Una delle cose che mi hanno sempre affascinato è la capacità di essere a seconda dell’assunzione di un ruolo contingente.

Immaginiamo per un momento un computer, o una calcolatrice. Essi esistono a prescindere dai calcoli che sottoponiamo loro. Non hanno bisogno di elaborare questo anziché quell’algoritmo. Non hanno l’idea della fama, della gloria, dell’areté.

Al di là della metafora, mi sono spesso immaginato in una situazione o in un’altra.
E mi sono chiesto se avrei avuto pensieri e azioni adatte sia a quel particolare contesto sia a dimostrare che la sopravvalutazione esagerata che faccio quotidianamente della mia intelligenza è ben riposta.
Ho anche pensato lo stesso degli altri, perché la conoscenza è un tipo di ingordigia che si nutre di altruità, e dunque anche di altruismo.
Un contesto stimolante può avere la stessa funzione di una scuola ideale: ti fa crescere.
E, del resto, tutti noi sopravvalutiamo i bambini, anche perché se non lo facessimo non li manderemmo a scuola, a forzare la propria crescita intellettiva.

Possiamo anche fare un altro tipo di operazione “spirituale”. Volgerci indietro, analizzare la biografia di alcuni personaggi famosi, quelli a noi più familiari, e giudicarli secondo questo metro, ammesso che sia quello giusto. Domandarci cioè se sono morti serenamente, perché prima, quando erano vivi, hanno combattuto l’universo privo di senso riempiendolo di senso per quanto umanamente gli era possibile, titanicamente, senza posa.

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La verità è la metafora del primo orgasmo, quello che ti faceva sentire sul tetto del mondo e che si é trainato dietro un vortice di illusioni, e tutti gli altri.
Da un lato ossessione, dall’altro strada già battuta con relativo disincanto.
Schiavi e liberi, messaggeri e solitari, latori e truffaldini.
Assedio, insidia, cospirazione, inganno, ruoli a carte scoperte. Non solo sigarette a commento, strascichi, stanchi tramonti, enigmi.
Voler conoscere la verità, anche solo per disprezzarla, per bestemmiarla, per adulterarla, entrandone nei meccanismi, saccheggiandone il fuoco inestinguibile, indimenticabile.
Il prezzo del foglio bianco, non aver altro da dire, e intanto tornare a sognare. L’insostenibile logora e costringe, obbliga a brevi assenze di piacere, la volontà dell’amore come avidità e bramosia dell’oggetto amato cede alla balia dei venti per una lontana idea forse desiderata, ma puerilmente.
Non sono più io.

Frammenti pugliesi

Conservo un sacco di strani, assolati, ipnotici ricordi di quando andavo al mare in campeggio dai miei parenti a Mattinata. Quella luce acre, quelle strade polverose, i ciottoli dolorosi sotto i piedi mentre attraversavo la battigia, le mangiate acconciate sotto gli alberi e di fianco a mura bianche roventi di penne al finto salmone, di spiedi di pesce, le gite alle tremiti in cerca di fantomatiche grotte azzurre, e l’artificioso santuario al frate, e le saline, e l’acqua limpida, e le rocce grandi come montagne a picco sul mare… 
Dopo, rileggere Omero non è stata più la stessa cosa. 😉
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Cos’è l’immaginazione? Faccio un esempio.
Una volta, era agosto, eravamo a Troia io e mio padre, io ero bambino.
Era sera e tra i vari parenti papà si trovò a parlare, fuori dalla casa di mia zia, ossia di sua sorella, con un parente alla lontana. 
Quest’uomo, di mezza età, parlava delle sue difficoltà a fare il contadino.
A un certo punto, fece una richiesta assurda: mi chiese a mio padre in prestito per un anno.
Mio padre rimase interdetto, ma stava ragionando. O meglio, stava immaginando. Non solo un destino alternativo, ma anche una scazzottata.
Poi disse di no. Lentamente, ma in modo deciso.
Non vidi mai più quell’uomo. [quindi no, non era Nardino dalle mani grandi e dall’aspetto semplice, neanderthaliano, e non era nemmeno uno dei due gain omonimi]
Questo per dire che l’immaginazione non parte da zero, e sicuramente confina con paranoie e psicopatologie varie. Una reazione interiore a una sollecitazione esterna, poi un’altra, e un’altra ancora. Non necessariamente negative, le une e le altre. Ma arrivi a un certo punto che ti basta chiudere gli occhi, e immaginare una storia. Perché quelle sollecitazioni, collezionandole, le hai imparate, e le puoi simulare. 
A quel punto, la tua storia sta in piedi. E si tiene.
È questo ciò che mi fa scrivere.

Dio e il male

Affronto questo argomento in modo sporadico e da ex cattolico. Non credo Dio esista. Ma ne parlerò come se esistesse, ovvero come se ne esistesse la sola versione cattolica.

Certamente quando si parla di Dio bisogna operare scelte oggettivamente arbitrarie, ossia dogmatiche. Le scelte dogmatiche possono esserlo per puro capriccio oppure corrispondere a criteri di utilità (per esempio per l’istituzione Chiesa).

A ciò si accompagni la consapevolezza che chi sceglie su un campo tanto aleatorio ha una definizione peripatetica del proprio tempo vitale. Non si rivolge alla sfera metafisica solo per vigliaccheria ma anche per piacere intellettuale e di conversazione, con tutti gli eccessi immaginabili.

La condizione malvagia di Dio è un lato che mal si confà a un accostamento armonioso al pensiero, all’adorazione, alla preghiera, ma tale scomodità deriva dall’essere irrinunciabile. Giacché nel momento in cui dovessimo sostenere che il male non deriva per luciferina interposizione da Dio stesso dovremmo ammettere una dualità che sconfinerebbe nell’aborrito (dai fedeli delle snobistiche religioni semitiche) politeismo.

Ci troviamo dunque nella dimostrazione “matematica” in cui si afferma che Dio è non solo bene ma anche male. Ovvero non solo amore, o bontà, o generosità, ma anche i suoi opposti.

Accanto a queste definizioni “speculari”, diamone un’altra, più generica ma dalle conseguenze non appariscenti. Il male è tutto ciò che provoca un danno.

Ora, chi ha affrontato la patente di guida saprà che vi sono due tipi di ostacolo da evitare guidando: il pericolo e l’intralcio. Ovvero il danno può essere attivo o passivo, facendoci con la sua stessa presenza perdere inutilmente tempo.

Quindi, sempre ragionando specularmente, sappiamo che non c’è solo il bene, ma anche l’utile a guidare le nostre azioni.

Ecco. Ammesso che è impossibile fare danno a un ente onnipotente, sappiamo che quando pecchiamo, ossia operiamo un male diretto a Dio, esso ricade esclusivamente su noi stessi e su coloro che ci circondano.

E il male che Dio fa?

Qui casca l’asino. Perché nel caso di Dio, per definire ciò che è male non bisogna badare all’oggetto, al destinatario, ma solo a chi lo opera.

In altre parole la medesima azione dannosa è male se siamo noi a operarla, non lo è se è Dio a farlo. In altre parole, il male è quando usciamo dal seminato, quando vogliamo sostituirci a Dio, cosa tuttavia istintiva, visto che (e qui torno a indossare la mia veste attuale) lo abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza.

Dunque Dio non ha bisogno di comportarsi in un modo o in un altro, essendo già ricompensa di se stesso. Noi sì. Dio (concetto semitico) è padrone della vita e della morte e ha ogni diritto di togliere la vita al più innocente e caro dei bambini, perché è una sua creatura. Noi no.
E non abbiamo nemmeno il diritto di protestare per un affetto che ci è stato tragicamente strappato via perchè “Io sono un Dio geloso!”, visto che il nostro dovere è tributare (mesopotamicamente) l’affetto più elevato al “Re dei Re”.

Ora, passiamo per un momento alla questione del libero arbitrio.
Il libero arbitrio non c’entra nulla con l’esistenza o meno di Dio né con l’influenza che una presenza fisica di Dio nel presente possa avere sull’agire umano. Solo chi non rinuncia al punto di vista dell’uomo, senza avere l’idea di Dio in testa, può sostenere l’opposto.
Chiarisco subito che qui siamo nel campo delle pure speculazioni deduttive, senza uno straccio di prova, solo ragionamenti fino all’alba.
La narrazione biblica (che se uno scava capisce che sono leggende, ma continuiamo con la sospensione natalizia della realtà) è piena di esempi di ribelli a Dio in sua presenza.
Persino la Seconda Persona della Trinità (l’incredibile scopiazzatura della Trinità Capitolina per far accettare ai politeisti grecoromani il monoteismo messianico degli ebrei avversi al giudaismo sinedrita ed erodiano) ha avuto i suoi barcollamenti. Barcollamenti di derivazione olimpica ed eraclea: un Dio onnipotente che ha paura di subire un limite umano sapendo di non perdere la propria divinità è ridicolo, se lo somministri innanzitutto alle fasce più acculturate della popolazione, quelle che ci ragionano e non si circondano di amuleti per esorcizzare la realtà.
Ma la cosa più incredibile in questa ministoria sul libero arbitrio sono le bigotte delle parrocchie. Loro pregano la Madonna che non faccia fare ai loro figli nemmeno una briciola di ciò che ha sopportato Cristo. Le loro sono preghiere scacciamalocchio. Malocchio, ossia un ben preciso tipo di male. Quello per cui le cose ci vanno storte, in altre parole la sfortuna.

E in fin dei conti questo è, giusta la citazione delle tante parabole mercantili nel Vangelo, il Dio cattolico. Un crocifisso contro il malocchio, un Dio della Fortuna, che preghi per non soffrire e che, quando poi statisticamente la sfiga arriva, strumentalizzi per minimizzarla. Oppure per dirti che serve a uno scopo più alto.

Come si dice in certi casi, la sofferenza (ovvero la sfiga) la OFFRO a Dio. Ossia la ALLONTANO da me, chiedendo al portatore sommo di sfiga di portare sul Golgota anche la mia.
E in fondo cosa è stato il Calvario se non l’incubo di ogni vitellone?

Quindi, quando parliamo di male, rimproverandone a Dio la responsabilità, abbiamo indovinato la fonte ma totalmente sbagliato il nostro ruolo nella questione. Perché non siamo in grado di far altro che blaterare al vento, o parlare al muro. Quello su cui è appeso l’idolo attuale.

E se insistiamo siamo degli ipocriti, gente che tiene il piede in due scarpe. Inadatti a una religione straniera, proveniente da un paese barbaro, di un impero barbaro, che legittima la schiavitù e vede nella libertà non un assoluto ma solo uno strumento. Una religione che vuole il monopolio sulla realtà e la interpreta nella maniera più becera. Una dottrina che trasforma tutto ciò che tocca in morte.