Pasolini e Caravaggio nella versione di Sgarbi

Torno ora da Ferento, dove ho visto Sgarbi parlare di Caravaggio, quasi una sua ossessione, dopo una lunga premessa comparativa su Pasolini, che però nel discorso culturale e non solo di stasera é sentito da Sgarbi, o almeno così l’ho percepito io, più come una porta che rimanda ad altri discorsi che come un artista comparabile ai suoi eroi pittorici. E, insomma, non è cosa si possa smentire più di tanto, essendo il Nostro esperto di arti figurative e non letterarie.

Nella “lunga premessa”, dopo la lunga e sdegnata prolusione di Moravia ai funerali di Pasolini, viene tracciato un parallelo tra i due artisti, uno a far da matrice per l’altro, e vengono svelati alcuni particolari della biografia pasoliniana ignoti ai più. Sgarbi dice che grazie alla propria formazione, ad aver lui stesso frequentati alcuni pensatori dell’arte in gioventù, ha potuto scoprire che tra i maestri intellettuali di Pasolini vi era chi, nell’immediato dopoguerra, costruiva la fortuna attuale di Caravaggio nella storia dell’arte.

Dunque Pasolini aveva questa “vita parallela” davanti e pare quasi vi si adegui. Scorrono le immagini di adolescenti caravaggeschi paragonati ai Citti o a Davoli, fino all’ultimo Pelosi. Ragazzi di vita in entrambi i casi, forse Pasolini sceglieva i suoi partner occasionali o “stanziali” con i quadri di Caravaggio in mente, affinché (sembra suggerire Sgarbi) la biografia di “Pierpa’” sia una “vita per l’arte”, un masterpiece, un capolavoro.

Ma le due vite si scoprono parallele anche sul piano della poetica. E si ha l’impressione che accanto alla retorica fascista che Pasolini poteva scoprire in quartieri come l’Eur o in zone come Via della Conciliazione (dei Patti Lateranensi che risolvevano la Questione Romana tra papalini e risorgimentali, e tra Stato e Chiesa) ci fosse una retorica pontificia (tutt’uno con la religione, quando viene annunciata e riassunta nel “Credo nella Chiesa, Una, Santa, Cattolica, Apostolica”) alla fine della stessa Via della Conciliazione. Che fosse retorico non solo il concerto di corpi nei mosaici fascisti alla Stazione Ostiense, oggi sotto tutela della Sovrintendenza, ma lo stesso Giudizio Universale del Buonarroti.
Personalmente penso che l’Arte sia una Retorica in atto, che Poetica e Retorica coincidano e semmai a divergere siano solo i modi e gli scopi. In questo senso, il neorealismo di cui anche Pasolini fu parte letterariamente e cinematograficamente, neo perché vi fu già il realismo verista del secondo Ottocento (ma dovremmo anche pensare a certe pagine manzoniane e d’azegliane per capire quanto sia retorica esso stesso), ha proprio in Caravaggio, nella sua ricerca fotografica ante litteram, un antesignano, un precursore.

Il realismo è certamente retorica della denuncia sociale, retorica stabilita da chi avrebbe addirittura a volte se non spesso i mezzi per risolverla almeno in parte, ma decide che è compito che spetta ad altri.

Dunque il realismo finisce con l’essere non solo celebrazione di chi denuncia i disagi sociali: è speculazione su chi questo disagio lo subisce, e ne esce scornato dal potente e poi preso in giro dall’intellettuale momentaneamente privo di mecenate.

E forse è questa la chiave per capire quanto Caravaggio sia contemporaneo a noi, insieme a quell’uso della luce che sostituisce anche da un punto di vista logico (e dialogico con la scena) l’uso della prospettiva. Nei quadri caravaggeschi infatti il punto di fuga è la sorgente di luce che illumina, come si usa negli studi fotografici, la realtà raffigurata. Non possono non venire in mente le pitture parietali egizie contenute all’interno delle piramidi: noi spettatori di fronte ai quadri di Caravaggio stiamo spiando dal buco della serratura, siamo come ladri di tombe a un tempo spaventati e attoniti di fronte a un momento di sole che illumina corridoi dipinti, osserviamo quasi ignoranti realtà vive avvenute secoli prima, il che è poi il fascino della Fotografia in quanto Macchina del Tempo.

Siamo, forse pasolinianamente, Caravaggio stesso, che cattura frammenti di reale e vuole che l’osservatore dei suoi quadri si immedesimi in lui, divenga lui.

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Spero di trovare la registrazione online, o su dvd. Stupidamente non mi sono portato nulla, nemmeno per l’audio. Assurdo che non ci fosse almeno una telecamera, perché Ferento é spettacolare e loro lo sanno.

Volevo interloquire con lui per quel che riguarda la candidatura congiunta di Viterbo ed altrove a Capitale della Cultura, sul destino da dare, per me museale, alla sede della Banca d’Italia di Viale Marconi che verrà presto dismessa, a ciò che a Viterbo manca anche perché le è stata tolta, mi riferisco all’etruscologia romana di cui Roma non ha certamente bisogno per campare. Ma un misto di stanchezza e timidezza e incapacità di immaginare un dialogo – la mente rivolta ancora a ciò che ci è stato dato di vedere e pensare – ha prevalso e mestamente me ne sono andato.

Rimane il ricordo fresco di un uomo che, seppur con una verve che gli studi televisivi ammorbano, preferendogli i momenti di ira, quasi assenti in queste due abbondanti e intensissime ore, non ha più l’aria dell’impunito come all’epoca del blog quotidiano ante litteram che impersonava dopo tangentopoli, ma si domanda, forse anche per la scomparsa di Eco suo recente “cognato” da un punto di vista lavorativo, ciò che si domandano i padri, soprattutto spirituali: quanto mi resta da vivere, quanto posso ancora stare vicino ai miei affetti intellettuali e alle mie cose?

Non Chiederci La Parola di Eugenio Montale – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

[ABBA CDDC EFEF]

È indubbiamente una delle poesie più celebri del Novecento italiano, la più famosa, soprattutto nell’ultimo verso, di Montale. Poesia alquanto pessimistica e con il rimpianto, nella strofa centrale, di quell’individuo raro che conosce la propria strada, che è empatico e amichevole con il prossimo e se stesso, in un approccio niccianamente apollineo alla vita. Infatti non dimentica di avere una parte più oscura e misteriosa, ma non se ne fa distrarre. Attraversa l’umanità (il prato polveroso) come una carovana nel deserto, ma sa apprezzarla.
Ciò non si può dire di “noi”, ossia della gran parte del genere umano. Ma se entrambi i tipi sono compresi nella poesia, con chi parla Montale?
La parola che squadra da ogni lato, ossia che rende tetragono e non assediabile un animo informe. Animo informe? Polveroso prato? Lettere di fuoco?
Sembra quasi una genesi, una creazione divina dell’anima umana, una creazione 2.0, cristica. “Chi verrà dopo di me vi battezzerà in spirito santo e fuoco!” dice Giovanni nei Vangeli. Ma… quella Parola, quelle Lettere hanno perso l’elemento divino, tuttavia non potendo contare su quello umano, sulla sua natura creaturale.
Dunque non c’è formula scientifica che spiega l’universo, al limite ne abbiamo una che lo distrugge, che ci ha portato all’atomica, a paesaggi post nucleari, da Day After.
Nell’universo senza Dio, senza una Verità positiva, senza una speranza per il domani, appannaggio di pochi eletti che percorrono in esilio ma soddisfatti, e non facendosene distrarre, un mondo popolato da insoddisfatti che si sentono in esilio collettivo, il Poeta vede se stesso e i propri simili, la gran parte dell’umanità, come ombre cinesi e negativi fotografici, silhouette e decalcomanie e identità prive di identità.
Ma a chi si rivolge?
Non si rivolge certo a un lettore qualsiasi. Si rivolge a qualcuno che non conosce la condizione umana descritta, oppure s’è voluto voltare altrove, assentandosi. Si rivolge cioè a una giovane vita che chiede, che spera, che sogna. Un ragazzo che con la fiducia verso i grandi gli si avvicina, e chiede lumi su di lui, sulla vita, sulla sua generazione.

Oppure si rivolge a quel Dio che forse non esiste e non è mai esistito, in una breve, ultima, disperata preghiera. Un Dio ormai alieno.
E allora quelle formule che aprono i mondi sono formule che il Divino dovrebbe conoscere, ma non ci comunicò in passato, e se ora le ha dimenticate, forse volutamente, tutto è perduto.
C’è un parallelo, per chi è volenteroso nell’apprezzarlo, tra questa poesia e An American Prayer di Jim Morrison. Lì il poeta domanda a Dio:

Do you know the warm progress
under the stars?
do you know we exist?

Il caldo, consolante progredire sotto le stelle è per Montale però appannaggio per pochi. Pochi fortunati e inconsapevoli, forse ladri di vita perché dalla vita, da questa vita che nega prendono senza lasciarsene affascinare. È una variazione del tema leopardiano, ma qui la natura è insita nell’uomo: ci sono uomini che vivono felici, raggianti, come crochi bagnati di sole e di fuoco in mezzo a un prato polveroso, e poi c’è la massa di steli d’erba, di travet vestiti di grigio e impolverati dalle giungle d’acciaio, incapaci persino di sognare o vivere – e capire la differenza tra sognare e vivere – quattro passi tra le nuvole senza avere poi un mancamento.

Pensieri sparsi su Umberto Eco a pochi giorni dalla scomparsa

Ho seguito la cosa dall’inizio alla fine e non c’era nulla che potesse ricordare la cerimonia di alcuno dei cristianesimi. Laica vuol dire anche trovare nel riso e nella goliardia affrancamento dal dolore e ribellione all’idea del distacco. Non era nemmeno una cerimonia in senso lato. Ognuno ha portato un suo ricordo, dal suo punto di vista, un vissuto comune, e lo ha fatto pubblicamente. Dai ministri ai sindaci fino al nipote quindicenne.
E Moni Ovadia ha raccontato una bellissima barzelletta.
In un’intervista, che condivido, Eco dice che il suo é piú agnosticismo che ateismo, e che non é un approdo felice ma sofferto.
Non sará certamente ricordato per la sua idiosincrasia verso fascisti, cattolici e complottisti, aspetto del tutto secondario pur se vivo nella sua attività accademica e letteraria.

Il “de cujus” – avendo versato 2 milioni di euro sui 5/6 totali, soldi che ha tolto agli eredi alla fine della propria vita, perché nascesse la Nave di Teseo, operazione da lui voluta, nome da lui trovato, lui praticamente primo socio – forse forse sarebbe anche d’accordo su come si è comportata la Sgarbi, che peraltro deve averne parlato con gli “eredi”, visto che era tutto stra organizzato.
Personalmente ho visto una donna disperata di farcela, una signora fragile di mezza età che intima ad Andreose di non lasciarla sola prima di parlare, e che dietro la montatura fluo aveva una commozione vera da nascondere per apparire forte.

E se ora una procura indagasse sulla collazione del “de cuius” e scoprisse che i due milioni interamente versati provenivano secondo la stessa da un conto off shore sanmarinese? conto e/o frequentazioni per cui il de cuius aveva pure ottenuto la cadrega? Chiaramente sto immaginando… ma potrebbe bloccare tutte le somme, donate o disponibili, per decenni. Eredità Sordi docet.

Questo spiegherebbe più terra terra la disperata pubblicità libresca della Sgarbi durante il suo saluto.

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Il tumore al pancreas.

Eco si faceva volentieri mezza boccia di whisky dopo cena, fumava, e aveva il panzone.
E la fascia più colpita è tra i 60 e gli 80 anni.

PORCODDUE

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Un bravo scrittore è l’orgoglio E LA FORTUNA del suo lettore.

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il senso della vita è
interrogarsi
sul senso della vita

E quando incontri qualcuno che ha fatto del senso
in ogni sua interpretazione e declinazione
strumentalizzazione e falsificazione
ricerca e interrogazione
la sua ragione di vita
in maniera intellettualmente profonda
perspicace, filosofica
e anche enciclopedica

puoi dirti
dopo
che il tuo è stato un incontro epocale ed esistenziale
memorabile ed epifanico
ANCHE
se gli hai
in modo non semplice
chiesto un autografo.

La scusa di un autografo.

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Eco Vmberto. Eco V.

non solo Eco ma anche Voce…

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“Non ci vado, per una ragione molto semplice. Lo danno in diretta su Raiuno a partire dalle 14,30 e se lo fanno è perché prevedono una bolgia di persone.”

In realtà lo hanno dato su Rai Uno e Rai News 24. In realtà, come riferirà poi Francesco Merlo, i posti erano tutti assegnati, e dopo cinque ore di auto, chissà quanto traffico milanese e la metro sarei stato in piedi in un cortile lontano dall’area coperta dove mi sarebbe piaciuto stare, ammesso che da fuori mi avessero autorizzato a entrare.

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42
1932
1974
2016
42×2=84

Nel mezzo del cammin di nostra vita
abbiam goduto di Vergilio prima
che la diritta via fusse smarrita…

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Gli Imbecilli.
Dopo aver letto qui ho capito che forse la questione è più complessa.

Non è che sia un male che gli imbecilli vengano fuori pubblicamente dai fumi dei biliardi dei bar e parlino alla luce del sole su internet dove a milioni di altri imbecilli o meno li possono leggere.
Fermarsi alla fotografia dell’imbecille su internet vuol dire non mandare il bambino a scuola perché la maestra s’accorgerebbe della sua ignoranza e lo punirebbe con una pessima pagella.
Fermarsi a ragionare di imbecilli senza tirar fuori che gli stessi sono stati costretti a trasformarsi da avventori del Bar Sport e telespettatori gongolanti del Processo del Lunedì a scribacchini più o meno capaci del proprio pensiero vuol dire usare il ragionamento di cui si è ampiamente dotati in grande malafede.
Ma perché un professore universitario che ha praticamente fondato in Italia un paio di corsi di laurea dovrebbe essere in malafede sugli imbecilli?
La risposta è nell’articolo di cui sopra.

Appropinquandosi alla morte, bisogna convincersi che ciò che si lascia è odioso. È odioso il Nome della Rosa, che ti permette di diventare miliardario, di ottenere (per tua stessa ammissione) le 40 lauree honoris causa (e il curriculum vitae sul sito ufficiale lo conferma), che ti fa avere migliaia di testi in più di quelli che già potevi avere come professore, e tutti concentrati nel palazzo di mille e passa metri quadri che vai a possedere a Piazza Castello a Milano (mentre la sede della Nave di Teseo, imprestata gratuitamente, forse è pure più piccola, svoltato l’angolo per Via Jacini).
È odiosa Milano, tranne quella breve parentesi di Pisapia, è odiosa la politica italiana, che conquista a fatica un’alternanza dopo decenni di democrazia commissariata, sono odiosi i coglioni che votano a destra (stessa definizione che vien data al tuo campo, dall’altra parte, e ciò fa venire in mente quel racconto borgesiano sui due teologi animati da diverse convinzioni ma dalla stessa profonda fede nel manicheismo distruttivo).
È persino odiosa “Mondazzoli” come l’hai definita, e di là, forse per stanchezza, non ti replicano nemmeno più, così come (Einaudi docet) ti avrebbero coccolato e ti avrebbero degnato di un Meridiano (c’era da immaginarselo triplo, per ognuno dei tre scaffali echiani) a tutte le tue condizioni.
E infine è odiosa Internet, popolata da odiosi imbecilli che si documentano sull’odiosa Wikipedia, pessima fonte enciclopedica, perché verificata non solo e non tanto dal mondo accademico (e dalla sua autoreferenzialità) ma dall’universa umanità. Odioso tutto ciò che fa di un gregge, di una scolaresca e di una massa un insieme di dotti, una nazione di intellettuali, l’incarnazione della scritta fascista (fascista? italianissima) del Colosseo Quadrato all’Eur.

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L’identità di un popolo, determinata non da ridicoli criteri da allevatore di bestiame come il colore della pelle, ma dal riconoscimento di certi valori comuni, condensabili nel culto laico della cultura e della civiltà.

E, quindi, gli imbecilli. Forse morire incazzati per lo schifo che ci si è autoconvinti essere il mondo è un ottimo modo di morire. Meglio il rimorso del rimpianto. Ma non ci può essere rimorso in una vita in cui si è fatto il massimo umanamente immaginabile per acculturare tutti noi.

Quindi? quindi a volte la vecchiaia arriva tutta insieme e la sua stanchezza ci fa essere poco lucidi. Ogni stanchezza ha in sé la promessa di un riposo. La mancanza fondamentale in Eco è stata, pur essendone consapevole, la pianificazione di una crescita intellettuale italiana fatta a tutti i livelli, dai programmi ministeriali alle dispense nelle edicole, che pure non sono mancate. E che sta concretizzandosi, pur con sommovimenti tellurici, nella digitalizzazione del Paese, nella lotta al digital divide, nella comparsa dei nativi digitali.

Ecco il problema borghese dell’intellettuale di sinistra che pontifica sulle proprietà altrui e demonizza chi mette a rischio le sue.

Tutte le persone sui social che leggono i profili, reciprocamente, non modellano se stessi inseguendo l’arethè di Vite Parallele ed esemplari, non vivono i loro 5000 anni attraverso accadimenti memorabili, non sono nani sulle spalle di giganti, ma si aggiornano sui loro legami sociali in tempo reale, anche a distanza.

È stato calcolato che oggi buona parte di noi vive meglio di quanto potesse un miliardario americano a inizio Novecento. Immaginiamo facilmente che anche chi fu miliardario da un punto di vista intellettuale e spirituale rischia di essere facilmente superato da perfetti sconosciuti: il tuo vicino, un tuo amico, la tua ragazza OGGI potrebbero essere caratterialmente altrettanto interessanti di un personaggio storico o letterario del passato, con la differenza sostanziale della interazione reale e non di una legge vegetale che apre la strada al cannibalismo di chi non si potrà mai ribellare; certo, nessun personaggio storico sarà così approfondito dalle masse da far dire loro che lo hai cannibalizzato psichicamente. Fermo restando che l’allenamento per l’immaginazione, questa facoltà essenziale e sottovalutata dell’intelligenza umana, non solo viene conservato, ma è spinto al massimo livello dalla partecipazione a diversi gruppi sociali.
Perché quello che non si dice, che non ci viene spiegato, che non si vuole si sappia, è che ogni libro è il surrogato addomesticato, il vaccino rabbonito di un particolare gruppo sociale. E quindi si possono leggere centinaia di libri perché non si possono frequentare centinaia di gruppi sociali, ma nessun lettore per quanto vorace può sperare di liberarsi degli esseri umani che gli frullano intorno. E ciò è un bene.

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In cosa eccelleva Umberto Eco?
Leggo da più parti le discipline che tutti sappiamo, e che qualcuno condensa in “conoscere il mondo”. Il che può essere pure vero, a patto però di capire che probabilmente non avrebbe saputo fabbricare la cattedra dalla quale insegnava, o costruire una sola delle pareti dell’aula universitaria che ne conteneva le lezioni. Riguardo ai libri, si è spinto solo alla fine della sua vita a diventare “quasi” editore. Ma era nelle condizioni economiche di poter diventare non solo quello, ma anche tipografo e fabbricatore della carta e dell’inchiostro.
Questo vuol dire che l’uomo di cultura, in generale, puzza di cultura ma non sporca le sue mani nella coltura delle cose.

Oltretutto, aveva a sua disposizione la gratuità della ricerca fatta da volenterosi studenti.

Anche in questo la polemica con quel terribile concorrente che è Internet, sul piano della disponibilità a concedere gratuitamente, free, le proprie conoscenze, ha una luce particolare. Si pensi a Wikipedia e al suo successo e la si sostituisca con un barone universitario: mentre il sito è dichiaratamente l’opera collettiva dei suoi fan, nel caso dei fan del barone la cultura pubblicata è un guadagno tutto suo.

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La Nave di Teseo

Chi mi legge conoscerà questo mio aneddoto, nel quale illustro come un libro letto e meditato da un lettore possa diventare altro da sé e sorprendere l’autore.

Io non credo di essere stato un caso isolato nelle migliaia se non decine di migliaia di richieste di autografi fatte a Eco, ovvero di cui Eco aveva almeno per un periodo della vita memoria pur essendo state richieste ad altri autori e da essi riportati, sempre aneddoticamente, al Nostro.
Credo di far parte di una percentuale, che non saprei quantificare, che ha piacere nel trovare un libro riccamente condito di paratesti. Un libro siffatto è difficilmente fruibile sui new media e in sommo grado rappresenta, nel senso che ne è campione, eroe, simbolo, la speranza di non liberare l’umanità dai libri.

Ora, si dà il caso che un paio di anni fa sia uscito un romanzo un poì particolare, edito, si badi bene, dalla Rizzoli, ossia dal gruppo RCS, il gruppo che dà praticamente da lavorare storicamente da decenni a tutta la famiglia Eco.

Questo libro ha in modo stravagante due autori, ossia un ideatore (il regista americano J.J. Abrams) e uno scrittore (Doug Dorst) nonché un autore fittizio (V.M. Straka) e un traduttore fittizio (F. X. Caldeira) e due fittizi lettori e autori dei suoi marginalia (Jen e Eric) scritti sul libro in colori tra loro diversi a seconda del periodo del tempo narrativo e non solo distintivi delle loro identità (in altre parole i pennarelli sono più di due).

Questo libro ha come titolo italiano “S. La nave di Teseo”ed è praticamente l’incarnazione dei libri echiani variamente variopinti dai suoi lettori e fan meno passivi.

È lecito supporre che, mentre qualcuno in RCS tramava sapendo che il Custode di Bompiani era seriamente malato perché la divisione libri fosse liquidata a Mondadori, parallelamente qualcun altro nella famiglia Eco fosse a tal punto affascinato da questo best seller da riprenderne il nome nella neonata casa editrice.

In breve, la Nave di Teseo è al contempo:
– il modo con cui Umberto Eco confeziona i suoi libri, per continue ricapitolazioni e tesser act, collage di citazioni e ritagli di altre cose,
– la casa editrice che riprende parte del cast & crew Bompiani,
– e questo libro: il solo tipo di libro capace di non poter stare, di rifiutarsi di stare in un Kindle o in un tablet.
Libro di una biblioteca, biblio d’Eco, su cui due ragazzi consumano un delitto mentre per godimento intellettuale ci scarabocchiano sopra il loro specifico, instradandolo e togliendogli altre porte interpretative, dunque schiavizzandolo e uccidendolo.

Il Patriota

Mi sento fortunato a essere nato italiano, a non avere radici in una particolare zona, ad aver avuto genitori che mi hanno dato sentimento per questo paese, ad aver letto Esopo e Plutarco da bambino, il popolino e l’eroe, ad aver creduto nel cristianesimo DOPO esser rimasto male dalla scoperta fatta sempre da regazzino che la mitologia era favola. Fortunato ad aver tante volte da ragazzo zappato, potato, vendemmiato e pigiato coi piedi. Fortunato ad aver trapiantato nella terra di mio padre una decina di alberelli di ulivo, che ora sono cresciuti, e ad aver pensato mentre scavavo nel fango ai denti del drago e a Cadmo. Fortunato, anche perchè con tutte le cose che ho da vedere qui non sento proprio il bisogno di svacanzare fuori. Fortunato ad avere così tanti da emulare, italiani passati alla storia e concittadini.

Fortunato, perchè in un certo senso mi sento espressione della mia terra, come l’ulivo e la vite. Partorito, spuntato fuori come un pollone, come una fontana di lava, come lo sbuffo di una sorgente termale che svapora via. Partorito dalla mia terra, dalla mia Madre Patria. Partorito dalla mia terra scossa, mossa, viva. Partorito da questa terra bella, amata e tribolata, martoriata e santa. Io l’ho avuta in mano, ce le ho messe dentro le mani, ce le ho immerse per poi tirarle su. Ho accarezzato i suoi animali, ho percorso i suoi campi di grano, ho visto i pescherecci tornare all’alba gravi di gabbiani, come un segno, mentre il sole ruggiva d’orgoglio. Le vette drastiche che s’avvitano verso il cielo cremisi, i boschi tenebrosi, le montagne d’acqua zampillante che diventa Tevere: io queste cose le ho viste e ne ho gioito perchè sono mie ed io appartengo a loro, mi nutro di loro.

Ho abbracciato la pioggia estiva una volta a Val Melaina di ritorno dall’università, come una benedizione. Facevo km lungo tutta la spiaggia di Cattolica per combattere i piedi piatti, quand’ero bambino. Ho contato non so quante grotte azzurre alle Tremiti, sul Gargano, nel Cilento. Ho accarezzato il monolite del Carso, attorno al quale é l’Altare. Ho attraversato la Pianura, e so che essa é una sola grande città. Ho incrociato gli occhi di decine di migliaia di Italiani sotto il Leone, negli autogrill, dentro gli abitacoli delle auto, nei treni, sui traghetti, nelle chiese, al mercato.

Non c’è un italiano che stia fermo, non uno; tutti attendono alle loro cose. Perchè questa é la nostra terra, operosa e viva e presente essa stessa, e questo é ciò che siamo.

E parró un invasato, ma affermo che le donne che calpestano questo suolo sono al meglio di come possano esprimersi in tutto il mondo. Altrove, ovunque, la loro seduzione non é così potente, la loro luce non ha altrettanta primavera: altrove potrei resistere loro.

L’ho detto, mi sento fortunato ad essere di questo paese. 🙂

lu.men. fecit mmxiv

Un’interpretazione personale dell’Infinito leopardiano

Giacomo Leopardi

L’infinito
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare»

Giacomo Leopardi ha sempre bisogno di una presentazione. Perché è così grande, così universale, così profondo che ogni cosa detta e scritta su di lui rischia di essere sia banale sia in senso divulgativo rivelatrice anche solo di un aspetto secondario, e tuttavia affascinante, di questo Poeta che, pur lottando con altri giganti, li vince e rende insieme a Dante immensamente grande la letteratura e la cultura italiana.

Così è per questo quasi sonetto: l’Infinito poteva aspirare a una forma poetica che all’epoca e anche oggi suonava come armoniosa e in un certo senso sferica. Già qui si ha la percezione di una fuga in avanti, di una spinta, di una porta che si apre: il lettore medio (e lo studente medio) cerca con l’orecchio uno schema ritmico di rime che non si appalesa, mentre i periodi vengono scanditi dal continuo uso di “questo” e “quello”, segno che molto poco è lasciato all’immaginazione se non il senso stesso di ciò che si vede e si sente.

L’ermo colle, probabilmente il Monte Tabor, richiama alla mente dell’uomo occidentale il Monte della Trasfigurazione di Cristo, ed è già tutto dire. Qui la realtà si trasfigura per mostrarsi quale realmente è. Qualche anno prima William Blake scrive:

The imagination is not a State: it is the Human existence itself.

L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa

e

If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite. For man has closed himself up, till he sees all things thro’ narrow chinks of his cavern.

Se le porte della percezione fossero purificate ogni cosa apparirebbe all’uomo quale è, infinita. Perché l’uomo ha rinchiuso se stesso, e così guarda alle cose attraverso le strette fessure della sua caverna.

Ora, noi ignoriamo se le idee di Blake siano arrivate durante quel periodo di tentativo di unificazione europea politica e culturale alle orecchie del bibliofilo (e a rischio di filologia) Leopardi (padre e figlio). Però sono uno dei primi segni di un’epoca, la modernità, che esce dallo sconcerto pascaliano per gli spazi sterminati dell’universo, e ne fa la propria casa intellettuale.
Possiamo immaginare Giacomo ascendere al Tabor per sfuggire sensorialmente alla propria caverna, la biblioteca del padre, e assaporare l’infinita realtà.
E qui io mi sento di fare un appunto a tutti gli attori italiani che recitano Leopardi pensando di dover interpretare un misantropo, un pessimista iettatore e quasi compiaciuto del suo ruolo funereo. Infatti, quando leggo l’Infinito leggo la cronaca di una scoperta prima evocata per un ospite immaginario (il lettore, chi altri?) e poi rivissuta, rinvigorita nuovamente. Una scoperta che è una conquista.
Leopardi in questo senso è più simile a un hippie che ha appena scoperto il suo aleph borgesiano non attraverso l’uso lisergico di qualche pianta del deserto messicano, ma con la lettura degli specchi e del gioco di specchi che sono i libri.

Da quegli spiragli di caverna esce, ascende al suo essere cosmico, già fuori dal tempo terreno.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

Proviamo a immaginare Gesù Cristo. Gesù Cristo che si trasfigura sul Monte Tabor, quello palestinese e non marchigiano, e parla agli apostoli in maniera cosmica, fuori dalla propria umanità, ma con un punto di vista che pure non esclude la condizione umana da sè, che la supera ma non la rinnega. Tutto questo è racchiuso in quel “fu”, in quel passato remoto, come se l’abitudine alle passeggiate solitarie e alle soste su quella cima fossero riassumibili a un unico istante luminoso.
Il “caro” invece è consolatorio, perché legato a un ricordo di trascendenza che ancora non è evidente, ancora non prende la mente del Poeta. Il Poeta conosce quel ricordo, lo evoca come per farne divulgazione, ma poi ne verrà preso lui stesso, lui sarà primo lettore ideale di se stesso.
Nella Filosofia della Composizione, Edgar Allan Poe parla della genesi della sua letterariamente fortunata poesia “Il Corvo”. Uno degli ingredienti di somma poesia, racconta, è la rimembranza. La rimembranza di una donna bellissima, desiderata e amata dal Poeta. Soprattutto, il ricordo tragico e coinvolgente della sua assenza, del suo non esserci più.
Tutto questo è superato positivamente da Leopardi. Il valore dell’intuizione dell’Infinito, della visione (assurdo che li si descriva come immaginari) di “sterminati spazi” “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete” sono tali da rendere valida, significativa, coraggiosa, valorosa una vita già solo come trampolino di lancio, di cui il “colle” diventa figura retorica.
Leopardi può dire così che la sua stessa vita terrena gli fu cara, perché gli fece intuire e poi vedere qualcosa in più.

Proviamo allora a camminare con il Poeta, ad ascendere insieme a lui sul colle. Siamo arrivati, c’è uno spiazzo, una grossa siepe (che non è selva oscura, ma è illuminata sempre dal sole a ogni ora del giorno) non nascosta da alcun altro impedimento. La siepe nasconde, ma annuncia. E il Poeta, che ci aveva invitato, che ha richiesto la nostra compagnia, alza il braccio per indicare, gesticola, mostra. Mostra qualcosa che è sempre stato lì, che la nostra mente rapita dalle piccole cose del “natio borgo selvaggio” ha trascurato, ha dato per scontate. Piccole non fisicamente, ma significativamente. E invece il Poeta ce ne rivela un valore enorme.

Noi siamo lì, insieme a lui. Apre la mano destra, come a volerla poggiare sulla testa di un bambino, e ci parla del colle. Poi agita maestosamente le braccia, come a scostare le tende, e ci parla della siepe. E vogliamo parlare dell’ultimo orizzonte? La siepe è l’orizzonte prossimo: l’altro, lontano, ugualmente non cela senza annunciare, senza fare vedere.
La vera lontananza è dal chiasso della mediocrità e dell’invidia umana: miserabilitudine, la chiamerebbe Sciascia. Tornano alla mente gabbiani e albatri, gli inni alla libertà di tutte le epoche. Di più, il Poeta è immagine di se stesso, l’Uomo è immagine di se stesso. Gli spazi interminati sono sondati da tre secoli di osservazioni celesti, di cannocchiali, di viaggi intorno al mondo. L’ultimo orizzonte è domato, è schiacciato dal cielo stellato, dalla nuova dimora, abitata o meno dalla divinità, cui l’uomo ascende.
In un pensiero dello Zibaldone Leopardi dice che un uomo può ben dire d’esser stato in un posto per il solo fatto d’averlo visto dal vivo: non ha cioè bisogno di calpestarlo con le proprie suole. Altrimenti ci sarebbero punti di casa, piccoli angoli incalpestabili, in cui non saremmo stati mai, non abbiamo abitato mai. E la Terra orbita, e il Sole orbita, e la Galassia si muove con il suo gruppo locale. A velocità spaventose, percorrendo distanze immani ogni attimo. Superato il concetto fisico di inerzia, ce ne rendiamo conto. Superato il limite dei sensi, troviamo lo splendore della nostra ragione a sostenerci, a completarci. Niente è rinnegato: i sensi stanno al loro posto, la ragione al suo, la nostra anima cosmica è lì ad avvolgere tutto.

Spazi e silenzi sono ben altra cosa dalle quattro mura di casa, la quiete del colle è ben diversa da quella di un luogo di letture. Con questa base reale il Poeta rigenera se stesso, rinasce. E tutto questo processo interiore è concettualizzato nel “fingo”. “Io nel pensier mi fingo”: Rimbaud dirà “Io sono pensato” in una lettera a un amico, e qui il Poeta parla con noi. La sua realtà interiore non è la nostra, perché ha un elemento di soggettività che a noi apparirebbe finto. Leopardi allora dice: non credere che la mia sia una rigenerazione oggettiva, a cui non ho partecipato. Io ho plasmato il mio nuovo io, anche se a te suona finto. Però ti dico che la via, fatta di infiniti, è necessariamente universale, è percorribile anche da te. Come il mio nuovo Io è presente a me stesso, è rappresentato a me stesso e quindi è realtà interiore per me stesso, così può essere per te.

Stiamo parlando di uno dei vertici, se non il più grande, di tutta la poesia mondiale, secondo quantomeno lo spirito occidentale, nel solco della lotta titanica che la cultura occidentale sta conducendo da tremila anni con la condizione umana. Lo spirito occidentale non lascia le cose come le ha trovate, non si accontenta. Lo spirito occidentale ha bisogno di conquistare, e lo fa in maniera spesso violenta. Violenta è per esempio la distanza che Leopardi mette tra se e Recanati, la sua caverna, la sua prigione. La sua è una storia di ribellione. Disgraziatamente la medicina dell’epoca non ha supportato la sua salute malferma. Ma l’ideale che qui enuclea è servito anche alla medicina, ad allungare di qualche decina d’anni la vita media degli esseri umani. E’ servito ad andare sulla Luna, a sperimentare nuove tecnologie in assenza di gravità, a parlare dello spaziotempo, a riflettere sul tempo come dimensione percorribile anche a ritroso.

Leopardi è consapevole, improvvisamente. Come se avesse ricevuto, da se stesso e grazie all’abbattimento delle barriere, una illuminazione sul tutto. La vertigine non lo assale in maniera definitiva come accade a Pascal, e basta un refolo di vento tra le piante della siepe, sotto le sue mani, docile come un cane di campagna, a parlargli dell’eternità, del chiasso e del clangore delle epoche passate, del sic transit gloria mundi, e della propria epoca, reale, più reale di ciò che i recanatesi vivevano galleggiando. Egli non parla più al passato remoto, ma al presente. E’ dentro, è entrato. Non è più sopra le cose, ma è dentro ogni cosa. La vive e la sente viva, ne sente il respiro, i limiti, i capricci, i bisogni. Percepisce. Il suono, l’equilibrio, l’armonia lo seducono al punto che il “caro” dell’inizio, riferito al colle e alla siepe, diventa eufemismo.

Ora il Poeta ha le mani sulle foglie della siepe, come ad accarezzarla. Non è stanco, non ci si poggia sopra. Non ricorda, non spera. Vive l’attimo fuggente, lo vive perché lo ha afferrato. L’attimo è solo un anello, nelle sue mani scorre tutta la catena. L’Infinito di Leopardi è vertice della poesia mondiale e orgoglio per ogni italiano anche perché tante strade letterarie incrociano qui. E’ uno dei luoghi dell’anima. A partire dall’arethé che Aristotele ideologizza per insegnarlo ad Alessandro, fino a un postmoderno che non s’arrende al foglio bianco, per non parlare delle scienze esatte che finalmente si liberano dal giogo della pseudoetica con secondo fine della religione. Qui c’è il valore della vita, della dignità, della libertà, della ricerca (trovata!!) della felicità e della serenità. L’accettazione piena e consapevole dell’esistenza umana. Non è religione, non è filosofia, non è psicologia. Si chiama poesia.

L’io del Poeta, sequenza dei nuovi pensieri che abbiamo descritto, a questo punto s’acqueta, si riposa. Muore non più per risorgere, ma per vivere nel Tutto. Non c’è né morte assoluta né dissoluzione post mortem, ma una partecipazione attiva a tutte le vite che compongono la nostra vita. Il percorso non finisce, al contrario si moltiplica.

Perché, attenzione, il “naufragar dolce” non è annegamento, così come il parto dolce evita se possibile il dolore, o l’atterraggio dolce attenua le scomodità dell’interruzione del volo. Leopardi aveva certamente notizie di naufragi dalle cronache e dai giornali dell’epoca, e sapeva distinguere tra un naufragio che si risolve felicemente e uno che finisce in tragedia. Il mare (conquistato! “questo”) è l’immagine dell’incommensurabile spaziotempo a cui il Poeta approda. Il mare è esso stesso approdo. Il Poeta naufraga, plana dolcemente perchè in “questo mare” impara a diventare pesce, salvandosi.

E non stupisca che un altro autore, Rimbaud, qualche decennio più tardi ricorra alla stessa figurazione del mare e dell'”ultimo orizzonte” per parlare delle stesse cose.

L’Éternité

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise : enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Mai 1872

L’Eternità

È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte così nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dai comuni slanci
Lì tu ti liberi
E voli a seconda.

Poiché soltanto da voi,
Braci di raso,
Il Dovere si esala
Senza dire: finalmente.

Là nessuna speranza,
Nessun orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che cosa? – l’Eternità
È il mare andato via
Col sole.

Maggio 1872

E Giovanni Pascoli userà queste “immensità” nel suo semisconosciuto poemetto

Alexandros

I
– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,

l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!

Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

IV

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:

soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell’immenso piano,

come trotto di mandre d’elefanti.

VI

In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

“Il sogno è l’infinita ombra del vero” è il nucleo della tragedia di Alessandro, che percorre la terra in cerca del limite orizzontale, e trovatolo non sente di avere più scopo, rivelando la propria ingordigia e incapacità di trarre tesoro dalla vita che ha incontrato (e spezzato). Lo stesso sogno diventa parvenza di luce, di rappresentazione, nella “caverna” dove Olimpiade sogna e ha esotericamente iniziato il figlio a fare altrettanto, dandogli un’educazione antitetica a quella aristotelica.

Ritroviamo anche in Montale il mare – “eterno” e verso cui salpare – a segnare su carta la seguente

Casa sul mare

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido…
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Ma non voglio dimostrare che la “via universale” leopardiana passa per sole, mare, “ultimo orizzonte” con le sole dimostrazioni a posteriori. Per esempio, il riferimento a un orizzonte ultimo e alle costellazioni che cela ma rivela è antichissima: l’Orizzonte di Cheope è uno dei nomi con cui veniva chiamata la piana di Gizah, e diversi scrittori in epoca recente hanno manifestato la grande similarità tra le sue piramidi e la cintura di Orione, con la Sfinge a fare da richiamo della costellazione del Leone.

Jean-Nicholas Arthur Rimbaud

Cos’è il genio? Non lo saprei definire esattamente. Di certo un uomo di genio e un uomo di talento hanno qualcosa in comune, nel senso che si staccano dalla massa ma la beneficiano. Epperò, mentre il talentuoso comunque deve applicarsi per arrivare a un risultato, il genio sembra essere già “sulla preda”.

Il mondo ha prodotto diversi geni. Per la scienza Einstein è l’esempio più eclatante, mentre ciò che attira di Tesla e Majorana è la loro potenzialità inespressa e il loro lavoro misconosciuto. Leonardo e Michelangelo non furono solo geni, ma rivali, anche se il primo voleva essere più ingegnere e il secondo più scultore: entrambi tuttavia li ricordiamo per le loro opere pittoriche. Dante e Shakespeare si rifanno alla classicità, e (probabilmente oggetto di un mio prossimo post) Leopardi nonostante tutto deve molto del suo pessimismo cosmico alla morale comune della Grecia presocratica. Di Mozart conosciamo una genialità esuberante, ma che si muove all’interno di strutture musicali già conosciute. Picasso lavora in un momento particolare per l’arte: la fotografia aveva scalzato la pittura figurativa nella rappresentazione della realtà, e ciò apre le porte all’arte concettuale, mentre molta figurazione picassiana sembra riflettere uno specchio rotto (“Everything is broken up \ & dances” Jim Morrison) o meglio una sorta di pellicola fotografica rigida che andando in frantumi imprime angolazioni differenti e poi viene rimessa insieme in un collage per lo sviluppo della foto positiva.

C’è però, in questa carrellata sui geni, un individuo particolare, dalla vita piena di mistero, che fin da giovani impariamo ad amare. Questo genio poetico, puro, è Arthur Rimbaud.

Vocali, manoscritto originale. Da Wikipedia Commons

Qui non si vuole fare analisi strettamente letteraria delle opere di Rimbaud: mi limito a dire che fino a un certo punto della storia dell’uomo l’arte o è celebrativa e monumentale o non è. La catena tira finquando la borghesia distrugge il mecenatismo. Il poeta maudit è il poeta orfano, che scrive rivolgendosi a se stesso e, come forse è il caso di Rimbaud, per pochi amici.

Fra due anni, fra un anno forse, sarò a Parigi. – Anch’io, signori del giornale, sarò Parnassiano! – Ho in me qualcosa, non so bene… che vuol salire…– (a Théodore de Banville; Charleville, 24 maggio 1870)

Nascono le avanguardie e i salotti, ma non può essere l’arte istituzionalizzabile e dunque duratura di prima. La grandezza di Rimbaud è anche in questo assoluto della coscienza, scevro di qualsiasi habitus sociale e psicologico, avanzando e rendendosi universalmente accettabile in un mondo contemporaneo introdotto anche dalle ricerche di Freud e dall’evoluzione post freudiana della psicologia, un mondo che cioè vede nell’aspetto psicologico un fattore importante del benessere.

È falso dire: Io penso: si dovrebbe dire io sono pensato. – Scusi il gioco di parole. IO è un altro. (a Georges Izambard; Charleville, 13 maggio 1871)


Nietzsche (altro genio, filologo che scopre come Leopardi l’inconsistenza delle fonti della fede cristiana, e ne rimane diversamente orfano) parla dell’uomo in quanto animale delirante. Rimbaud toglie il delirio e restituisce l’aspetto necessario della nostra particolare animalità: si pensi al brano ALBA in Illuminazioni.

Rimbaud che scrive avendo come primo pubblico qualificato il suo professore, Georges Izambard, poi sostituito da Verlaine, con cui ha un rapporto burrascoso, un menage poi fallito  che lo fa improvvisamente smettere di scrivere, quasi avesse bisogno di un Chirone e non di un pubblico di massa.

Qui entriamo per l’appunto dentro il mistero. Perché in Rimbaud abbiamo un ragazzo cresciuto senza figura paterna, e che cerca in una guida spirituale (Izambard, poi Verlaine) l’approvazione per i propri risultati scolastici brillanti, fino a trasformarli in qualcosa che dura ed è destinato a durare nella letteratura mondiale. D’altro canto, Verlaine è sì l’altro grande poeta che tutti conosciamo, ma anche uno sbandato e un violento: sulla moglie (che brutalizza), sullo stesso Rimbaud (cui spara a Brussels), sulla madre (una donna che conservava sulla mensola del camino i feti dei propri aborti dentro i vasi) che tenta di strangolare, su un figlio legittimo che nato da poco sbatte contro un muro. Verlaine ama avere relazioni omosessuali con ragazzi attorno ai diciotto anni (come con Rimbaud, ma anche producendosi nella relazione platonica con l’allievo Lucien Létinois) e nei momenti di maggiore sconforto cerca consolazione con le prostitute, contraendo malattie veneree, abbandonandosi all’alcolismo e frequentando gli ambienti peggiori delle città del nord Europa.

Il mistero consiste nel cambiamento totale che si verifica in Rimbaud. Se prima aspira in un certo qual modo alla gloria letteraria, e fa di tutto per mettersi in luce in patria, dopo i due anni passati in giro con l’amico Verlaine abbandona definitivamente la poesia, diventa capocantiere (attenzione, facendo dichiarare il falso alla madre, che cioè ha sempre lavorato nei suoi possedimenti terrieri) poi mercante di schiavi (la schiavitù è il motivo per cui l’Etiopia non sarebbe dovuta essere parte della Società delle Nazioni nel 1936, e ciò contribuisce a indebolire le sanzioni contro l’Italia fascista) e mercante d’armi (probabilmente le stesse che spareranno contro gli italiani colonizzatori ad Adua). Insomma, un attaccamento al denaro e una ricerca di lavori borderline, disprezzabili, totalmente lontani dalle personalità artistiche e letterarie, al netto di Verlaine, che fino ad allora ha frequentato. E non c’è accenno nella corrispondenza successiva alle proprie poesie, al punto da far sospettare allo scrivente un’impostura, uno scambio di persona.

Vi sono diversi elementi a corredo di questa interpretazione. Innanzitutto si può dire che Rimbaud e Verlaine si assentarono dalle rispettive famiglie per un paio d’anni, e che il primo non fosse proprio beneamato nella sua. L’avidità della madre di Rimbaud si riverbererà poi nella sorella, con modalità che ricordano quelle di Nietzsche (Plutarco, autore delle Vite Parallele, avrebbe da scriverne su entrambi).
All’epoca non è che si girasse con le carte d’identità con tanto di foto segnaletica.

Ritorna, ritorna, amico mio, caro, unico amico, ritorna. Ti giuro che sarò buono. Se sono stato grossolano con te, era uno scherzo in cui m’incaponivo, me ne pento più di quel che non sia possibile dire. Ritorna, tutto sarà dimenticato. Che disgrazia, che tu abbia dato peso a quello scherzo. Da due giorni non smetto di piangere. (a Paul Verlaine; Londra, 4 luglio 1873)

Il brano di cui sopra testimonia che ci fu un malinteso tra i due, ma non sappiamo in cosa consistesse: eppure il rancore di Verlaine (“Loyola” lo appellerà Rimbaud nelle missive di qualche anno più tardi, riferendosi alla sua ipocrita conversione al cattolicesimo) rimarrà, segno che fu qualcosa di incredibilmente pesante. C’è da dire, contro l’ipotesi dello scambio di persona, che basta un’analisi grafologica sulla corrispondenza rimbaudiana per smontarla.
Ad ogni modo, Rimbaud parla in altre lettere che sta componendo un Libro Nero, o Negro. Probabilmente Une Saison En Enfer è quel libro, o un suo rimaneggiamento, una sua rielaborazione postuma.
Possiamo immaginare Verlaine oggetto da un lato delle prese in giro parnassiane, criticato dalla moglie, nelle cui braccia probabilmente era corso per sfuggire alla madre, e da cui era scappato per consolarsi con Rimbaud. E quest’ultimo, che invece di confortarlo lo canzonava, invece di rassicurarlo lo minacciava, magari con la pubblicazione di un diario della loro relazione. Nel caso dello scambio di persona a farne le spese è Rimbaud, ucciso e fatto sparire a Londra, rimpiazzato da un altro conoscente di Verlaine, simile per alcuni segni (naso) ma con una corporatura differente, e soprattutto differente viso, come poi testimoniano le fotografie africane. Nel caso canonico invece, a Londra o Brussels a sparire è questo libro, che Rimbaud rimaneggerà a Roche componendo Una Stagione All’Inferno.

Una Stagione della vita cioè pagata all’Inferno. “Mi sento di vivere all’Inferno, dunque ci sono” scriverà. E poi l’infernale stagione letteraria non solo verrà archiviata, ma addirittura bruciata e sepolta.

Insomma, che il “criminale” Verlaine abbia sostenuto la parte dell’assassino di Rimbaud o piuttosto della sua ispirazione a scrivere, il lampo rimbaudiano nella letteratura mondiale nasce e muore nel giro di pochi anni.

Tavola sinottica dei due Rimbaud, notare l'aspetto differente dall'attacco dei capelli al mento appuntito nell'adulto e stondato nel ragazzo. Le ultime foto mostrano la mano sinistra deforme, solitamente nascosta. Sono foto che dimostrano, oltre alla loro pochezza qualitativa, alla loro rarità, alla loro incapacità di rendere certa l'identità del Rimbaud adulto, la ritrosia del medesimo per i primi piani.

Tavola sinottica dei due Rimbaud, notare l’aspetto differente dall’attacco dei capelli al mento appuntito nell’adulto e stondato nel ragazzo. Le ultime foto mostrano la mano sinistra deforme, solitamente nascosta. Sono foto che dimostrano, oltre alla loro pochezza qualitativa, alla loro rarità, alla loro incapacità di rendere certa l’identità del Rimbaud adulto, la ritrosia del medesimo per i primi piani.