Tiziano Terzani e l’islam

A me la modernizzazione dell’Asia non piace per nulla. Non sono contrario al progresso, ma mi rammarico che per copiare a tutti costi il modello occidentale gli asiatici stiano perdendo la loro peculiarità. Non mi piace vedere i cinesi con la cravatta che, vorrei ricordarlo, in origine era il cappio che i mongoli ponevano al collo dei prigionieri. E non credo neppure che mangiare con la forchetta abbandonando l’uso dei bastoncini li renderà più felici. Un popolo che rinnega le proprie tradizioni finisce con il perdere anche la sua identità. A volte mi chiedo perché l’Occidente voglia tutti costi esportare su scala mondiale un sistema di vita che non soddisfa neppure coloro che lo vorrebbero imporre agli altri. Sarà l’Islam la nuova ideologia che ispirerà la ribellione dei paesi poveri.” Tiziano Terzani

NON CONDIVIDO NULLA. C’è sempre un elemento di insoddisfazione nell’essere umano, ma preferire povertà e barbarie senza fine a una societá pacificata, dal benessere diffuso, dove la responsabilità penale è individuale perché i suoi individui sono cittadini con diritti e doveri lo trovo aberrante.
Tutto quello che posso fare per mettermi in sintonia con questo scrittore é seguirlo nella chiosa finale, magari strumentalizzandone il concetto che ha espresso. Le religioni monoteiste sono religioni binarie acceso/spento, bene/male, vita/morte, tipicamente pauperiste, in un mondo plurale. Appiattiscono l’essere umano, le sue aspirazioni, le sue idee. Descriverle come ideologie all’indomani della caduta del muro è un atto di giustizia, perché tali sono. Affermando gli assoluti negano l’uomo, la sua condizione precaria, e non sono affatto di consolazione.
Così come il razzismo è una reazione sbagliata a un’invasione irrazionale delle risorse di un popolo, religioni monoteiste e ideologie comuniste sono una reazione sbagliata a valori e disvalori occidentali.

Ma con un distinguo. Altrove Terzani, sempre nei mesi successivi all’11 settembre, scrive di come l’Islam sia ovunque, “una grande e inquietante religione con una tradizione di atrocità e di delitti (come tante altre fedi peraltro) ma é assurdo pensare che si possa cancellarla dalla faccia della Terra“. Nel suo disincanto ormai maturo verso i paradisi promessi ai poveri, Terzani individua anche nell’Islam le debolezze che una mente ideologicamente schierata addebiterebbe solo alla parte avversa. Ma fa di più, sta pensando che i sovietici un attacco come quello dell’undici settembre se lo sognavano. Se lo avessero fatto, sarebbe scoppiato il conflitto nucleare.
In quel caso il nemico, l’Altro (idea tanto a cuore al giornalista), vive però  concentrato oltre la cortina di ferro cui l’aveva relegato l’azione politica di Churchill. Con l’Islam invece non è possibile. Infatti l’Islam è ovunque: ed è seduzione che può essere scacciata solo da seduzione Altra, che faccia sentire l’essere umano più completo, sereno, appagato.

L’Islam, che propugna un paradiso di latte e miele, ha in odio la trasformazione dei suoi fedeli in fedeli consumatori di beni e servizi. Immaginiamo solo l’emancipazione femminile nelle nazioni islamizzate: il pil raddoppierebbe, l’istruzione e la cura dell’infanzia e della terza età si espanderebbero ed evolverebbero in senso razionale e professionale, il dibattito culturale farebbe un salto di qualitá, le infrastrutture per il manifatturiero (elettrodomestici) sviluppandosi permetterebbero allo Stato il controllo del territorio (chè costituisce, in altre parole, la pacificazione coatta delle diverse istanze sociali nell’Italia fascista e di quelle religiose in Medio Oriente oggi). Il consumismo rende la societá plurale, apre nuove professioni e nicchie di mercato, necessita per vivere di una continua redistribuzione di ricchezza, e per quanto possa imbruttire il paesaggio con la speculazione edilizia, non è certamente la guerra del Vietnam, o del Kashmir tra India e Pakistan, o dell’Afghanistan, o la repressione cambogiana, o cinese in Tibet, o birmana.

È il consumismo ad aver permesso il sorgere di giornali e riviste letterarie. Consumismo è vendere milioni di copie di un libro, consumista è colui che costruisce una sua personale biblioteca, che è semplicemente una collezione più o meno pensata (come altre tipologie di collezioni) di libri. Quella stessa biblioteca, fatta di libri nella maggior parte dei casi economici, quindi non rivendibili a cifre da status sociale elevato, i suoi eredi non la vorranno, e con un miglior ritorno di immagine ne faranno donazione a un comune, un ente pubblico, una fondazione.

Quindi consumista è anche la professione di giornalista, di scrittore, di poeta che brama di consumare il foglio bianco. È l’avida curiosità del viaggiatore, che non sa stare a casetta sua, che DEVE ripartire, bruciando le tappe dei suoi tour, accumulando ricordi e oggetti anche infimi ma legati a personali avvenimenti vissuti in prima persona in luoghi esotici, non solo fermi a un tempo passato, ma fuori dal suo tempo.

Quella di Terzani, per concludere, é un’idea in linea con la nostalgia inattuale di Pasolini per la civiltà contadina, che il poeta nutriva entro i confini nazionali, guardando i paesani, i ragazzi di vita ecc. e che Terzani invece sente visitando popoli lontani. Ambedue in viaggio, o forse in fuga. La volontà di non godere QUESTA vita, ma di studiarsela, sdegnati, col binocolo. Versioni sublimi dell’emigrante che guarda all’Italia (Pasolini sognerá di vederla affondare nel suo bel mare) con tanta ma tanta ingratitudine e meschina grettezza.

Non di solo turismo

Un vecchio detto italiano recita più o meno così: chi non ha voglia di lavorare si abitui a mendicare.
La recente sconfitta referendaria dei no triv ha tuttavia evidenziato che esiste nel Paese una bella fetta di popolazione inconsapevole delle fondamenta su cui si sostiene lo stile di vita che la appaga. Questo insieme di tipi umani, sbrigativamente ribattezzati cattocomunisti, è in realtà diffuso a tutte le latitudini della politica.

Sono quelle persone che hanno il mito della rendita in un paese che si dice fondato sul lavoro, che amano l’esproprio proletario tranne quando ne sono loro le vittime, che cercano in tutti i modi di accaparrarsi dei danarosi frutti della disumana pressione fiscale italiana, pressione fiscale che non solo stronca il lavoro economicamente e aziendalmente sano, ma induce al suicidio decine di imprenditori ogni anno.

Queste persone, spesso donne, vivono a volte in casali che spacciano in società per ville signorili, ma non hanno la capacità finanziaria per sostenere tali ruderi, e allora si inventano agriturismi e b&b – attività di per sé dignitose – pur di conservare il proprio status di aristocratici & comunisti.

Oppure, per evitare (=evadere) tasse mettono su le onlus anziché le aziende, fanno associazioni culturali lí dove tutti sanno esserci dei ristoranti, talora ottimi, e vanno in giro mendicando una crocetta per il cinque per mille, e questo è il periodo.

Naturalmente hanno una visione padronale e razziatrice dei soldi altrui, per cui se capita di parlarci come é successo a me, si scopre che chi decide dei soldi di una persona sono loro per interposto stato tassatore. Il che è indegno, vergognoso, criminale e fa schifo.

Per queste persone é dogma, ovvietà e punto fermo del proprio agire pubblico che l’Italia possa campare di solo turismo. E non sia mai che gli citi decine di studi internazionali sul golf, come volano del settore. Verresti subito tacciato per amico dei “ricchi”, per portavoce dei capitalisti e per criptofascista.

E che non ti venga in mente di obiettare che tra il Sim di cui parlavano i brigatisti e le demoplutocrazie di cui si lagnava il Duce a cambiare è solo la terminologia! Saresti definitivamente catalogato per disfattista e amico di chissà quale entità massonica e piduista.

Insomma, nonostante che il turista cerchi essenzialmente relax dallo stress del proprio quotidiano e dunque prediliga realtà non problematiche sotto alcun punto di vista, secondo i teorici del “potremmo vivere di rendita grazie ai proventi del turismo” e della tal cazzata “che tutto il mondo ci invidia” non è il cliente ad avere quasi sempre ragione, ma loro ad averne sempre.

Non so se avete presente il mendicante fuori dalla chiesa che vi chiede gli spiccioli che avevate preparato per l’offertorio.

Quel mendicante è l’incarnazione di questi clandestini del settore turistico. E si sta diffondendo ovunque. È la mentalità dei soldati spagnoli che il Manzoni dice andassero per vigne ad alleggerir i contadini della fatica dei loro raccolti. La mentalità degli zingari, qualsiasi significato oggi abbia questa parola poco politically correct, e dei popoli nomadi che vedono negli stanziali esseri subumani, animali da razziare.

E non stupisce vedere tra i turisti dei ladri: evidentemente i cacciatori di frodo di souvenir culturali nostrani si sono adeguati all’andazzo degli avidi dispensatori di scontrini di caffé a cifre folli.

Per me l’immenso patrimonio culturale artistico e archeologico di cui ci facciamo orgogliosi custodi andrebbe alienato e sparso fuori, nel mondo. Siamo una nazione di robivecchi, non più di artisti.

Infatti i Fori Romani non sono più, con sommo dolore dello scrivente; più giù era il Colosseo, luogo di divertimenti anche cruenti e non certo di seghe mentali sui diversi stili architettonici. Così come c’era una volta Pompei, che non era un deplorevole e trascurato museo di corpi carbonizzati e poi dissolti nel fango e nei lapilli, ma una città economicamente viva.
Perché queste persone, dei veri e propri minus habens a far danni continui a tutta la collettività, non si sono ancora messi nella testa che la cultura esiste se l’economia è fiorente, ma non può né potrà mai sostituirsi ad essa.

Gli ingrati

Se mi fermo e ripenso al passato scopro che quelli che non mi hanno saldato erano tutti più grandi di me di vent’anni.

Traditori cronici.
Campioni di cinismo.
Cannibali dei sogni altrui.
Cannibali di chi è più giovane di loro.
Ingrati verso le generazioni precedenti.
Edonisti già sotto Nixon.
Figli solo di se stessi. Padri solo di se stessi.

Prima o poi questo Paese dovrà analizzare i danni sociali fatti dai sessantottini di una parte e dell’altra, caproni talebani intolleranti schifosi. E anche un po’ figli e ndrocchia 😉

Cominciò la generazione precedente, quelli diventati maggiorenni sotto la guerra, la gioventù fascista, a diffondere il sistema dei paraocchi, l’incapacità di dialogare. Furono loro la guerra civile. Il fascismo ha la grave responsabilità di aver insegnato a odiare, a credere e non a ragionare, di aver istigato quel linguaggio di violenza e sopraffazione che Pertini condensa nel motto guerrigliero “A brigante brigante e mezzo!”. Quella gioventù ebbe la sua guerra, quella gioventù fu sedata dal boom economico e da una Costituzione piena di promesse berluschine, ma trasmise il germe dell’odio fazioso e talebano ai sessantottini.
In altre parole, i “nativi fascisti”, i “ventenni del Ventennio” (repubblichini e partigiani) erano gli intransigenti mostri creati dalla retorica e dalla propaganda fascista.

I sessantottini di destra e di sinistra ebbero anch’essi la loro guerra civile. Questi dandy militanti se la fecero durare molto a lungo, gli anni di piombo, un Vietnam all’italiana, per ottenere uno status migliore dallo Stato. E lo ottennero dall’esplosione della spesa pubblica conseguente al compromesso storico. Alla mangiatoia statale tutti si approvvigionavano, e chi ne rimaneva escluso era pronto a tirare di nuovo fuori l’ascia di guerra.

Una generazione di ricattatori , di scrocconi, di odiatori professionisti, di servi e puttane del potere che rimangono estasiati dal potere che rimane loro incollato sulle mani, sulla bocca, e su ogni altro orifizio. Per loro lavorare significa litigare, compiere il male, non ascoltare e lo fanno in modo maledettamente professionale ed efficace. Sono un disco rotto, sempre con le stesse frasi fatte, adeguate ai tempi, strumentalizzabili. Presenzialisti nella mangiatoia pubblica, ma incapaci di fare economia reale.

Sono ancora vivi, oggi. E sono incazzati neri. Come puoi pensare di andare a Brussels a gambizzare chi ti nega i soldi? A uccidere un funzionario UE poco propenso ad assecondare il protezionismo statale dell’inefficienza e il voto di scambio? Semplicemente non si può, ancora ti incastrano in una infamante accusa di pedofilia appena atterri, e che fotte tutto lo stuolo di questuanti che ti sostiene.

Incazzati perché il debito pubblico deve smettere di crescere, incazzati perché l’euro è finalmente la moneta sana che non mangia i risparmi degli italiani (schiavi del capitalismo finanziario, a sentir loro… STO CAZZO CHE VE SE FREGA!) con la svalutazione a due cifre. Drogati irrazionali nel momento dell’astinenza, rompicoglioni con tutti i torti di questo mondo e senza alcuna coscienza morale, si stanno attrezzando di falli equini per incularci ancora.

Non un’ultima volta, perché la verità è che vogliono addirittura sopravviverci.

http://put.edidomus.it/auto/mondoauto/attualita/pdf/Case_ott05.pdf

La situazione del mercato di ottobre in europa.

Come si vede, perfino la Mercedes vende più della Fiat, e la Smart ha una quota mercato maggiore di Alfa o Lancia. Ricordo che il marchio Smart è stato suscettibile di notizie sulla sua chiusura nelle passate settimane per via delle sue scarse vendite!

È da notare come l’accoppiata Bentley-Lamborghini del gruppo Volkswagen venda più di quella Ferrari-Maserati del gruppo Fiat. Seat e Skoda, insieme, vendono più del brand Fiat. Il gruppo Volkswagen è a quota 21% del mercato europeo, cifra che non ricordo d’aver mai visto toccare a un marchio o un gruppo.

Il problema maggiore della Fiat è stato quello di non essere mai competitiva a livello internazionale. Una volta scardinata nel mercato interno, è scivolata nelle vendite. Ma questo non poteva che accadere.

In un momento in cui le grandi compagnie pubbliche, vedi Telecom, dismettono e si indebitano per permettere al privato di acquistarle, la ripresa potrebbe passare ancora una volta dall’auto. Ma la situazione è tale che, come storicamente è oramai tradizione, l’Italia è solo ancora una volta terreno di conquista. L’egoismo e il menefreghismo dei singoli non paga.

Gruppo Fiat – PARLA MARCHIONNE (14/11/2005)

Sul prossimo numero dell’autorevole quindicinale “Automotive News”, sarà pubblicata un’interessante e lunga intervista del giornalista italiano Luca Ciferri a Sergio Marchionne.

Amministratore delegato e direttore generale del gruppo Fiat, Marchionne affronta molti temi interessanti, parlando di economia e del futuro dei vari marchi italiani. Ecco alcuni estratti dell’intervista; utilizzate il link qui sopra per il testo in inglese.

In percentuale, a che punto siete nel rimettere in sesto il gruppo Fiat?

A livello di Gruppo, 20%; voglio dire: 20% fatto, 80 da fare. Il livello cambia da settore a settore: 10% fatto alla CNH (Case New Holland, la divisione che si occupa di macchinari per agricoltura ed edilizia), 6% all’Iveco. La Magneti Marelli è al 20-25%, mentre la Comau (sistemi di produzione) è al 30%. Dal punto di vista strategico, stiamo cercando un ruolo giusto per un fornitore di componenti e un produttore di robot all’interno del gruppo Fiat.

La Fiat venderà la Magneti Marelli o la Comau?

Assolutamente no. Stiamo lavorando per svilupparle. I sistemi di gestione motore e trasmissione della Magneti Marelli sono strategici per lo sviluppo futuro della divisione Powertrain. Allo stesso modo, Automotive Lighting (consociata della Magneti Marelli) è un fornitore di luci di primissimo livello, capace di competere a livello globale: dà un contributo cruciale nella creazione di un design accattivante delle nostre auto. Devo trovare qualcosa di simile in altri settori, come le sospensioni, i sistemi di scarico e le plance.

E Fiat Auto a che punto è?

In Fiat Auto abbiamo fatto molto più di quel che sembra, ma molto resta da fare. Dal punto di vista strutturale, direi che siamo all’80%. Sono fiducioso perché adesso abbiamo un’organizzazione completamente “market-oriented” in un’azienda che tradizionalmente non è mai stata “market-oriented”. Ma Fiat Auto ha ereditato alcune decisioni sbagliate fatte in passato, come il mezzo miliardo di euro investito nella Lancia “Thesis”, giusto per citarne una. Oggi come oggi, avremmo approvato una gamma di modelli completamente diversa, ma questa è quella che abbiamo e il nostro impegno quotidiano consiste nel far sì che questi modelli producano il massimo a livello di redditività e vendite.

Per Fiat Auto, che cosa significa essere “italiana”?

A livello di design, i nostri prodotti dovrebbero apparire italiani. Tutta la dirigenza che ha rapporti con il mercato, come i gruppi che si occupano di vendite o marketing, è composta prevalentemente da italiani. Tutto quel che sta dietro ai prodotti (progettazione, produzione, qualità) risponde a dirigenti che si sono formati con i nostri avversari tedeschi. Hanno il giusto livello di disciplina e di rigore per gestire al meglio queste divisioni.

Lei quante ore lavora?

Dormo circa cinque ore per notte e il resto del tempo lavoro. La mia settimana lavorativa dura da lunedì a sabato notte.

Che cosa sta succedendo fra Fiat e Tata Motors?

Con Tata stiamo esplorando la possibilità di un’alleanza non solo per le auto, ma anche in altri nostri settori come motori e componenti. Stiamo offrendo a Tata l’accesso al nostro sapere automobilistico in cambio della loro conoscenza del mercato dell’Asia sud-orientale. Qualche volta, le compagnie europee hanno un approccio a questi mercati che è in un certo modo arrogante: “Vi portiamo il meglio della tecnologia”. E non si preoccupano di quello che il mercato locale vuole. Tata dovrebbe aiutarci a capire bene le esigenze del mercato dell’Asia sud-orientale.

Il prossimo anno, nello stabilimento di Mirafiori partirà la produzione della nuova “Punto”, che già assemblate a Melfi. Le “Punto” di Mirafiori si aggiungeranno alle 360.000 che prevedete di produrre a Melfi nel 2006?

Abbiamo le potenzialità per produrre 360.000 nuove “Punto” l’anno fra Melfi e Mirafiori. Se il mercato ne vorrà di più, potremmo facilmente raggiungere quota 420.000. Il prossimo anno, il nostro obiettivo è vendere 360.000 “Punto”. Per noi, quel che importa davvero è che Fiat Auto sia in grado di rispettare i target di vendita, cosa purtroppo molto rara negli anni passati. Ora come ora stiamo vedendo un incoraggiante numero di ordini non solo per la nuova “Punto” (30.000 da settembre a ottobre), ma anche per la vecchia, che siamo sicuri possa essere venduta in 60.000 unità nel 2006.

Girano voci che abbiate perso fiducia nell’Alfa Romeo. Quali sono i problemi dell’Alfa e le possibili soluzioni?

La questione Alfa è semplice e complicata allo stesso tempo. L’Alfa è un grande marchio, riconosciuto a livello mondiale, ma sta vendendo meno macchine del previsto. Per affrontare il problema, abbiamo recentemente annunciato un cambio al vertice: Karl Heinz Kalbfell si concentrerà sulla Maserati e sul futuro sviluppo strategico dell’alleanza industriale e commerciale Alfa-Maserati (il “polo sportivo” del Gruppo); Antonio Baravalle, che ha fatto un grande lavoro alla Lancia, si occuperà della gestione quotidiana dell’Alfa con le sue grandi capacità commerciali e di marketing.

Le vendite della “156” stanno calando e quelle della “147” non rispettano le aspettative. Perché?

La “147” soffre perché per lei la BMW “serie 1” è stata ritenuta la rivale principale, dimenticandosi di avversarie come la “Golf” (le cui versioni più costose rivaleggiano con le “147” alla base della gamma). Ci siamo dimenticati della “Golf” e di quello che stava facendo sul mercato. Credo che dobbiamo rispondere in maniera efficace alla pressione della Volkswagen. Abbiamo imparato la lezione e credo che dobbiamo essere molto più attenti e umili circa le aspettative dell’Alfa. Dobbiamo lottare dove dobbiamo lottare. Sarà meno un problema, credo, per i nuovi prodotti (“159” e “Brera”), che hanno decisamente diritto di competere nel segmento di lusso.

L’attuale “147” è basata sul pianale accorciato della “156”. Possiamo aspettarci che l’erede, la “149”, utilizzi un pianale “premium” accorciato?

È un’opzione che stiamo considerando. Da un lato, la piattaforma “premium” è molto più costosa di quella della “156”, dunque sarebbe molto più dura tirarne fuori un’auto compatta redditizia. D’altra parte, se l’Alfa vuole davvero competere nella zona alta del segmento C, ha bisogno di una base del genere.

Negli ultimi cinque anni s’è parlato molto di un possibile ritorno dell’Alfa negli Stati Uniti. A che punto siete?

Ci stiamo lavorando, ma non sarà il prossimo anno.

Comunque, l’idea è ancora quella di far debuttare le Alfa in Usa vendendo “Brera” e “Spider” nelle concessionarie Maserati?

Molto probabilmente, andrà proprio così.

In vetta alla gamma Alfa c’è davvero bisogno di una berlina a quattro porte o sarebbe meglio una crossover, visto che la “159” è cresciuta ed è quasi grande quanto l’attuale “166”?

Per come la vedo io, una grande crossover sarebbe la scelta migliore.

Per molti anni, né il gruppo Fiat né i suoi amministratori delegati hanno creduto nel futuro della Lancia. Ma lei ha approvato tre nuovi modelli Lancia. Che cosa l’ha portata a puntare su un marchio “locale” in un mercato sempre più globale?

Il marchio Lancia è unico, davvero italiano, alla moda, un po’ arrogante. Ha un grande passato (nel 2006 avrà cent’anni) e nessuna eredità pesante con cui confrontarsi. Quindi, è una base perfetta da cui incominciare un nuovo periodo di crescita. Sono d’accordo che, in termini di vendite, la Lancia sia attualmente troppo “italiana”, ma gradualmente questo cambierà. Quest’anno abbiamo preso d’assalto il mercato francese e nel 2006 ci avvicineremo a Germania e Spagna. In termini di investimenti, è una scommessa che possiamo affrontare, perché gli investimenti per la Lancia sono incrementali rispetto a quelli per i nuovi modelli Fiat.

Alcuni analisti ritengono che il posizionamento della Lancia sia in un segmento di quasi-lusso. Lei è d’accordo?

Assolutamente. Sta sopra un marchio di massa come la Fiat, ma sotto i marchi “premium” tedeschi. È una posizione unica. Nessun altro costruttore latino ha un marchio quasi-lusso.

Ultimamente, all’interno del gruppo Fiat il marchio Maserati è sempre stato quello con le aspettative più alte e i risultati più bassi. Ogni cinque anni, l’obiettivo delle 10.000 unità l’anno è rimandato di altri cinque anni. Ora si parla del 2010. Come ci arriverà la Maserati?

Innanzi tutto, rafforzando la gamma di prodotti. La “Quattroporte” è una vettura eccellente, ma ha bisogno, per esempio, di un vero cambio automatico per il mercato statunitense. In più, la piattaforma della “Quattroporte” sarà la base di una coupé alto di gamma. La Maserati, però, è troppo piccola per avere sue piattaforme, dunque ha bisogno di sinergie con altri marchi. Credo che la cooperazione industriale con l’Alfa Romeo per il segmento di lusso sia la risposta giusto a questo problema.

Che cosa può dire della “Kubang”, che sarebbe la prima crossover della Maserati?

Nulla è ancora deciso, ma posso dire che per la Maserati la “Kubang” ha senso solo se l’Alfa collabora al progetto con una sua grande crossover. I due modelli potrebbero essere i primi frutti della collaborazione Alfa-Maserati.

Se la Fiat vincesse 500 milioni di euro alla lotteria, lei come li investirebbe?

Comprerei azioni Fiat. In questo momento non c’è investimento migliore.

da quattroruote.it

 

Questa intervista ha essenzialmente due facce. Da una apprendiamo la fermezza negli obiettivi: Marchionne garantisce attraverso il suo modo di rispondere – prima ancora che con il contenuto delle risposte – che la Fiat si solleverà.

D’altra parte è il posizionamento dei marchi che lascia seri dubbi. Ma come si può mettere come ammiraglia di marchi blasonati una crossover?? Come se la nuova Croma stia mietendo chissà quali successi di mercato. Nulla contro il tipo di auto, per carità. Ma le auto che danno o ridannno prestigio a un marchio hanno un solo nome: limousine. È allucinante che un paese come l’Italia non produca auto del segmento delle Rolls e delle Maybach. È dalla limousine che discende il carisma dell’auto normale, quella per le masse. Altrimenti, perché disegnare i fari anteriori della Grande Punto – in realtà, un modo per allungare la Punto senza veri incrementi dimensionali sull’abitacolo – sulla falsariga di quelli della Maserati Coupè???

Cosa pensare di quelle affermazioni sulla Thesis, un’auto stilisticamente bellissima nella sua dirompente classicità, ma perfidamente menomata nella coda (doveva essere lunga oltre i 5 metri) e dunque in teoria posizionabile un gradino sopra la Lancia K, e non essere la sua sostituta. Da notare che l’intervistatore, avendo bene in mente cosa sia la completezza dell’informazione, non contesta dialetticamente nè tantomeno chiede lumi sull’affermazione riguardante i soldi buttati nel progetto Thesis…

Ma che non ci sia alcuna voglia di produrre limousine lo si vede nella Maserati Quattroporte, che pur essendo lunga un metro in meno delle auto in questione, è vissuta in modo così stressato da essere offerta con una sola motorizzazione, quando ne dovrebbe avere almeno 4 o 5. Come se avessero esagerato nel proporre un’auto di quella fascia di mercato, quando pure la Volkswagen ce l’ha!!!

Come non essere in disaccordo sulla visione complessiva del marchio Lancia, visto come quasi premium. Ridicolo! Lancia dovrebbe essere un modello per la tedesca Mercedes, così come Alfa per BMW e Maserati per Jaguar, ammesso che si possa insegnare eleganza e classe a un marchio inglese. Ciò che ha fatto più male all’automobile italiana è stata la mancanza di spezzatino. Troppi marchi sono scomparsi per preservarne l’identità nazionale, e troppe sono le fabbriche chiuse.

Si apprende poi che il cosiddetto polo del lusso Alfa-Maserati è diventato polo sportivo. La Maserati, si sa, nel dopoguerra ha corso in Formula1. Ma questo non ne fa un marchio sportivo, così come non lo sono Ford o Renault. Così come non lo è Lancia, che pur avendo nella Delta la massima vetrina per il marchio, l’ha prima ritirata dai rally, e poi l’ha soppressa.

In effetti è in questo che i marchi italiani si trovano in difetto. Se uno scorre il listino di un qualsiasi brand europeo, e poi passa al corrispettivo brand italiano, noterà che ci sono delle lacune, dei vuoti, dei segmenti di mercato non coperti. Questo è accaduto perché a Torino si è grettamente cercato di offrire un superlistino, laddove la competizione interna, lungi dall’essere suicida come la politica perseguita fino a oggi, avrebbe sicuramente migliorato la valutazione complessiva dell’auto italiana da parte del mercato.

La battuta finale poi è fuori da ogni logica industriale. Probabilmente si tratta di un refuso di tipografia, o di un errore di traduzione. La domanda è molto chiara: se la Fiat si ritrovasse con 500 milioni di euro da poter spendere, dove li investirebbe. La domanda non viene rivolta a Montezemolo nè alle banche creditrici (mai quanto lo Stato Italiano) nè a qualche componente della famiglia Agnelli. Ma è posta al responsabile di ciò che la Fiat fa e farà industrialmente, alla fine di una non breve intervista sulle politiche industriali che il Gruppo Fiat sta intraprendendo per l’immediato futuro. Non è possibile una risposta di tipo finanziario. Non è possibile una risposta in stile politico, tipo lieto fine, dopo un’intervista seria che apparirà su una rivista di settore. Avrebbe dovuto dire: li investirò nel movimento terra, li darò alla Ferrari che al momento è un po’ appannata, alleggerisco l’onere che ho dato allo Stato per i cassaintegrati. Ci faccio la limousine Lancia, che è un marchio che se lo merita. Devo rilanciare la gamma tir Iveco e quei soldi mi servirebbero proprio. Ho finalmente i soldi per andare a vendere tutta la gamma Alfa Romeo in America. Ci faccio la concorrente della Smart, la quale, voglio ricordarle, doveva essere una vettura Fiat, il cui nome stesso è di provenienza italiana.

Queste cose qui. Al limite inventa!

E come è grave che il giornalista non abbia fatto sue queste obiezioni e non abbia rilanciato con una domanda tipo “E industrialmente, dove li investirebbe?”

Ancora una volta viene spontaneo dire: aridatece Ghidella.

Fiat vs Renault vs Peugeout vs Volkswagen vs Skoda vs Seat

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Maserati vs Jaguar

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Ferrari vs Aston Martin vs Porsche vs Lamborghini