Joker

Tempo fa, parlando con una amica, paragonavamo il Joker di Ledger a quello di Leto. Mentre io sostenevo di non trovare interessante il secondo, troppo pazzo senza uno scopo, lei coglieva nel segno notando che il primo è una sorta di vendicatore, con un vissuto anteriore che non conosciamo ma che possiamo intuire.

Ed è così. Quel Joker, che confina parecchio con Montecristo, piove allo stesso modo sui buoni e sui malvagi. Per lui tutto è mafia e criminalità organizzata, anche l’autorità statale, anche i ricchi di Gotham, o la povera gente.

Joker introduce se stesso infatti proprio manifestando subito questo disincanto, che lo porterà a essere la nemesi di Batman non avendone mai il terrore che Batman vuole incarnare. Da un lato escogita un Piano per cui i suoi complici saranno tutti uccisi, dall’altro chiosa la sua scelta condensando nella frase “Ciò che non ti uccide ti rende più strano” (strange al posto di strong, ma con un richiamo al significato di entrambi) un fatto passato che evidentemente lo ha segnato, mentre la telecamera ne inquadra il volto, sia truccato che con le cicatrici agli angoli della bocca.

Quindi la contrapposizione tra paura e senso del ridicolo ne sostiene e nasconde un’altra, quella del bambino che non vuole altra violenza definitiva (Batman tende a non uccidere, perché Bruce è traumatizzato dalla morte di chi gli ha dato la vita, la madre, e di chi gliel’ha salvata, il padre medico) e quella di un ragazzo, forse un piccolo criminale, che ha provato a entrare nella mafia ma ne è rimasto sfregiato.

Nolan deve staccarsi notevolmente dall’aspetto fumettistico di Batman, avvicinando ulteriormente Bruce Wayne al suo corrispettivo inglese, Bond (con Fox nella parte di Q, riconoscibile per esempio quando parla della CIA e di un fantomatico Sky Hook Program, Rachel in quella di Moneypenny, nel senso di un amore platonico, e Alfred nel ruolo di un bonario M). Non a caso la scena del rapimento del cinese a HK verrà ripresa da Bond a Macao, cost come la carrellata dell’esplosione del Gotham General sará citata in Spectre, quando Bond fa esplodere il quartiere generale del suo fratello adottivo in Marocco. E, Nolan, lo fa per rendere verosimile il vero protagonista, l’antieroe Joker che è più efficiente dell’autoritá nel distruggere la mafia, ma solo come primo livello nel suo intento di distruggere Gotham.

“So riconoscere uno che si fa spremere a prima vista” dice Joker del cinese il quale, non sapendo come controbattere, stacca il collegamento con la famiglia. Anche qui, nella sua seconda apparizione, il Joker ci racconta qualcosa del suo passato. Probabilmente il ragazzo aveva un complice, un debole che in una azione criminale lo ha tradito. Forse ha provato semplicemente a essere il mafioso di riferimento del suo territorio, ma non volendo ammettere di aver fatto male i suoi conti ora si ritrova a dover distruggere tutta l’organizzazione di cui voleva essere parte. La vendetta è ormai la sua ossessione, la spinta che deve averlo portato sulla cattiva strada e che ora ormai lo ipnotizza.

Quando uno dei boss, Gambol, la cui pronuncia significa gioco d’azzardo, lo accusa di essere pazzo, Joker si sente minacciato e si altera, ma la minaccia non consiste in una pistola spianata: é nel suo passato ad Arkham, detenuto di un carcere psichiatrico, numero senza nome, da cui è uscito apparentemente guarito grazie a quel senso della realtà più profondo dei vari avversari ma non risolutivo della sua insania vendicativa. Ovvero, la sua consapevolezza è solo uno strumento per ciò che si è prefissato, distruggere la normalità. Non è un caso che Maroni appaia una persona estremamente calma e razionale, quasi buona, e questo nonostante le doti recitative del caratterista Eric Roberts, abituato a ben altri personaggi.

E quando Joker anticipa l’annunciata mossa di Gambol (una taglia di 500 mila $, un milione se vivo) eccolo tirare fuori il refrain, che cambia nel contenuto ma non nella struttura, di come si è fatto quelle cicatrici. Papà Vs Mamma (che nel vissuto di Bruce Wayne vivono serenamente il loro matrimonio) ovvero il ragazzo che sarà Joker Vs la sua ragazza (e, anche qui, Bruce e Rachel sono distanti ma non contrapposti) sono le situazioni archetipe che Joker racconta, coltello alla mano, in poche spiccicate parole.

Christian Bale confesserá di non sentire la sua recitazione altrettanto convincente di quella di Ledger. Ma non poteva essere altrimenti: è Joker a condurre le danze, a incidere, mentre Batman gioca di rimessa quando non è apertamente sulla difensiva.

Nel maxi processo, ad esempio, Joker annuncia la sua presenza con una semplice carta da gioco di cui è citazione, esattamente come nell’ultima scena tra Batman e Gordon di Batman Begins. Il fermo immagine sulla carta che turba appena Il giudice Surrillo ci consegna una figura nera, un gargoyle in disperato atto di preghiera o harakiri, l’immagine diabolica dell’anima del pazzo, che poco ha a che fare con le normali carte da gioco, anch’esse fumettistiche.

L’avvicinamento di Duefacce a Joker avviene nell’ufficio del sindaco: il primo cittadino mette tutti nel calderone, mafiosi politici giornalisti e poliziotti. Una bella fetta di società che contrappone all’avvocato Harvey Dent, e abbiamo visto come Joker intenda vendicarsi di tutti. Mafiosi politici giornalisti e poliziotti vogliono tutti difendere il loro status, sono TUTTI mafia, e alla fine lo sono anche Dent e il sindaco, e Batman, il cui sosia impiccato (nessun legame coi tarocchi, nonostante il mazzo di carte) appare subito dopo. “Will the real / Batman / please stand up?” canzona il quarto joker (uno era stato speso come biglietto da visita con la cupola, gli altri due li abbiamo visti). Queste carte sono importanti, perché stabiliscono un parallelo e una rivalità con il modo che ha Batman di annunciarsi e apparire presente, non ne sono una semplice parodia ma una imitazione concettuale con scopi evidentemente criminali.

E arriviamo all’apparizione televisiva del Joker. La televisione uniforma, spiana e delimita il perimetro di ciò che è lecito assumere dal resto. Joker ora si trova lí, dalla parte di una illegalità che appare meno illegale di quella di Batman, il quale ora è diventato quello che “scatena la follia”, il destabilizzatore di Gotham. Joker è come un qualsiasi presentatore TV, è come un giornalista, un politico, un mafioso, un poliziotto. E Joker è euforico. Forse comincia ad assaporare ciò che desiderava e gli è stato negato, l’essere considerato, l’essere normale, l’essere parte della corruzione sistemica contro cui Batman si batte ma per salvare Gotham e Joker si batte per distruggerla. Il passato ritorna ma nella mente bacata del Joker è come un amico che rimpiangeva e che però ora userà come giocattolo.

Infatti Joker riprende il suo piano di accerchiamento dell’universo mondo a lui familiare, un Dio che si diverte con le vite dei mortali, e appone la sua firma esuberante, barocca, flamboyant sull’attentato al giudice Surrillo. Stavolta le carte da gioco sono infinite, possiamo vederne svariate tipologie, tanti Joker diversi significano non solo variazioni sul tema, ossia una identità il cui carattere assume diversi comportamenti, ma anche la spiegazione di come le carte fin qui viste siano, nell’essere tra di loro uguali, diverse da quella dell’ultima scena tra Batman e Gordon del film precedente.

Tra i centomila Joker di carta dell’attentato a Surrillo e il nessuno che svapora in quello al commissario capo si materializza il Joker di carne nel tentativo di uccidere Dent, tentativo che costringe Bruce Wayne a giocare di sponda provocando lo svenimento coatto al procuratore e lo stupore in Rachel (che pensa forse a una rivalità sentimentale).

Alla festa di raccolta fondi di Bruce per Harvey, che raccoglie il gotha di Gotham, un fragile vecchio dell’estabilishment, forse un massone, pronuncia una frase contro il Joker (“Non ci facciamo intimidire dagli animali” che è un po’ il muro divisivo tra la ricca Gotham del gotha e la disperata Gotham del Goddamn). E Joker, esattamente come con Gambol, tira fuori il suo refrain. Rachel, che doveva obbedire a Bruce e nascondersi, appare allora in mezzo la sala e fedele al proprio personaggio difende il vecchio e i bei tempi andati (Harvey cinque minuti prima le aveva regalato questa pennellata di nostalgia e malinconia, l’habitus dei benestanti che si contrappone alla disperazione dei bestemmianti, dicendo ad Alfred “Rachel mi parla sempre di lei”). Rachel dunque diventa ostaggio del Joker e complica le cose a Batman, appena apparso. Batman non sembra più in grado di salvarle la vita. Qui lo fa in extremis, dopo gli sarà impossibile.

Con Rachel il refrain diventa “avevo una moglie, mi accusa di non sorridere mai, mi riduco il volto cosí, da solo, ecc…” e qui capiamo definitivamente che se vogliamo sapere qualcosa del passato di Joker, in mancanza di antefatto, dobbiamo andare altrove a indagare. Alfred in questo senso ci viene in soccorso: i bestemmianti di Gotham, i Goddamners, sono stati ridotti da Batman al loro stato primitivo, la disperazione “e nella disperazione si sono rivolti a un uomo che non hanno compreso fino in fondo”. E, continua, “certi uomini non cercano qualcosa di logico, come i soldi. Non si possono né comprare né dominare, non ci si ragiona né ci si tratta. Certi uomini vogliono solo veder bruciare il mondo”, definendolo “terrorista” nel suo addio a Rachel, che finirà bruciata dall’esplosione dei barili di carburante a cui è collegata, mentre Batman salvando Dent lo vedrà perdere metà volto.

L’attentato al sindaco in cui ufficialmente Gordon muore rappresenta la svolta ed è importante per l’intera trilogia perché introduce il tema dell’amicizia tra colleghi della polizia, che verrà sviluppato nell’ultimo capitolo, e del corpo di polizia cittadino che rivendica pubblicamente il suo status di monopolio della forza e il suo orgoglio nel servire e proteggere in cambio del godimento a vita delle tasse. Vediamo finalmente Joker senza trucco, ma con le cicatrici, e Duefacce che comincia a dare di matto e quindi a sovrapporsi parzialmente all’altro, stabilendo una vicinanza spirituale tra supercomplessati criminali. Pazzi la cui criminalità è l’unico legame col mondo, l’unica medicina che li fa dialogare con la normalità. Perché “Joker non ha regole” come dice Maroni a Batman (che le ha, e questa è una sua vulnerabilità) mentre Duefacce ha capito che il caso (il caos di Joker) è equo, le regole no.

Significativo il camion da cui Joker spara col bazooka: l’immagine della ruota rimanda al luna park, alle montagne russe, agli acrobati e al circo, mentre “Hyams /S laughter / is the best medicine” con la S graffittata malamente è tutto un programma, che rende il lato buffo di tutto. “Siamo pronti a dargli un po’ della loro stessa medicina” è la frase del poliziotto sull’elicottero, e non si pensi a un banale gioco di specchi quanto a linguaggio comune che due mondi contrapposti hanno, l’uno con la sindrome di Stoccolma indotta dall’altro, reciprocamente.

Gordon risorto cattura Joker, ma si sente sconfitto, nonostante sia la nomina a commissario capo, sia la consapevolezza di aver salvato Batman: non ha dati sulla vera identità di Joker, e sa che l’aver tenuto fuori la sua famiglia è una condizione precaria. Joker riesce a rapire Dent proprio grazie agli uomini di Gordon, e Dent aveva redarguito Gordon a tal proposito. Anche questo, la corruzione del corpo di polizia, ossia un corpo di polizia che per conservare il proprio status passa da una mafia all’altra, avvicina Joker e Duefacce. 

Il confronto in cella tra Joker e Batman segna l’impotenza del secondo, non solo sugli eventi definitivi che Joker scatena, ma anche sul piano psicologico. Più Batman si agita nel riempire di botte Joker, che stavolta non reagisce, più Joker lo dileggia. Un muro di gomma, una psiche che Batman non riesce a terrorizzare, Joker è tenuto tutto il tempo lontano dalla destabilizzante medicina  (parola ricorrente anche nel primo capitolo) di Spaventapasseri, l’unica arma che potrebbe smuoverlo dallo stato di insania mentale in cui si è arroccato.

“Tu completi me!” dice Joker a Batman. Joker che si divertiva tanto a fregare i “trafficanti mafiosi” non c’è più: ora è cresciuto, è salito di livello, e si confronta con un mafioso del bene, un mafioso costruttivo e non distruttivo, un membro del gotha e non del Goddamn. E a questo punto il film parla della nostra attuale situazione, realizzando appieno quello stacco dal fumetto di partenza. Oppure, per chi ne apprezza l’aspetto sociale e filosofico, avvicinandosi a Watchmen.

Questo vuol dire non solo che The Dark Knight vede Joker come protagonista, ma anche che può contare in parte sull’aver cannibalizzato Duefacce e la sua sete di vendetta. Il Joker di Nolan è, per ragioni di economia narrativa legata alla brevità della trilogia, un Joker versione Duefacce. È le stesse ragioni indurranno a eliminare Robin dalla trilogia, tranne salvarne il personaggio sul finale del terzo capitolo con un accenno che sembra voler preannunciare il quarto capitolo e che invece serve a rappresentare Robin retrospettivamente nel terzo.

É arriviamo alla fine, Joker ha effettivamente giocato con Dent come con Giobbe per sentirsi un Dio che si prende gioco dei mortali, ma Batman che Dio non è anziché acconsentire ha potuto solo giocare di rimessa. Dent muore per la caduta provocata da Batman, e a quel punto Batman diventa l’antagonista di Joker, senza essere l’eroe della storia.

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