La parte israeliana del caos mediorientale.

Io distinguerei tre o quattro cose dal punto di vista concettuale.

Antisemita è colui che non vuole vedere gli ebrei sul pianeta. Bisognerebbe chiamarlo antiebreo, o anche antigiudeo, ma si è voluto enfatizzare. Questo ha spinto anche molti ebrei (evidentemente sionisti Fini a un certo punto) a essere filosemiti, e quindi a simpatizzare per i musulmani (e in Francia questa idea NON HA PAGATO).

Antisionista è colui che è contro l’esistenza di Israele, ma non gliene importa nulla degli ebrei, che considera persone come tutti gli altri. Esempio tipico: Iran.

Xenofobo, d’altronde, è colui che si richiama all’idea proposta da Woodrow Wilson alla fine della prima guerra mondiale sull’autodeterminazione dei popoli. Il partito nazista fece sua questa idea in modo molto crucco, ossia idiota: il Grande Reich Germanico, frutto dell’appeasement inglese antirusso e anti Versailles, doveva arrivare fin dove esisteva un gruppo di tedeschi. Il tipico esempio è Danzica, dove migliaia di tedeschi furono uccisi prima dello scoppio della guerra con la Polonia.

Il nazismo fu xenofobo e, nei territori che occupò, antisemita. O meglio, antiebreo. Lo fu anche con gli alleati: chiese all’Italia le leggi razziali, ossia un avvicinamento ideologico del fascismo al nazismo, dopo che il nazismo copió praticamente tutto dal fascismo, proprio in funzione antiebraica. Antiebraica, non antiaraba.

Il nazismo non fu antisionista: l‘Haavara Agreement è lí a testimoniare un’alleanza di fatto tra Germania e Sionismo, anche se sta cosa oggi fa schifo ammetterla sia ai neonazisti sia ai filoIsraele.

Di più: l’effetto dell’Haavara Agreement fu che I sei milioni di ebrei morti erano o antisionisti o non sionisti in massima parte, ossia o criticavano Israele (magari per le stesse ragioni bibliche e apocalittiche alla base del Movimento Sionista, e che si riflettono pure sugli aspetti teocratici della democrazia etnica israeliana) oppure, la massima colpa per i sionisti, erano totalmente disinteressati alla Questione Sionista. E questo perché per quei milioni di ebrei internati la patria era il paese europeo di appartenenza.

In altre parole, il Nazismo tradí milioni di ebrei che si sentivano tedeschi, polacchi ecc. e non certo Israeliani. Milioni di compatrioti.

L’effetto oggi è che per trovare ebrei antisionisti o non sionisti bisogna andare in America.

“Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele”.
— David Ben-Gurion (Citato a pp 855-56 in Ben-Gurion di Shabtai Teveth).

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Uno strano rito

Non sto qui a dire quanto tenessi a mio zio. Riferirò solo che ci accomunavano le lunghe camminate attraverso la terra viterbese, entrambi con la doppietta, che portavamo più per darci un contegno, diciamo così, che non per vera fame di prede.

Ci piaceva particolarmente quell’agro dall’andamento dolce, poco sopra Bolsena, ai confini con Castel Giorgio. Andavamo a notare viottoli disegnati e ribaditi dai cinghiali, strade bianche, la Francigena nelle sue varie diramazioni e vicoli secolari tra il grano e i girasoli; casupole, casolari, villini, frazioni, spacci di frutta e verdura sperduti nella campagna, macchine o trattori abbandonati nei boschi; tane di talpe, orme di tassi, peli di volpe strappati dai rovi, resti di istrici sbranati, gatti morti col sorcio in bocca; alveari, vespai, stagni e anfratti ottimi per i funghi autunnali.

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“Andavamo a notare viottoli disegnati e ribaditi dai cinghiali…” (foto Luigi Menta)

Tutti questi segni erano annotati da mio zio su un quadernetto, e anzi negli ultimi tempi ero io a doverne tener conto. Segnavamo ubicazioni e aggiornavamo le precedenti con le variazioni, e ci era addirittura balenata l’idea di estrarne un bollettino da distribuire nei luoghi di smercio, le edicole, gli alimentari, i tabaccai, senza alcuna pretesa di periodicità.

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(foto Luigi Menta)

In una di queste esplorazioni, tra Poggio Casetta e Pozzarello, ci inerpicammo attraverso un percorso mai visto prima. Consisteva in una stretta forra ricca di caverne laterali, alcune con una strana T all’apice. Erano certamente tombe, scavate nel tufo da braccia instancabili, o forse addirittura abitazioni, o magari entrambe le cose. Poteva infatti darsi che i ladri di tombe, da veri briganti, ne avessero fatto nei secoli le proprie tane. Chissà che dentro non si potesse trovare qualche coltello, qualche archibugio, un misericordia o uno stiletto.

Ci eravamo stavolta portati non i fucili, ma l’attrezzatura tipica dei tombaroli, anche se tombaroli non lo fummo mai e non lo fummo… o meglio non lo fui più, dopo quell’incredibile giornata.

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“Poteva infatti darsi che i ladri di tombe, da veri briganti, ne avessero fatto nei secoli le proprie tane.” (foto Luigi Menta)

Mi chiedevo se i cocci che ogni tanto trovavamo in terra tra il fogliame autunnale lungo il cammino erto fossero, come tutto lasciava presagire, di epoca etrusca. Avevamo fede: anzi credevamo entrambi che la nostra devozione alla Tuscia ci avrebbe riservato una bellissima sorpresa, un’avventura da ricordare.

A un certo punto il metal detector che mi ero imbracato sulle spalle cominció a suonare e entrambi prendemmo le pale da campeggio, le montammo e provammo a farci spazio nel letto di foglie. Il sole era alto, come lo può essere a maggio, ma quelle foglie simili alla magnolia non erano poche né marce. Piuttosto sembravano coriacee, quasi legnose, e leggere, e non c’è una scuola di scavo quando devi spalare nel polistirolo, o tra pagine di sughero, per così dire.

Ad ogni modo: dopo esserci liberati dell’ingombro dovemmo scavare davvero! Il punto, la x, non era sul sentiero ormai battuto solo dai cinghiali e dalle spinose, ma poco di lato: scavando ci imponemmo di stare attenti a non ingombrare troppo il sentiero stesso.

Dopo dieci minuti buoni e una foga adolescienziale che ci aveva fatto piuttosto sudare, trovammo una posata di metallo vile, del tutto simile a quelle vendute in set da sei o da dodici nei supermercati.

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“… sentiero ormai battuto solo dai cinghiali e dalle spinose…” (foto Luigi Menta)

Era questa la prova che qualcuno recentemente avesse percorso quel sentiero? Ci facemmo due risate sul fantomatico brigante di stoviglie e, dato che il metal detector non dava più segno di “presenze”, proseguimmo.

Ci sono dei momenti, e sicuramente saranno capitati a ognuno di noi, in cui quando ci si trova a peregrinare per luoghi inesplorati anche se dietro sopra sotto affianco le zone della nostra infanzia, per ore e ore, sotto il sole, con lunghi momenti di silenzio, o meglio di ascolto del bosco, e dei nostri polmoni affannosi, allora qualsiasi solidarietà con il compagno di camminata viene insidiata da infantili pensieri di sospetto e paura. Ma si trattava di mio zio, della mia famiglia, e di un luogo affine a quelli a me noti, e inoltre ero abituato da centinaia di giornate escursionistiche estive o invernali a queste fantasie, come una radio che nei momenti di stanchezza venga improvvisamente ad accendersi automaticamente, di modo che poi noi la si possa regolare nel volume ma non spegnere.

Anche mio zio stava pensando, forse con gli stessi demoni interiori, che ormai fosse meglio fermarsi per mangiare. Eravamo giunti su un piccolo poggio erboso, o così credevamo, e individuammo l’ombra di un enorme tiglio, un albero lussureggiante e quasi brillante sotto il sole decisamente estivo. Provammo a pulire lá sotto delle solite foglie per il pic-nic improvvisato e… fummo molto fortunati, perché uno di noi poteva cadere dentro un buco che ci si palesó improvvisamente. Mio zio gettó un sasso, poi un altro, ma non riuscì a capire quanto quell’apparente pozzo fosse profondo. Decidemmo che l’avremmo esplorato nei limiti delle nostre possibilità dopo esserci nutriti. Non ce la facevo più!

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“… un albero lussureggiante e quasi brillante sotto il sole decisamente estivo.” (foto Luigi Menta)

Mi ricordo che parlammo delle varie sagre con cui i paesi lí intorno si sarebbero sfogati lungo l’estate, attirando migliaia di turisti dalla capitale e dai luoghi circostanti, e ultimamente anche da fuori. Ogni cittadina diventava il borgo del contado durante la sua festa, e gli altri paesi si rendevano campagna che il borgo attirava a sé. Tedeschi, inglesi, scandinavi, americani, asiatici avrebbero tutti subìto i tafani della Tonna di Civita, o dei due Palii di Siena, oppure avrebbero sofferto quietamente la ressa notturna della vigilia di Santa Rosa, domandandosi se ci fosse all’indomani un Museo delle Macchine da visitare.

Paragonammo facchini e fantini, Macchine che oscillano e cavalli mossi, briganti maremmani e viterbesi, il Trasimeno alle profondità del nostro lago. Infine ci chiedemmo quale fosse il regime alimentare degli etruschi, se commerciassero di carne e pesce tra città vicine, cibo magari sotto sale, e dunque la via Salaria, e la necessità di avere a che fare con Roma che forse era il mercato del sale più importante per i nostri stravecchi e stagionati antenati.

Convenimmo che tutti questi borghi, capoluoghi per un giorno, erano in fondo rioni di una metropoli, con tantissimo verde ad allietarla, e ben facevano i ciclisti a percorrerla, o i viandanti della Francigena ad assaporarla, oppure in definitiva noi stessi ad abbuffarcene.

Non finimmo con il vino, non lo avevamo portato temendo di addormentarci; bevemmo caffè, ormai non più bollente ma comunque gradevole, da un termos. Poi prendemmo le torce e risoluti cercammo di capire bene, e da sopra, la consistenza di quell’omphalos che così sinistramente ci era apparso.

Come mio zio aveva ipotizzato, era profondo, era pieno di foglie ma non era assolutamente un pozzo, se non per chi sia disposto a includere nei pozzi strutture architettonicamente sferiche o semisferiche con una enorme apertura in punta. A me ricordava molto il Pantheon di Roma, di cui si diceva che la colonna di aria calda in uscita dal soffitto impedisse alla pioggia di entrare allagandolo.
Da quel buco invece usciva aria fresca, umida, tipicamente di cantina o, per essere più precisi, di fungaia.

Questo poggio era abbastanza in alto da farci intravedere il Monte Amiata da un lato e dall’altra parte, di lá dalle fratte, spizzichi e bocconi del lago di Bolsena. Pensai che quello era un modo semplice di capire dove fosse il nord e dove il sud, anche di giorno, e quindi quale fosse la direzione della Cassia da prendere; o della Francigena, con tutte le sue diramazioni ai piccoli santuari, le famose Edicole della chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, che in epoca medievale in quanto difficile da visitare doveva essere in parte sostituita come meta di pellegrinaggio dalla Santa Sede, o da una sua Santiago occidentale, o appunto dalle Edicole.

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“Questo poggio era abbastanza in alto…” (foto Luigi Menta)

Le transumanze umane si consumano nelle lande di passaggio, in stretti istmi tra deserti e mari, lingue e ponti tra continenti, tra enormi masse di popoli, dominate e non emancipate, che danno luogo a invasioni e a guerre sante.

Tuttavia qui non eravamo di fronte a una costruzione militare, a un fortino. Poteva essere indubbiamente architettura romana, o rinascimentale, o chissà magari etrusca, non piccola, apparentemente robusta, quasi megalitica. Le sue enormi pietre erano perfettamente incastrate tra loro, come scrissi poi nel nostro taccuino, in un modo che ci richiamò le teste dei facchini concentrati durante il trasporto della Macchina, di cui avevamo appena ciarlato mentre ci nutrivamo, oppure gli alberi e cespugli che cingono dai loro abissi la Rocca di Orvieto, o la Rupe di Civita, Calcata o Pitigliano o ancora Orte, e chissà quali altre immagini fantastiche e terribili.

Queste pietre, scure, color del cemento, o dell’asfalto, erano basalto, e per fortuna che gli antichi egizi non immaginavano quanto ne fosse ricca la Tuscia, altrimenti si sarebbero certamente organizzati da un punto di vista mercantile e militare molto prima di Greci e Fenici.

Fu a questo punto che mio zio prese una storta. Aveva messo un piede in fallo tra una radice che avevamo portato alla luce, prima, e un grosso pietrone nascosto dal fogliame e dall’ombra. Cercai di soccorrerlo come potei: certamente eravamo preparati nell’animo a una possibilità del genere, e non ne fummo granché sorpresi, ma questo non impedì a mio zio di imprecare con attributi di divinitá e santi intercessori che non è ora il caso di elencare ma che chiunque abbia dimestichezza con le genti di qui può facilmente immaginare.

Giungo alla parte centrale e conclusiva di questa storia. Avendo io chiamato soccorso, rimanevo accanto a mio zio, che avevo accompagnato alla base di quello che, ribadisco, credevamo fosse un poggio – ma che in realtà doveva essere una struttura architettonica non moderna di cui avevamo intravisto una parte – di modo che fosse agevole per una eventuale ambulanza o per un elisoccorso arrivare nella radura ad esso sottostante.

Avevo steccato alla bell’e meglio la caviglia, mi ero caricato il malconcio, ero tornato a prendere le nostre cose, e ci sedemmo su enormi pietre stondate piene di fango e polvere ad aspettare.

Ora, si dá il caso che, in quel particolare momento del giorno, attraverso il garbuglio di rami, noi ci accorgessimo che la parte piena di muschio delle pietre guardasse verso una sorta di ingresso, illuminato dalla luce naturale, e che questo ingresso avesse non la strana T incontrata precedentemente, ma l’incisione di un astro, una stella insomma, o una rosa dei venti a raggiera, sulla sua volta orizzontale.

“… che la parte piena di muschio delle pietre guardasse verso una sorta di ingresso, illuminato dalla luce naturale…” (foto Luigi Menta)

Certo che mio zio mi controllasse con lo sguardo di chi serenamente condanna una scelta sbagliata, impiegai qualche minuto, in attesa del soccorso, per farmi strada con un paio di semplici forbici da potatura. Dopo poco riuscii a liberare un passaggio.

Dunque entrai, la torcia accesa in mano. Vidi le foglie per terra, tantissime, ma non al punto d’avermi impedito la visita. La volta era a tratti decorata con scene truculente di donne, di profilo, alla maniera egizia, che uccidono un uomo, poi lo fanno a pezzi, poi lo mangiano, e infine ne partoriscono altri. Le scene erano interrotte da segni di fumo nero: forse erano le posizioni delle antiche torce e fuochi.

Riconobbi una Gorgone, che mi spaventó, e poi mi fece ridere, perché era scolpita in quel bassorilievo di bronzo lucente in maniera davvero buffa, la lingua di fuori, gli occhi sbarrati e quasi clowneschi.

Faceva davvero freddo lí dentro, la torcia di metallo mi raggelava la mano dolente.

Tornai indietro, riferendo a mio zio della felice scoperta, e poi rientrai, stavolta con il metal detector, non badando molto alla sua reazione, e cominciai con l’esplorare quello spazio insolitamente piano, senza altra vegetazione oltre alle innumerevoli foglie, posatesi per centinaia, forse migliaia di stagioni. C’e da dire che in realtà le foglie cadono prevalentemente in autunno, ma questa loro caducità è viva tutto l’anno, dico viva proprio perché sono fermamente convinto che la morte sia il segreto della vita.

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“Dunque entrai, la torcia accesa in mano.” (foto Luigi Menta)

Mi sembró che il metal detector avesse echeggiato, lí dentro tutto rimbombava di umido e di buio, di catacombe e di morboso. Alla luce delle due torce che rimbalzava efficacemente sulle pareti curve, provai a farmi strada tra le foglie.

Sentivo qualcosa accarezzarmi le caviglie per un lungo momento, ma non ci feci caso. Pensai che fossero le solite foglie che smuovevo con la pala e con le gambe, e invero era la stessa sensazione che mi aveva accompagnato prima, quando alle cave trovammo l’inutile posata. Poi però con la pala urtai qualcosa di duro. Era un orologio d’acciaio, agganciato… allacciato al polso di uno scheletro!

Corsi subito fuori. “Zio!” esclamai: volevo comunicargli ciò che avevo trovato. Ma lo vidi supino, al suolo, mentre, orrore!, tre enormi vipere lo abbandonavano allontanandosi, verso tre diverse direzioni, dopo esserglisi strusciate addosso e averlo certamente morso.

Il resto lo sapete: vi giuro che era la prima volta che mettevamo piede in quel luogo!

Gli imbecilli di Eco

Eco è di Alessandria, non questa grande città del nord.

Non avendo anche lui molto da fare da bambino ha cominciato a leggere tanto, qualsiasi cosa, l’alto e il basso, incentivato dal padre.

Questa è già una prima differenza: non facendo la bella vita in centro come adesso e non avendo responsabilità e pensieri della vita adulta, aveva un tempo (un tempo dell’immaginazione, uno spazio tempo della fantasia) potenzialmente coincidente con l’estensione dell’universo (quindi una condizione molto simile al racconto “La Biblioteca di Babele” di Borges).

Questo vuol dire anche che magari non si sarà costretto sulla sedia come Vittorio Alfieri, legato come Ulisse all’albero maestro della nave che affrontava sirene e scogli, ma sicuramente ha voluto leggere.

Si dice che la parte genetica del carattere dipenda un Terzo dai geni e che due terzi si formino nell’ambiente di crescita del bambino.

L’ambiente di crescita di Eco erano le parole, scritte, disegnate, parlate, cantate, recitate, a cui si è volontariamente esposto per un tempo molto maggiore degli altri studenti.

Sua la scelta di fare filosofia, di scrivere su Tommaso d’Aquino e di scoprire, con le sue armi intellettuali appuntite in anni davvero terribili, drastici, netti, che non poteva restare cattolico senza fare un torto alla sua fame di verità. Questa crisi della fede avviene durante la scrittura della tesi su Tommaso aquinate.

Dopo di ciò si può dire che sia stato turista dotto e arguto di tanti campi umanistici del sapere, e d’altronde molti che seguono il percorso di studi liceo classico filosofia sono tuttologi, mettono bocca su tutto, si impicciano di tutto.

A suo merito si può dire di averlo fatto più seriamente.

Questo per rispondere alla casualità. Non c’è alcuna casualità per come l’hai definita. Certo, la casualità può anche essere un meteorite che ti cade in testa a trent’anni, o un bombardamento nazista quando ne hai dodici.

Riguardo gli imbecilli, anche a me non piace questa opinione.

Non tanto per il termine usato, perché quella parola è stata scelta in maniera molto spiccia da chi decide per un momento di adottare un linguaggio crudo per farsi capire al volo. Poche parole, chiare, e leviamo il dente, e pazienza se l’eleganza o la delicatezza vanno a farsi friggere: anzi, non passa per ipocrita.

A me è proprio l’idea in sé che mi fa schifo. Perché sei professore, quindi divulgatore: è come se tu dicessi che un bambino non deve studiare perché la cultura al momento non è spendibile. Poi, quando diventerà grande, chissà.

Inoltre mi fa schifo perché sei democratico: se un imbecille va al bar a concludere dopo una bevuta con una frase qualunquista, rimarrà sempre un imbecille. Il web ha questo grande merito: averci costretto a mettere su “carta” i nostri pensieri, riordinandoli, un po’ come avveniva con i temi a scuola.

Il web ci confronta con post, video, notizie, riguardanti gli argomenti più svaganti e stravaganti, esattamente come un tuttologo divertito dall’esistenza di materie improbabili, terre leggendarie, miti e storie dell’assurdo.

E ci costringe a scrivere quell’italiano che abbiamo appreso essenzialmente e quotidianamente dalla televisione.

Questo significa che la televisione era anch’essa un mezzo di comunicazione ANCHE per gli imbecilli, perché guarda caso agli inizi la sí vedeva al bar. Ossia, l’idea di Eco è antica, non solo è antica almeno quanto i suoi incarichi per la Rai, per esempio la redazione autorale di Lascia o Raddoppia, essenzialmente le domande dotte ai concorrenti, con il meccanismo inculcato nelle masse che sapere significasse fare soldi. È anche antica quanto l’uomo, è nella divisione in caste in India, negli iloti che mantenevano gli spartani, nei “semplici” medievali.

É indice di una spocchia intellettuale che sa di aristocrazia. Gli imbecilli sono i “negri” che fanno il lavoro pesante per Dumas, e probabilmente gli stessi studenti che, non ho difficoltà a crederlo, hanno permesso con i loro testi e le loro tesi di risparmiare ad Eco la fatica di leggersi tanti libri e la fatica di scrivere tutte le righe del suo centinaio e passa di opere, senza contare le bustine di Minerva, migliaia, o le premesse introduttive a tanti saggi altrui, o ancora contributi a opere collettive, articoli per Versus ecc…

Quindi, la polemica sugli imbecilli digitali è strumentale e politica, perché nella sua ansia di rendere tutto free il web promette l’emancipazione psicocognitiva delle masse in un mondo dove l’intellettuale – lo stesso Pasolini da te citato nostalgico di un’Italia contadina in cui però lui non zappa la terra come gli altri ma è chierico laico – diventa da aristocratico della “democrazia” un consulente come tanti, specializzato in alcuni ben determinati campi del sapere.

Questa polemica ogni tanto salta fuori, anche se l’autore è morto già da un anno e mezzo (e tutta la carovana di suoi libri non ci permettono peró di crederlo totalmente defunto). Il tuttologo tende ad ancorare la sua idea a dotte citazioni, come un’enciclica con le sacre scritture, al punto da renderla indistinguibile dal resto. Gli emuli del tuttologo hanno anch’essi la sindrome dell’ipse dixit: ti danno dell’imbecille scaricando vilmente la responsabilità della loro volgarità e della loro incapacità dialettica sull’autorictas, che ha il doppio merito di essere defunto e comunque troppo “olimpico” per partecipare di tutte le inutili discussioni on line. Inutili, ma proficue perché gli interlocutori ne escono arricchiti intellettualmente finché sono intellettualmente onesti e scelgono di discutere della cosa in sé.

(mio commento a https://youtu.be/W6jH6qMoMg8 )

Connections

Gli umanisti si divertono tantissimo a fare il gioco della cartomante, parlami-che-ti-traduco. In pratica la cartomante mette le carte sul tavolo e cerca di tradurre non solo loro, ma anche le tue reazioni alla violenza figurativa dei tarocchi. Da queste reazioni trae una regola, una teoria caratteriale (il destino di un uomo è nel suo carattere). Tu a tua volta giochi a carte coperte per tradire il meno possibile, ma intanto ragioni sulla favola, sull'oracolo, adattandolo al tuo caso, vedendo di tirarne su una morale.
Insomma, è una matrice, una filigrana su una storia. Capita anche con gli oroscopi, con le poesie, con le biografie di gente famosa o di qualche nonno o zio i cui tratti biografici si inabissano per poi riemergere in noi, per questioni di sangue.
Connessioni.

Potrei dire che il gioco è il mestiere del poeta, regole da rispettare che non sono solo limiti ma corsie per andare più spediti a scrivere. Restringe il campo ma apre la mente.

Pensiamo a quelli che dicono che la forma è sostanza, il medium è il messaggio, less is more, la cornice senza quadro, la tela monotona con la fessa che la squarcia nel bel mezzo.
"Quando il gioco finisce comincia la partita" Jim Morrison
Ossia il gioco è simulazione senza scopo, il film pornografico di cui Eco diceva non esserci trama (ma la trama c'è, solo che non è NEL film), mentre la partita ha uno scopo: dichiararsi gioco, fare dell'innocenza una regola consapevole, un'apparenza che la svuota.

Proviamoci, prendendo due parole concettuali e sfregandole tra loro. Incendiamo il palazzo concettuale e scopriamo come ogni cosa significhi se stessa, il suo opposto è tutto il resto.

"Che cos'è la connessione?"
"Quando 2 mozioni, ritenute infinite
e reciprocamente elisorie, si identificano
per un attimo."
"Di tempo?"
"Si."
"Il tempo non esiste. Non c'è nessun tempo."
"Il tempo è una piantagione rettilinea."
– Jim Morrison –

Il Novecento è stato anche il secolo di queste associazioni di idee. C'è chi ne ha fatto performance estreme: il link che posto ragiona non solo su quanto può essere abominevole l'animo umano una volta cadute, nel gioco, le regole convenzionali, ma anche quanto sia facile costruire un'identità (di vittima, di carnefice) partendo da un oggetto:

http://www.piccolestorie.net/2017/05/22/donna-permette-al-pubblico-usare-suo-corpo-un-oggetto-6-ore-quello-accaduto-agghiacciante/

La provocazione non è verso gli abitanti della stanza ma verso di noi. Gli abitanti della stanza sono praticamente suoi complici, legati ad essa dalla scelta non casuale degli oggetti sul tavolo che lei ha voluto.

All'epoca gli anni di piombo, la prevalenza dei western al cinema, e di scene di violenza nei b-movie più pruriginosi, erano fattori di "liberazione". L'uomo occidentale era violento perché voleva dimostrarsi pubblicamente libero, penso per esempio alla scena finale di Easy rider, allo scoppio della bomba e alle violenze studentesche in Zabriskie Point, a due tipi di ottusità contrapposti e anagraficamente differenziati che in tanti film dell'epoca venivano messi in scena.
Per dirne una, Re Cecconi che fa lo scherzo all'amico gioielliere, si inventa una simulazione di rapina e ci rimette la vita.

Questa stessa ottusità, la violenza come forma di liberazione individuale e di massa, viene messa in opera qui. É in nuce nella settantina di oggetti. Una penna scrive, una piuma provoca solletico, una pistola uccide. La scelta volontaria degli strumenti da parte della potenziale vittima ha determinato il tipo di tortura dei potenziali carnefici. Il pubblico si è fatto artista e creatore del canale espressivo più percorso all'epoca: la violazione del corpo dell'Altro, come rito di definizione di due opposte identità.

Il sadismo della massa sul singolo trova il massimo sfogo con una vittima femminile, e anche questo fa parte della dotazione di partenza.

La provocazione non è verso gli abitanti della stanza ma verso di noi. Gli abitanti della stanza sono praticamente suoi complici, legati ad essa dalla scelta non casuale degli oggetti sul tavolo che lei ha voluto. Ne ha costruito l'identità e forse ne ha influenzato l'agire, con un qualche tipo di ricatto morale (es. "spero con questo lavoro di avere il successo che finora non ho visto, altrimenti mi toccherá emigrare oltrecortina, dai miei parenti").

È stupido, per me, pensare che uno Stato debba concedere autonomie identitarie (perché è questo il punto) ad alcune sue parti, quando il suo dovere è rendere autonomo e realizzato l’individuo, il cittadino.Non credo che lo Stato Liberale debba essere federalista nel senso di uno spostamento all’indietro, alle invasioni barbariche, all’asservimento allo Straniero, della storia unitaria. Non credo nemmeno che debba essere uno Stato Minimo, a prescindere, se non nelle cose in cui oggi si dimostra elefantiaco: l’elevata tassazione, la burocrazia amministrativa e giudiziaria, l’intensa e confusionaria attività legislativa.

Credo che lo Stato Liberale, autenticamente Democratico, debba essere partecipato, da tutti, per un tempo limitato: che non debba avere o creare caste, sacche di rendita finanziata dalle tasse a vita, di mentalità latifondista protetta da Leggi Speciali, di negazione del lavoro a chi ha solo nel lavoro la sua possibile fonte di reddito.

Credo che lo Stato Liberale, Democratico, debba concretizzare il principio illuminista della Separazione dei Tre Poteri, quindi della separazione dei ruoli tra i cittadini che ricoprono queste cariche, limitatamente nel tempo e non a vita.

Questi Poteri, Legislativo Esecutivo e Giudiziario, devono essere SPESSO (ogni 4 anni) a disposizione dell’elettorato per una sola verifica e successivamente per un rinnovamento degli eletti che ne ricoprono le cariche (Limite di Mandato a 2 legislature di 4 anni ciascuna) e non, come accade oggi, che si verifichino tra loro, rendendosi autoreferenziali e aristocratici.

Credo che questa cosa debba valere anche per le Corporazioni ex fasciste, a cominciare dai sindacalisti: sindacalisti in carriera che vivono per sempre di oboli dei lavoratori E CHE QUINDI RIFIUTANO PER SE STESSI L’ESSERE UGUALI NEL RUOLO A CHI RAPPRESENTANO sono inammissibili in una Democrazia.

Piddini e sellini fanno fare tredici ai parenti delle vittime eccellenti candidandoli in collegi blindati, pur di raggranellare consenso e intascarsi con le tasse metà del pil che altri producono.
Assassinano Bachelet? Candidano Rosy Bindi (sua vedova universitaria)

Ammazzano Calipari? Candidano la Sgrena (sua vedova bellica)

Uccidono Massimo D’Antona? Eleggono Olga D’Antona (sua vedova alla CGIL)

Uccidono Giovanni Falcone? Candidano Maria Falcone. La stessa Maria Falcone dirà su Ingroia: “Rispetto la storia professionale dell’ex procuratore aggiunto di Palermo. Ma la storia di mio fratello è stata del tutto diversa. E non permetto a nessuno di parlare di Giovanni per autopromuoversi a livello politico [Virginia Piccolillo, Cds 31/1/2013]

Ammazzano Giuseppe Fava: eleggono Claudio Fava.

Ammazzano Giorgio Ambrosoli: candidano Umberto Ambrosoli.

Ammazzano Valter Tobagi: Benedetta Tobagi viene indicata da associazioni vicine al PD consigliere di amministrazione Rai.

Uccidono Luigi Calabresi: esemplare è il cv, tutto politicizzato, di Mario Calabresi.
E chissà quanti ne ho dimenticati.
SPECULARE CONSENSO SU MORTI TRAGICHE E PREMATURE FA SCHIFO.
La prassi è talmente inveterata che su di essa si è mossa in modo spurio la Madia, il cui padre nessuno ha ucciso ma è pur sempre morto anzitempo.
p.s.: Dimenticavo… Giuseppe Marrazzo è “scomparso nel 1985 all’età di 56 anni a seguito di un’emorragia cerebrale. Il figlio Piero ha dichiarato che la morte per cause naturali di suo padre gli ha quasi sicuramente evitato una morte violenta in quanto le sue inchieste sulla camorra lo avevano esposto a varie minacce di morte.” (Wikipedia)