, di Bordin, la cui rassegna stampa é e rimarrá irraggiungibile esempio nel giornalismo italiano.
Mi dispiaceva il finanziamento pubblico di qualche milionata di euro a radio radicale, ma in fondo chissenefrega, fosse per me terrei voi e butterei via tutto il resto.
Sei stato nella tua coerenza prima il sommo cretino, poi l’illuso, il pagliaccio che tutti pensavano mangiasse di nascosto tra una canna e l’altra, e infine oggi che capiamo la tua preveggenza disperata un martire della libertá di tutti noi.

Potremo mai mai smettere di dirti grazie? No, perché oggi che il Medioevo e la superstizione tornano con le loro prepotenti veritá infantili scopro che quello che hai conquistato, che ci hai fatto conquistare, é tremendamente fragile.

Io non so se in questo paese s’é compreso che la laicitá é, per esseri umani mortali, nella loro finitudine, proprio per il rispetto dei loro limiti, un valore assoluto, l’unico che ci consenta di essere tutti ugualmente liberi. Fuori la barbarie della sottomissione ci assedia, apre delle brecce, si insinua con i suoi cavalli di Troia del volemose bene. Fuori, il nulla e il male tramano e complottano per far tornare le tenebre di una legge vegetale. Di un modello di societá dove la libertá é appannaggio di pochi.

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Credo che tutti gli italiani vi siano vicino, come voi lo siete ai suoi cari, amici e familiari. Voi, non galassia ma famiglia radicale, famiglia politica nel senso più alto della parola, etico, di liberazione dalla nostra atavica sudditanza di popolo, protagonisti misconosciuti di battaglie contro ignoranze millenarie e per il progresso del Paese, guidati da un alfiere della libertà, un condottiero che rischiava la sua vita davvero, ogni volta, avanti alla sua truppa di innocenti, alla sua ciurma di sognatori.

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Mi ricordo d’averlo visto una volta sola, una ventina forse di anni fa. Passeggiava solo, dall’altro lato di Piazza San Silvestro, l’abito scuro, lo sguardo fisso e battagliero. Ricordo che rimasi sorpreso dell’altezza, sul metro e novanta, e della proporzione delle spalle, praticamente un armadio.

Più recentemente, ma sempre tanti anni fa, lessi un fondo di Adriano Sofri, quando ancora scriveva dal carcere per Panorama. Forse lo fa ancora, ma non ha più valore. Descriveva Pannella come bulimico, i digiuni un momento di catarsi alimentare. Bulimico in tutto, dal cibo alle sigarette all’onnipresenza su tanti fronti. E concludeva il ragionamento, non ricordo se anche il pezzo, domandandosi se ci saremmo mai salvati da questa avidità alimentare in senso lato, da questa fame.
Leggerlo mi diede fastidio. Pensai a muse mostruose, come l’invidia, o il benaltrismo, o il voler appiccicare ad altri una luce negativa che era propria di chi scriveva questi ragionamenti dal carcere.

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