Talete

Guardate le stelle e non i vostri piedi. Provate a dare un senso a ciò che vedete, e chiedervi perché l’universo esiste. Siate curiosi.

(Stephen Hawking)

Narra Platone che Talete, camminando in campagna, e osservando gli astri sopra la sua testa, non si avvide della buca nel terreno in cui cadde. Una ragazza trace, sua serva, una sorta di Marta o di samaritana preevangelica, lo prese in giro, per la sua mancanza di senso della realtà. Voleva infatti indagare e interrogarsi su mondi lontani, e trascurare l’immediato che stava attraversando e che in quel momento forse lo annoiava.

Questo aneddoto, probabilmente di origine socratica, mi ha sempre colpito, fin da bambino. Perché insegna una distinzione tra tipi umani non indifferente. La donna del volgo, concreta, non proverà mai le felicità intellettuali di una mente che si sforza di essere coerente con la conquista della postura eretta. La possiamo vedere, prudente, col muso basso come certe volpi che annusano i vermi della terra figurandosene i piccoli predatori. I piedi piccoli, i polpacci grossi, abituata fin da piccola a ruzzolare al suolo senza danneggiarsi eccessivamente, ché non ha subito questa variazione di statura.

Capelli corti o raccolti, viso tondo, già sovrappeso, con un accenno di pantagruelicitá, di amore della vita, di goliardia, di vino non annacquato. Trace nei misteri cui forse partecipava, nei cui fumi si perdeva, aiutata da un’impalcatura scheletrica e muscolare da saltatrice di cavallo, da piroettatrice di ripetute ruote, una trottola delle danze rituali.

Gli occhi grandi, neri, come certe rumene di oggi, lo sguardo vispo, la peluria in corrispondenza delle basette, sotto l’ombelico, sulla nuca, sulle tempie e vicino le fossette dei reni, dietro la schiena. Addominali enormi, un certo sviluppo dei bicipiti, delle spalle, il collo liscio, forse un’anfora sulla testa per diverse ore al giorno, o la cesta dei panni da lavare al fiume.

E dall’altra parte la classica descrizione holmesiana di Conan Doyle che Eco riprende per Guglielmo. Un tipo con la testa fra le nuvole, mi sia consentito dire, letteralmente. Allampanato, ancora. Il volto scavato, già in lá con gli anni, in cerca addentro la volta celeste di linee e forme geometriche o comunque appartenenti alla propria realtà mentale. Grandi passi, come Rimbaud, ma anche come una giraffa.

Non c’è bisogno del pozzo, o della buca. Basta un giramento di testa, l’equilibrio compromesso dalla posa innaturale, come di uno che ti parla dal piano di sotto o dal cortile, e tu affacciato lo saluti, quello sì volta alla propria linea d’orizzinte ideale con un attimo di incertezza.

Talete guarda. Talete si interroga. Talete si assenta. Talete cade. Il mal sacro. Rapito dagli Déi, o dai propri demoni interiori. Nessuna violenza, solo il distacco del flusso di coscienza dal proprio autogodimento.

Passano i momenti, gli istanti, gli attimi. Costellazioni sorgono e costellazioni cadono. La serva, forse semplicemente una donna, sta tornando. È sera. È inverno, oppure è una festa nei dintorni, o una cerimonia della luce. Il vegliardo viene soccorso. Forse lei si china per altri motivi. Forse è lei a inciampare su quel corpo temporaneamente senza anima. Ma sa cadere, a differenza di lui, e non lo sveglia accidentalmente, ma volutamente, successivamente.

“Padrone” oppure “Signore” oppure, boh “Caro il mio nonnino”

(Gemito)

“Che ti accadde?”

“Camminavo, guardando, e caddi”

“Non ti avvedesti”

“No, perché ero distratto dal provare piacere nel distrarmi”

“La sera ha reso oscuro il tuo andare, ma se vuoi ti guido. Vieni”

E mentre, nei giorni successivi, il primo dei tuttologi cercava di ricomporre la propria vanità, l’anonima tossica coloriva il ricordo degli avi di Santippe, mantenendosi tuttavia fedele al plot. Camminavo, mi distrassi, caddi. Come corpo morto cade.

Già, ma come parlarne senza fuorviare il lettore/uditore. Smetterebbe di essere un aneddoto. Smetterebbe anche di essere l’agiografia di un concetto.

In su la ci ma. Macrocosmo e microcosmo. Astrologia. Come in cielo così in terra, ma per specchi et enigmi. E un gran mal di collo. Torcicollo. Predisposizione all’ictus.

“Ti sono grato. Mi hai rimesso in piedi a riveder le stelle”

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