L’Altro

Sí, Caino aveva una colpa, ma non era quella di odiare la pastorizia. Al contrario, nel racconto biblico i due fratelli si sono scambiati i ruoli.Caino era quello abituato a sgozzare gli animali che accarezzava, a tradirli. E, alla fine, uccise il fratello, per saccheggiarlo.
Oppure no, peggio. La sua colpa era di non stare a sgranocchiare tutto il tempo cibi che non lo avrebbero mai saziato, al limite dell’indigestione. Lui mangiava, poco, stagionato, cotto, sotto sale, e soprattutto a bocca chiusa. Mangiava nell’antro della caverna, al riparo dalla fame ferina di leoni e smilodon, lupi, orsi, iene e chissá cos’altro. 
L’altro, l’inutile leccaculo, commerciava favori con la divinità, come la pioggia, il Nilo che lo veniva a far visita nel suo lavoro, il sole e i gatti contro malattie e topi. Viveva per il raccolto. Mangiava smodatamente frutta e verdura come se ci fosse ancora un Eden e non un domani di vecchiaia, a tutte le ore, parossisticamente. Aveva due mascelle cosí, i denti bianchissimi, enormi, sporgenti, non gli consentivano di chiudere le labbra, e insomma dava fastidio quel rumore maleducato, la saliva che gli colava, il respiro che spandeva in giro l’odore del cibo.
Abele fu ucciso da una bestia attratta dal suo odore e dal suo rumore di atleta del chewing gum ante litteram. Quando si incontrò con Caino, nell’aldilà, e gli chiese motivo del diverbio, il fratello rispose che sí, c’era stato qualche screzio, ma lui, Caino, s’era sempre fatto i fatti suoi, e forse lo aveva semplicemente soccorso troppo tardi.

Pasolini e Caravaggio nella versione di Sgarbi

Torno ora da Ferento, dove ho visto Sgarbi parlare di Caravaggio, quasi una sua ossessione, dopo una lunga premessa comparativa su Pasolini, che però nel discorso culturale e non solo di stasera é sentito da Sgarbi, o almeno così l’ho percepito io, più come una porta che rimanda ad altri discorsi che come un artista comparabile ai suoi eroi pittorici. E, insomma, non è cosa si possa smentire più di tanto, essendo il Nostro esperto di arti figurative e non letterarie.

Nella “lunga premessa”, dopo la lunga e sdegnata prolusione di Moravia ai funerali di Pasolini, viene tracciato un parallelo tra i due artisti, uno a far da matrice per l’altro, e vengono svelati alcuni particolari della biografia pasoliniana ignoti ai più. Sgarbi dice che grazie alla propria formazione, ad aver lui stesso frequentati alcuni pensatori dell’arte in gioventù, ha potuto scoprire che tra i maestri intellettuali di Pasolini vi era chi, nell’immediato dopoguerra, costruiva la fortuna attuale di Caravaggio nella storia dell’arte.

Dunque Pasolini aveva questa “vita parallela” davanti e pare quasi vi si adegui. Scorrono le immagini di adolescenti caravaggeschi paragonati ai Citti o a Davoli, fino all’ultimo Pelosi. Ragazzi di vita in entrambi i casi, forse Pasolini sceglieva i suoi partner occasionali o “stanziali” con i quadri di Caravaggio in mente, affinché (sembra suggerire Sgarbi) la biografia di “Pierpa’” sia una “vita per l’arte”, un masterpiece, un capolavoro.

Ma le due vite si scoprono parallele anche sul piano della poetica. E si ha l’impressione che accanto alla retorica fascista che Pasolini poteva scoprire in quartieri come l’Eur o in zone come Via della Conciliazione (dei Patti Lateranensi che risolvevano la Questione Romana tra papalini e risorgimentali, e tra Stato e Chiesa) ci fosse una retorica pontificia (tutt’uno con la religione, quando viene annunciata e riassunta nel “Credo nella Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica”) alla fine della stessa Via della Conciliazione. Che fosse retorico non solo il concerto di corpi nei mosaici fascisti alla Stazione Ostiense, oggi sotto tutela della Sovrintendenza, ma lo stesso Giudizio Universale del Buonarroti.
Personalmente penso che l’Arte sia una Retorica in atto, che Poetica e Retorica coincidano e semmai a divergere siano solo i modi e gli scopi. In questo senso, il neorealismo di cui anche Pasolini fu parte letterariamente e cinematograficamente, neo perché vi fu già il realismo verista del secondo Ottocento (ma dovremmo anche pensare a certe pagine manzoniane e d’azegliane per capire quanto sia retorica esso stesso), ha proprio in Caravaggio, nella sua ricerca fotografica ante litteram, un antesignano, un precursore.

Il realismo è certamente retorica della denuncia sociale, retorica stabilita da chi avrebbe addirittura a volte se non spesso i mezzi per risolverla almeno in parte, ma decide che è compito che spetta ad altri.

Dunque il realismo finisce con l’essere non solo celebrazione di chi denuncia i disagi sociali: è speculazione su chi questo disagio lo subisce, e ne esce scornato dal potente e poi preso in giro dall’intellettuale momentaneamente privo di mecenate.

E forse è questa la chiave per capire quanto Caravaggio sia contemporaneo a noi, insieme a quell’uso della luce che sostituisce anche da un punto di vista logico (e dialogico con la scena) l’uso della prospettiva. Nei quadri caravaggeschi infatti il punto di fuga è la sorgente di luce che illumina, come si usa negli studi fotografici, la realtà raffigurata. Non possono non venire in mente le pitture parietali egizie contenute all’interno delle piramidi: noi spettatori di fronte ai quadri di Caravaggio stiamo spiando dal buco della serratura, siamo come ladri di tombe a un tempo spaventati e attoniti di fronte a un momento di sole che illumina corridoi dipinti, osserviamo quasi ignoranti realtà vive avvenute secoli prima, il che è poi il fascino della Fotografia in quanto Macchina del Tempo.

Siamo, forse pasolinianamente, Caravaggio stesso, che cattura frammenti di reale e vuole che l’osservatore dei suoi quadri si immedesimi in lui, divenga lui.

*****************************

Spero di trovare la registrazione online, o su dvd. Stupidamente non mi sono portato nulla, nemmeno per l’audio. Assurdo che non ci fosse almeno una telecamera, perché Ferento é spettacolare e loro lo sanno.

Volevo interloquire con lui per quel che riguarda la candidatura congiunta di Viterbo ed altrove a Capitale della Cultura, sul destino da dare, per me museale, alla sede della Banca d’Italia di Viale Marconi che verrà presto dismessa, a ciò che a Viterbo manca anche perché le è stata tolta, mi riferisco all’etruscologia romana di cui Roma non ha certamente bisogno per campare. Ma un misto di stanchezza e timidezza e incapacità di immaginare un dialogo – la mente rivolta ancora a ciò che ci è stato dato di vedere e pensare – ha prevalso e mestamente me ne sono andato.

Rimane il ricordo fresco di un uomo che, seppur con una verve che gli studi televisivi ammorbano, preferendogli i momenti di ira, quasi assenti in queste due abbondanti e intensissime ore, non ha più l’aria dell’impunito come all’epoca del blog quotidiano ante litteram che impersonava dopo tangentopoli, ma si domanda, forse anche per la scomparsa di Eco suo recente “cognato” da un punto di vista lavorativo, ciò che si domandano i padri, soprattutto spirituali: quanto mi resta da vivere, quanto posso ancora stare vicino ai miei affetti intellettuali e alle mie cose?