Tiziano Terzani e l’islam

A me la modernizzazione dell’Asia non piace per nulla. Non sono contrario al progresso, ma mi rammarico che per copiare a tutti costi il modello occidentale gli asiatici stiano perdendo la loro peculiarità. Non mi piace vedere i cinesi con la cravatta che, vorrei ricordarlo, in origine era il cappio che i mongoli ponevano al collo dei prigionieri. E non credo neppure che mangiare con la forchetta abbandonando l’uso dei bastoncini li renderà più felici. Un popolo che rinnega le proprie tradizioni finisce con il perdere anche la sua identità. A volte mi chiedo perché l’Occidente voglia tutti costi esportare su scala mondiale un sistema di vita che non soddisfa neppure coloro che lo vorrebbero imporre agli altri. Sarà l’Islam la nuova ideologia che ispirerà la ribellione dei paesi poveri.” Tiziano Terzani

NON CONDIVIDO NULLA. C’è sempre un elemento di insoddisfazione nell’essere umano, ma preferire povertà e barbarie senza fine a una societá pacificata, dal benessere diffuso, dove la responsabilità penale è individuale perché i suoi individui sono cittadini con diritti e doveri lo trovo aberrante.
Tutto quello che posso fare per mettermi in sintonia con questo scrittore é seguirlo nella chiosa finale, magari strumentalizzandone il concetto che ha espresso. Le religioni monoteiste sono religioni binarie acceso/spento, bene/male, vita/morte, tipicamente pauperiste, in un mondo plurale. Appiattiscono l’essere umano, le sue aspirazioni, le sue idee. Descriverle come ideologie all’indomani della caduta del muro è un atto di giustizia, perché tali sono. Affermando gli assoluti negano l’uomo, la sua condizione precaria, e non sono affatto di consolazione.
Così come il razzismo è una reazione sbagliata a un’invasione irrazionale delle risorse di un popolo, religioni monoteiste e ideologie comuniste sono una reazione sbagliata a valori e disvalori occidentali.

Ma con un distinguo. Altrove Terzani, sempre nei mesi successivi all’11 settembre, scrive di come l’Islam sia ovunque, “una grande e inquietante religione con una tradizione di atrocità e di delitti (come tante altre fedi peraltro) ma é assurdo pensare che si possa cancellarla dalla faccia della Terra“. Nel suo disincanto ormai maturo verso i paradisi promessi ai poveri, Terzani individua anche nell’Islam le debolezze che una mente ideologicamente schierata addebiterebbe solo alla parte avversa. Ma fa di più, sta pensando che i sovietici un attacco come quello dell’undici settembre se lo sognavano. Se lo avessero fatto, sarebbe scoppiato il conflitto nucleare.
In quel caso il nemico, l’Altro (idea tanto a cuore al giornalista), vive però  concentrato oltre la cortina di ferro cui l’aveva relegato l’azione politica di Churchill. Con l’Islam invece non è possibile. Infatti l’Islam è ovunque: ed è seduzione che può essere scacciata solo da seduzione Altra, che faccia sentire l’essere umano più completo, sereno, appagato.

L’Islam, che propugna un paradiso di latte e miele, ha in odio la trasformazione dei suoi fedeli in fedeli consumatori di beni e servizi. Immaginiamo solo l’emancipazione femminile nelle nazioni islamizzate: il pil raddoppierebbe, l’istruzione e la cura dell’infanzia e della terza età si espanderebbero ed evolverebbero in senso razionale e professionale, il dibattito culturale farebbe un salto di qualitá, le infrastrutture per il manifatturiero (elettrodomestici) sviluppandosi permetterebbero allo Stato il controllo del territorio (chè costituisce, in altre parole, la pacificazione coatta delle diverse istanze sociali nell’Italia fascista e di quelle religiose in Medio Oriente oggi). Il consumismo rende la societá plurale, apre nuove professioni e nicchie di mercato, necessita per vivere di una continua redistribuzione di ricchezza, e per quanto possa imbruttire il paesaggio con la speculazione edilizia, non è certamente la guerra del Vietnam, o del Kashmir tra India e Pakistan, o dell’Afghanistan, o la repressione cambogiana, o cinese in Tibet, o birmana.

È il consumismo ad aver permesso il sorgere di giornali e riviste letterarie. Consumismo è vendere milioni di copie di un libro, consumista è colui che costruisce una sua personale biblioteca, che è semplicemente una collezione più o meno pensata (come altre tipologie di collezioni) di libri. Quella stessa biblioteca, fatta di libri nella maggior parte dei casi economici, quindi non rivendibili a cifre da status sociale elevato, i suoi eredi non la vorranno, e con un miglior ritorno di immagine ne faranno donazione a un comune, un ente pubblico, una fondazione.

Quindi consumista è anche la professione di giornalista, di scrittore, di poeta che brama di consumare il foglio bianco. È l’avida curiosità del viaggiatore, che non sa stare a casetta sua, che DEVE ripartire, bruciando le tappe dei suoi tour, accumulando ricordi e oggetti anche infimi ma legati a personali avvenimenti vissuti in prima persona in luoghi esotici, non solo fermi a un tempo passato, ma fuori dal suo tempo.

Quella di Terzani, per concludere, é un’idea in linea con la nostalgia inattuale di Pasolini per la civiltà contadina, che il poeta nutriva entro i confini nazionali, guardando i paesani, i ragazzi di vita ecc. e che Terzani invece sente visitando popoli lontani. Ambedue in viaggio, o forse in fuga. La volontà di non godere QUESTA vita, ma di studiarsela, sdegnati, col binocolo. Versioni sublimi dell’emigrante che guarda all’Italia (Pasolini sognerá di vederla affondare nel suo bel mare) con tanta ma tanta ingratitudine e meschina grettezza.

Cos’è la Mafia?

Cos’è la Mafia?
Innanzitutto colpisce la parola, di provenienza araba. In siciliano mafioso può significare “bello”, un complimento dato a un giovanotto dalla madre.
È il governo del paese. Non quello istituzionale, ma quello ombra. I vecchi, i più organizzati, i più calmi e i più esperti all’interno di una società contadina.
Facile capire che in quanto governo ombra sia per la segretezza che per le attività non era esattamente una cosa legale. Da qui nasce la morte di Peppino Impastato (e di suo padre, già confinato tre anni dal fascismo per mafia, che in modo fumantino si affrettò a ribellarsi alla sentenza di morte emessa sul figlio).
È anche un’alternativa, di merda quanto si vuole, all’assenza dello Stato e dell’economia reale. Nel senso che un sacco di giovani diventano picciotti pur di non fare gli sbandati ai bar, i disoccupati, i senza futuro, in questo spalleggiati dai padri, omertosi, ma rancorosi verso lo Stato. E questa è una cosa che non dobbiamo MAI dimenticarci. Perché è facile raccontarci che un dato boss è il male assoluto, ma quando poi approfondiamo, e capiamo che la Mafia è un seducente fenomeno SOCIALE, qualche domanda ce la dobbiamo porre. E qui dobbiamo fare nostra la riflessione dell’ultimo Falcone. Quando, attaccato per averlo addirittura scritto in un libro, intuiva che la Mafia non potrà mai essere sconfitta se si chiudono gli occhi sul malessere sociale che la determina.

Se la Mafia rimane uno scontro tra famiglie “oneste” e famiglie disoneste, che si trascinano in un rapporto di odio per generazioni e generazioni, ci sarà sempre una società siciliana (e, a ben vedere, italiana e non solo italiana) spaccata in due. E dunque vanno capite e risolte le cause che determinano ieri e oggi questa pessima scelta di campo: la corruzione della cosa pubblica, la fiscalità avida, la burocrazia abnorme, la mancanza di lavoro, le infrastrutture fatiscenti, l’impermeabilità della parte statale della società siciliana a un ricambio democratico.

La Mafia dunque non è semplicemente e retoricamente una montagna di merda. È ben altro. È innanzitutto la NOSTRA montagna di merda. È innanzitutto una condizione umana a cui releghiamo alcuni soggetti tra i nostri concittadini, felici di non integrarli e di lasciarli indietro. La Mafia comincia a scuola quando l’insegnante, magari di sinistra, si tiene vicino alla cattedra i migliori e lascia negli ultimi banchi i ragazzi che riflettono nel pessimo andamento scolastico e comportamentale il disagio sociale che li aspetta a casa per logorarne entusiasmo e speranze. Eppure sono quei ragazzi il motivo per cui la scuola pubblica esiste ed è obbligatoria e gratuita. Per esempio.
La Mafia è nel considerare un bene di tutti come proprio, cosa che riguarda invero enti, amministrazioni, pubblici dipendenti. I mafiosi copiano semplicemente questa attitudine mentale.
La Mafia impone il racket sulle attività commerciali, che tuttavia hanno il dovere di versare fino all’ottanta per cento di tasse allo Stato.
La Mafia è una peste che contagia tramite lo spaccio di droga l’incapacità ormai cronica di sperare in un futuro decente sereno e dignitoso, incapacità che soffoca i suoi picciotti e i suoi boss.

Quindi, se vogliamo che la Mafia sia un fenomeno umano e che come ogni fenomeno umano abbia una fine, non ha senso giudicarla sterilmente come farebbe un giudice di Magistratura Democratica con un occhio alla politica. Non ha senso discriminare i futuri carcerati e addirittura i loro parenti marchiandoli con il segno di Caino e trattandoli come i nazisti trattavano gli ebrei. Perché in questo modo non se ne uscirà mai, se ne perpetuerà il vittimismo, la morale rovesciata, i rituali di affiliazione, la propensione criminale come segno di ribellione a un Sistema che non li vuole, che li dileggia (“montagna di merda”) e li discrimina impedendone la redenzione esistenziale, laica, civile, umana.
Se la giustizia penale italiana risolve la detenzione come recupero e non come pena, a maggior ragione il recupero va effettuato preventivamente, PRIMA CHE I REATI ACCADANO e scoraggiando l’associarsi mafioso dei soggetti a rischio.

La soluzione messa in campo negli ultimi anni dalla Regione Sicilia, assumere tutti keynesianamente anche se non vi è utilità nelle assunzioni, è solo un palliativo. Se ne paga l’onestà, ma sarà sempre un’onestà a libro paga, un lusso che prima o poi finirà. Serve economia reale, servono imprenditori che rimangano tali e servono statali che non dipingano se stessi in modo retorico e altisonante, come se appartenessero a una nuova aristocrazia i cui privilegi vanno dal poter essere gli unici appartenenti della classe media a farsi delle vacanze fuori fino a diritti lavorativi ormai sognati da tutti gli altri.

Schema dei viventi italiani

Schema di massima, che descrive la parte più visibile di alcuni gruppi anagrafici, in cui è possibile riconoscere dei punti in comune.

 

  • pre 1920 Nativi Monarchici: fedeli a una diversa concezione di patria, di stato, in cui è visibile ancora il diritto divino. Medievali, superstiziosi, con strascichi sulle versioni contadine e provinciali delle generazioni immediatamente successive.
  • 1920/1943 Nativi Fascisti: gente intollerante, sia se fascista sia se antifascista, la cui forma mentis è stata gravemente compromessa dal lavaggio del cervello del regime. La contrapposizione pertiniana Brigante (fascista) VS Brigante e Mezzo (antifascista) sintetizza una lingua comune che usa la violenza come forma di lotta politica, poi messa fuori legge da Scelba, e che introduce una legittimità istituzionale al brigantaggio precedente.
  • 1944/1964 Baby Boomers – Sessantottini/Settantasettini: generazione di ingrati, si ispira alla generazione precedente per la logica brigantesca della violenza politica, usandola per meri scopi di rapina ai danni della collettività, e disconosce alle generazioni successive i diritti per cui si è battuta.
    Moralmente ipocriti, hanno sempre ragione loro, altro lascito del passato regime. E discriminano chi la pensa differentemente, dandogli ovviamente del fascista.
    Quando lo Stato per sconfiggere il terrorismo ne assume un milione a inizio anni Ottanta, diventano improvvisamente mansueti.
    Dicono di leggere molti libri: non è vero.
  • 1965/1973 Nativi Rock: insieme alla generazione sessantottina settantasettina eterni giovani incapaci di stare al passo con un mondo che evolve, rallentandolo. Ultima generazione con il posto fisso, i soldi da spendere, tenuta buona dallo Stato.
    Leggono profondamente i libri sui loro miti musicali.
  • 1974/1994 Generazione X: generazione di ragazzi che difficilmente mettono su famiglia, oberata di mutui trentennali, precaria a quarant’anni nonostante le innumerevoli competenze, non hanno una voglia di lavorare maggiore delle generazioni precedenti, ma sono schiavizzate dalle stesse con orari spesso da fabbrica in Vietnam. Se avranno la pensione, sarà minima: giustificazione per gli ingressi degli immigrati, che giusto la minima possono finanziare con i loro contributi.
    Innamorati dell’informatica, si riempiono la camera di computer e monitor, riducendo ulteriormente il poco spazio loro rimasto.
    Hanno una grande nostalgia degli anni Ottanta, periodo mitico che hanno vissuto pochissimo.
  • 1995/2002 Generazione Y – Nativi Digitali: la Generazione Y è quella che porta avanti le istanze gender rispetto a quelle di affermazione lavorativa e personale. Innocui ma senza necessariamente l’uso di droghe, non ascoltano più musica ma chattano tantissimo, influenzando l’evoluzione delle radio (che passano appunto da una programmazione musicale al dibattito, al talk).
    Per farlo usano smartphone, tablet e periferiche di gioco tascabile ma abbandonano i computer.
  • 2003/oggi Generazione Y – Nativi Euro: Hanno capito che accollarsi un mutuo di trenta anni è una trappola. Sono molto attenti a ciò che comprano, ma a parte questo non hanno ambizioni. Sono la prima generazione, ove presente sul territorio, dichiaratamente non ambiziosa.

Dove sta Zazà

Nel momento in cui si abbandona l’idea di Dio “altro da sé” anche il Demonio può essere trattato come emanazione dell’essere umano.
Se uno fa però l’operazione opposta, convertendosi all’esistenza di Dio (che è una cosa) e alla sua promessa salvifica (che è un’altra cosa) non è detto che abbandoni il concetto per cui il Demonio è l’uomo che s’impiccia di affari non suoi (quelli cioè che esulano dal concetto di Bene).
In questo senso, il Demonio “antropomorfo” diventa davvero qualcosa di sinistro che ci portiamo dentro, dalla cacciata dal Paradiso Terrestre (dopo che abbiamo provato a incolpare un animale innocente) alla Torre di Babele (scalare e assediare la Città di DIo), da Sodoma e Gomorra (dove sostituimmo il pensiero dominante per Dio con il piacere totale), dalle tentazioni di Cristo con il Principe del Mondo a quelle con il suo primo Vicario sulla Terra (“Lungi da me Satana! In verità tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio!”).
Buon divertimento!

Telethon e la libido

Io credo che una presenza così pesante di Telethon nella televisione italiana sia controproducente.
Telethon porta avanti, giustamente, il modello che in Italia piace tanto: l’elemosina. E la rappresenta in modo particolarmente oneroso: 9 euro al mese sono un abbonamento a qualcosa, o la bolletta dell’acqua.
È vero che i Nobel, solo per rimanere su un riconoscimento macroscopico, premiano essenzialmente i ricercatori anglosassoni. Quindi un modello di ricerca capitalistico allo stato puro, fatto semplicemente di finanziamenti privati, tranne che nel monopolio della forza detenuto dagli stati.
Poi c’è, appunto, il finanziamento pubblico della ricerca. Poco capace rispetto a quello privato, quando raggiunge un risultato gli altri se ne sono messi in tasca già altri dieci, venti, cento.
Davvero: se mettessimo a confronto le liste di scoperte e invenzioni frutto di soldi pubblici e privati, questi ultimi vincerebbero alla stragrande.
E infine c’è Telethon. Per favore, donaci nove euro al mese, ovvero 108 euro l’anno (praticamente l’odioso canone Rai), ma non ficcare il naso su come li spendiamo. In fondo, non fai lo stesso con l’8 per mille? e allora!
E per farlo gira spottoni di un pietismo assoluto, mostrando casi umani che francamente fanno passare la voglia di fare figli. Certo, se uno prende la decisione di non averne non è sicuramente per Telethon, ma per delle condizioni lavorative, sociali e scolastiche di contorno davvero pessime. Purtroppo però Telethon va a colpire proprio nella parte più delicata: il relax televisivo.

E fa male.

Pensieri sparsi su Umberto Eco a pochi giorni dalla scomparsa

Ho seguito la cosa dall’inizio alla fine e non c’era nulla che potesse ricordare la cerimonia di alcuno dei cristianesimi. Laica vuol dire anche trovare nel riso e nella goliardia affrancamento dal dolore e ribellione all’idea del distacco. Non era nemmeno una cerimonia in senso lato. Ognuno ha portato un suo ricordo, dal suo punto di vista, un vissuto comune, e lo ha fatto pubblicamente. Dai ministri ai sindaci fino al nipote quindicenne.
E Moni Ovadia ha raccontato una bellissima barzelletta.
In un’intervista, che condivido, Eco dice che il suo é piú agnosticismo che ateismo, e che non é un approdo felice ma sofferto.
Non sará certamente ricordato per la sua idiosincrasia verso fascisti, cattolici e complottisti, aspetto del tutto secondario pur se vivo nella sua attività accademica e letteraria.

Il “de cujus” – avendo versato 2 milioni di euro sui 5/6 totali, soldi che ha tolto agli eredi alla fine della propria vita, perché nascesse la Nave di Teseo, operazione da lui voluta, nome da lui trovato, lui praticamente primo socio – forse forse sarebbe anche d’accordo su come si è comportata la Sgarbi, che peraltro deve averne parlato con gli “eredi”, visto che era tutto stra organizzato.
Personalmente ho visto una donna disperata di farcela, una signora fragile di mezza età che intima ad Andreose di non lasciarla sola prima di parlare, e che dietro la montatura fluo aveva una commozione vera da nascondere per apparire forte.

E se ora una procura indagasse sulla collazione del “de cuius” e scoprisse che i due milioni interamente versati provenivano secondo la stessa da un conto off shore sanmarinese? conto e/o frequentazioni per cui il de cuius aveva pure ottenuto la cadrega? Chiaramente sto immaginando… ma potrebbe bloccare tutte le somme, donate o disponibili, per decenni. Eredità Sordi docet.

Questo spiegherebbe più terra terra la disperata pubblicità libresca della Sgarbi durante il suo saluto.

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Il tumore al pancreas.

Eco si faceva volentieri mezza boccia di whisky dopo cena, fumava, e aveva il panzone.
E la fascia più colpita è tra i 60 e gli 80 anni.

PORCODDUE

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Un bravo scrittore è l’orgoglio E LA FORTUNA del suo lettore.

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il senso della vita è
interrogarsi
sul senso della vita

E quando incontri qualcuno che ha fatto del senso
in ogni sua interpretazione e declinazione
strumentalizzazione e falsificazione
ricerca e interrogazione
la sua ragione di vita
in maniera intellettualmente profonda
perspicace, filosofica
e anche enciclopedica

puoi dirti
dopo
che il tuo è stato un incontro epocale ed esistenziale
memorabile ed epifanico
ANCHE
se gli hai
in modo non semplice
chiesto un autografo.

La scusa di un autografo.

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Eco Vmberto. Eco V.

non solo Eco ma anche Voce…

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“Non ci vado, per una ragione molto semplice. Lo danno in diretta su Raiuno a partire dalle 14,30 e se lo fanno è perché prevedono una bolgia di persone.”

In realtà lo hanno dato su Rai Uno e Rai News 24. In realtà, come riferirà poi Francesco Merlo, i posti erano tutti assegnati, e dopo cinque ore di auto, chissà quanto traffico milanese e la metro sarei stato in piedi in un cortile lontano dall’area coperta dove mi sarebbe piaciuto stare, ammesso che da fuori mi avessero autorizzato a entrare.

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42
1932
1974
2016
42×2=84

Nel mezzo del cammin di nostra vita
abbiam goduto di Vergilio prima
che la diritta via fusse smarrita…

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Gli Imbecilli.
Dopo aver letto qui ho capito che forse la questione è più complessa.

Non è che sia un male che gli imbecilli vengano fuori pubblicamente dai fumi dei biliardi dei bar e parlino alla luce del sole su internet dove a milioni di altri imbecilli o meno li possono leggere.
Fermarsi alla fotografia dell’imbecille su internet vuol dire non mandare il bambino a scuola perché la maestra s’accorgerebbe della sua ignoranza e lo punirebbe con una pessima pagella.
Fermarsi a ragionare di imbecilli senza tirar fuori che gli stessi sono stati costretti a trasformarsi da avventori del Bar Sport e telespettatori gongolanti del Processo del Lunedì a scribacchini più o meno capaci del proprio pensiero vuol dire usare il ragionamento di cui si è ampiamente dotati in grande malafede.
Ma perché un professore universitario che ha praticamente fondato in Italia un paio di corsi di laurea dovrebbe essere in malafede sugli imbecilli?
La risposta è nell’articolo di cui sopra.

Appropinquandosi alla morte, bisogna convincersi che ciò che si lascia è odioso. È odioso il Nome della Rosa, che ti permette di diventare miliardario, di ottenere (per tua stessa ammissione) le 40 lauree honoris causa (e il curriculum vitae sul sito ufficiale lo conferma), che ti fa avere migliaia di testi in più di quelli che già potevi avere come professore, e tutti concentrati nel palazzo di mille e passa metri quadri che vai a possedere a Piazza Castello a Milano (mentre la sede della Nave di Teseo, imprestata gratuitamente, forse è pure più piccola, svoltato l’angolo per Via Jacini).
È odiosa Milano, tranne quella breve parentesi di Pisapia, è odiosa la politica italiana, che conquista a fatica un’alternanza dopo decenni di democrazia commissariata, sono odiosi i coglioni che votano a destra (stessa definizione che vien data al tuo campo, dall’altra parte, e ciò fa venire in mente quel racconto borgesiano sui due teologi animati da diverse convinzioni ma dalla stessa profonda fede nel manicheismo distruttivo).
È persino odiosa “Mondazzoli” come l’hai definita, e di là, forse per stanchezza, non ti replicano nemmeno più, così come (Einaudi docet) ti avrebbero coccolato e ti avrebbero degnato di un Meridiano (c’era da immaginarselo triplo, per ognuno dei tre scaffali echiani) a tutte le tue condizioni.
E infine è odiosa Internet, popolata da odiosi imbecilli che si documentano sull’odiosa Wikipedia, pessima fonte enciclopedica, perché verificata non solo e non tanto dal mondo accademico (e dalla sua autoreferenzialità) ma dall’universa umanità. Odioso tutto ciò che fa di un gregge, di una scolaresca e di una massa un insieme di dotti, una nazione di intellettuali, l’incarnazione della scritta fascista (fascista? italianissima) del Colosseo Quadrato all’Eur.

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L’identità di un popolo, determinata non da ridicoli criteri da allevatore di bestiame come il colore della pelle, ma dal riconoscimento di certi valori comuni, condensabili nel culto laico della cultura e della civiltà.

E, quindi, gli imbecilli. Forse morire incazzati per lo schifo che ci si è autoconvinti essere il mondo è un ottimo modo di morire. Meglio il rimorso del rimpianto. Ma non ci può essere rimorso in una vita in cui si è fatto il massimo umanamente immaginabile per acculturare tutti noi.

Quindi? quindi a volte la vecchiaia arriva tutta insieme e la sua stanchezza ci fa essere poco lucidi. Ogni stanchezza ha in sé la promessa di un riposo. La mancanza fondamentale in Eco è stata, pur essendone consapevole, la pianificazione di una crescita intellettuale italiana fatta a tutti i livelli, dai programmi ministeriali alle dispense nelle edicole, che pure non sono mancate. E che sta concretizzandosi, pur con sommovimenti tellurici, nella digitalizzazione del Paese, nella lotta al digital divide, nella comparsa dei nativi digitali.

Ecco il problema borghese dell’intellettuale di sinistra che pontifica sulle proprietà altrui e demonizza chi mette a rischio le sue.

Tutte le persone sui social che leggono i profili, reciprocamente, non modellano se stessi inseguendo l’arethè di Vite Parallele ed esemplari, non vivono i loro 5000 anni attraverso accadimenti memorabili, non sono nani sulle spalle di giganti, ma si aggiornano sui loro legami sociali in tempo reale, anche a distanza.

È stato calcolato che oggi buona parte di noi vive meglio di quanto potesse un miliardario americano a inizio Novecento. Immaginiamo facilmente che anche chi fu miliardario da un punto di vista intellettuale e spirituale rischia di essere facilmente superato da perfetti sconosciuti: il tuo vicino, un tuo amico, la tua ragazza OGGI potrebbero essere caratterialmente altrettanto interessanti di un personaggio storico o letterario del passato, con la differenza sostanziale della interazione reale e non di una legge vegetale che apre la strada al cannibalismo di chi non si potrà mai ribellare; certo, nessun personaggio storico sarà così approfondito dalle masse da far dire loro che lo hai cannibalizzato psichicamente. Fermo restando che l’allenamento per l’immaginazione, questa facoltà essenziale e sottovalutata dell’intelligenza umana, non solo viene conservato, ma è spinto al massimo livello dalla partecipazione a diversi gruppi sociali.
Perché quello che non si dice, che non ci viene spiegato, che non si vuole si sappia, è che ogni libro è il surrogato addomesticato, il vaccino rabbonito di un particolare gruppo sociale. E quindi si possono leggere centinaia di libri perché non si possono frequentare centinaia di gruppi sociali, ma nessun lettore per quanto vorace può sperare di liberarsi degli esseri umani che gli frullano intorno. E ciò è un bene.

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In cosa eccelleva Umberto Eco?
Leggo da più parti le discipline che tutti sappiamo, e che qualcuno condensa in “conoscere il mondo”. Il che può essere pure vero, a patto però di capire che probabilmente non avrebbe saputo fabbricare la cattedra dalla quale insegnava, o costruire una sola delle pareti dell’aula universitaria che ne conteneva le lezioni. Riguardo ai libri, si è spinto solo alla fine della sua vita a diventare “quasi” editore. Ma era nelle condizioni economiche di poter diventare non solo quello, ma anche tipografo e fabbricatore della carta e dell’inchiostro.
Questo vuol dire che l’uomo di cultura, in generale, puzza di cultura ma non sporca le sue mani nella coltura delle cose.

Oltretutto, aveva a sua disposizione la gratuità della ricerca fatta da volenterosi studenti.

Anche in questo la polemica con quel terribile concorrente che è Internet, sul piano della disponibilità a concedere gratuitamente, free, le proprie conoscenze, ha una luce particolare. Si pensi a Wikipedia e al suo successo e la si sostituisca con un barone universitario: mentre il sito è dichiaratamente l’opera collettiva dei suoi fan, nel caso dei fan del barone la cultura pubblicata è un guadagno tutto suo.

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La Nave di Teseo

Chi mi legge conoscerà questo mio aneddoto, nel quale illustro come un libro letto e meditato da un lettore possa diventare altro da sé e sorprendere l’autore.

Io non credo di essere stato un caso isolato nelle migliaia se non decine di migliaia di richieste di autografi fatte a Eco, ovvero di cui Eco aveva almeno per un periodo della vita memoria pur essendo state richieste ad altri autori e da essi riportati, sempre aneddoticamente, al Nostro.
Credo di far parte di una percentuale, che non saprei quantificare, che ha piacere nel trovare un libro riccamente condito di paratesti. Un libro siffatto è difficilmente fruibile sui new media e in sommo grado rappresenta, nel senso che ne è campione, eroe, simbolo, la speranza di non liberare l’umanità dai libri.

Ora, si dà il caso che un paio di anni fa sia uscito un romanzo un poì particolare, edito, si badi bene, dalla Rizzoli, ossia dal gruppo RCS, il gruppo che dà praticamente da lavorare storicamente da decenni a tutta la famiglia Eco.

Questo libro ha in modo stravagante due autori, ossia un ideatore (il regista americano J.J. Abrams) e uno scrittore (Doug Dorst) nonché un autore fittizio (V.M. Straka) e un traduttore fittizio (F. X. Caldeira) e due fittizi lettori e autori dei suoi marginalia (Jen e Eric) scritti sul libro in colori tra loro diversi a seconda del periodo del tempo narrativo e non solo distintivi delle loro identità (in altre parole i pennarelli sono più di due).

Questo libro ha come titolo italiano “S. La nave di Teseo”ed è praticamente l’incarnazione dei libri echiani variamente variopinti dai suoi lettori e fan meno passivi.

È lecito supporre che, mentre qualcuno in RCS tramava sapendo che il Custode di Bompiani era seriamente malato perché la divisione libri fosse liquidata a Mondadori, parallelamente qualcun altro nella famiglia Eco fosse a tal punto affascinato da questo best seller da riprenderne il nome nella neonata casa editrice.

In breve, la Nave di Teseo è al contempo:
– il modo con cui Umberto Eco confeziona i suoi libri, per continue ricapitolazioni e tesser act, collage di citazioni e ritagli di altre cose,
– la casa editrice che riprende parte del cast & crew Bompiani,
– e questo libro: il solo tipo di libro capace di non poter stare, di rifiutarsi di stare in un Kindle o in un tablet.
Libro di una biblioteca, biblio d’Eco, su cui due ragazzi consumano un delitto mentre per godimento intellettuale ci scarabocchiano sopra il loro specifico, instradandolo e togliendogli altre porte interpretative, dunque schiavizzandolo e uccidendolo.