Kafka e Hitler

L’altro giorno riflettevo sulla straordinaria somiglianza tra il nero coleottero che Kafka descrive sapientemente nella sua Metamorfosi e l’aspetto sinistro di certi gerarchi nazisti, avvolti da neri cappotti di pelle allacciati alti in vita, in modo da rappresentare un corto torace e un largo addome. Questo aspetto profetico dell’opera kafkiana non deve sorprendere: il regime nazista era ancora in parte Weimar, e Weimar ne anticipa geopolitica e valori.

Poi oggi mi capita questo articolo di Repubblica. Nel quale si mostra in anteprima un quadro dell’Hitler artista. La pochezza del tratto è visibile, ma l’occhio rimane ipnotizzato proprio da questa realtà misera, imprigionata in un interno che si replica come in un gioco di specchi, un labirinto claustrofobico di echi senza profondità, bidimensionali.

In questo sta la genialità circense dell’arte degenerata, come gli stessi nazisti la chiameranno, e che si evolverà nella concettuale e nella replica robotica e finta della popart. L’arte come espressione di una mente instabile, malata, che cerca di esorcizzare i propri fantasmi, le proprie paure, la propria morbosità, l’incapacità di rimanere leale a un principio di realtà condiviso.

Quel quadro è ovviamente denso di significato, a volerlo mischiare con la biografia del suo autore. Vi si vede la Germania accerchiata, cannibalizzata, fatta a pezzi (cosa che aveva fatto lei alla Polonia tre volte). C’è Hitler nel bunker, immagine del leader di una nazione impazzita perché declassata dalle altre. C’è poi l’Hitler che da austriaco preferisce farsi tedesco. C’è l’imbianchino e il pittore viennese, che impara a odiare gli ebrei perché innegabilmente superiori sul piano della cultura, dell’arte, della presenza pubblica. C’è la sua paura per una vita ordinaria, familiare, intimista, fatta di giorni che si rincorrono uguali a se stessi.

Hitler, il pittore che non seppe nemmeno in politica compiere capolavori, ma tragedie assolute, e che dopo la Polonia (ma la Gran Bretagna trasformerà il torto tedesco nella seconda guerra mondiale, ignorando scientemente quello russo a Polonia, paesi baltici, Finlandia, che avveniva negli stessi mesi del ’39) desiderava finire la sua vita nuovamente da artista.

Probabilmente Kafka avrebbe potuto trarne una storia, l’Arte come religione dell’Assoluto, dell’espansione dell’Io che trascende dalla socialità, un Io la cui grandezza è sinistra solo per le masse.

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