Un’interpretazione personale dell’Infinito leopardiano

Giacomo Leopardi

L’infinito
«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare»

Giacomo Leopardi ha sempre bisogno di una presentazione. Perché è così grande, così universale, così profondo che ogni cosa detta e scritta su di lui rischia di essere sia banale sia in senso divulgativo rivelatrice anche solo di un aspetto secondario, e tuttavia affascinante, di questo Poeta che, pur lottando con altri giganti, li vince e rende insieme a Dante immensamente grande la letteratura e la cultura italiana.

Così è per questo quasi sonetto: l’Infinito poteva aspirare a una forma poetica che all’epoca e anche oggi suonava come armoniosa e in un certo senso sferica. Già qui si ha la percezione di una fuga in avanti, di una spinta, di una porta che si apre: il lettore medio (e lo studente medio) cerca con l’orecchio uno schema ritmico di rime che non si appalesa, mentre i periodi vengono scanditi dal continuo uso di “questo” e “quello”, segno che molto poco è lasciato all’immaginazione se non il senso stesso di ciò che si vede e si sente.

L’ermo colle, probabilmente il Monte Tabor, richiama alla mente dell’uomo occidentale il Monte della Trasfigurazione di Cristo, ed è già tutto dire. Qui la realtà si trasfigura per mostrarsi quale realmente è. Qualche anno prima William Blake scrive:

The imagination is not a State: it is the Human existence itself.

L’immaginazione non è uno stato mentale: è l’esistenza umana stessa

e

If the doors of perception were cleansed every thing would appear to man as it is, Infinite. For man has closed himself up, till he sees all things thro’ narrow chinks of his cavern.

Se le porte della percezione fossero purificate ogni cosa apparirebbe all’uomo quale è, infinita. Perché l’uomo ha rinchiuso se stesso, e così guarda alle cose attraverso le strette fessure della sua caverna.

Ora, noi ignoriamo se le idee di Blake siano arrivate durante quel periodo di tentativo di unificazione europea politica e culturale alle orecchie del bibliofilo (e a rischio di filologia) Leopardi (padre e figlio). Però sono uno dei primi segni di un’epoca, la modernità, che esce dallo sconcerto pascaliano per gli spazi sterminati dell’universo, e ne fa la propria casa intellettuale.
Possiamo immaginare Giacomo ascendere al Tabor per sfuggire sensorialmente alla propria caverna, la biblioteca del padre, e assaporare l’infinita realtà.
E qui io mi sento di fare un appunto a tutti gli attori italiani che recitano Leopardi pensando di dover interpretare un misantropo, un pessimista iettatore e quasi compiaciuto del suo ruolo funereo. Infatti, quando leggo l’Infinito leggo la cronaca di una scoperta prima evocata per un ospite immaginario (il lettore, chi altri?) e poi rivissuta, rinvigorita nuovamente. Una scoperta che è una conquista.
Leopardi in questo senso è più simile a un hippie che ha appena scoperto il suo aleph borgesiano non attraverso l’uso lisergico di qualche pianta del deserto messicano, ma con la lettura degli specchi e del gioco di specchi che sono i libri.

Da quegli spiragli di caverna esce, ascende al suo essere cosmico, già fuori dal tempo terreno.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

Proviamo a immaginare Gesù Cristo. Gesù Cristo che si trasfigura sul Monte Tabor, quello palestinese e non marchigiano, e parla agli apostoli in maniera cosmica, fuori dalla propria umanità, ma con un punto di vista che pure non esclude la condizione umana da sè, che la supera ma non la rinnega. Tutto questo è racchiuso in quel “fu”, in quel passato remoto, come se l’abitudine alle passeggiate solitarie e alle soste su quella cima fossero riassumibili a un unico istante luminoso.
Il “caro” invece è consolatorio, perché legato a un ricordo di trascendenza che ancora non è evidente, ancora non prende la mente del Poeta. Il Poeta conosce quel ricordo, lo evoca come per farne divulgazione, ma poi ne verrà preso lui stesso, lui sarà primo lettore ideale di se stesso.
Nella Filosofia della Composizione, Edgar Allan Poe parla della genesi della sua letterariamente fortunata poesia “Il Corvo”. Uno degli ingredienti di somma poesia, racconta, è la rimembranza. La rimembranza di una donna bellissima, desiderata e amata dal Poeta. Soprattutto, il ricordo tragico e coinvolgente della sua assenza, del suo non esserci più.
Tutto questo è superato positivamente da Leopardi. Il valore dell’intuizione dell’Infinito, della visione (assurdo che li si descriva come immaginari) di “sterminati spazi” “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete” sono tali da rendere valida, significativa, coraggiosa, valorosa una vita già solo come trampolino di lancio, di cui il “colle” diventa figura retorica.
Leopardi può dire così che la sua stessa vita terrena gli fu cara, perché gli fece intuire e poi vedere qualcosa in più.

Proviamo allora a camminare con il Poeta, ad ascendere insieme a lui sul colle. Siamo arrivati, c’è uno spiazzo, una grossa siepe (che non è selva oscura, ma è illuminata sempre dal sole a ogni ora del giorno) non nascosta da alcun altro impedimento. La siepe nasconde, ma annuncia. E il Poeta, che ci aveva invitato, che ha richiesto la nostra compagnia, alza il braccio per indicare, gesticola, mostra. Mostra qualcosa che è sempre stato lì, che la nostra mente rapita dalle piccole cose del “natio borgo selvaggio” ha trascurato, ha dato per scontate. Piccole non fisicamente, ma significativamente. E invece il Poeta ce ne rivela un valore enorme.

Noi siamo lì, insieme a lui. Apre la mano destra, come a volerla poggiare sulla testa di un bambino, e ci parla del colle. Poi agita maestosamente le braccia, come a scostare le tende, e ci parla della siepe. E vogliamo parlare dell’ultimo orizzonte? La siepe è l’orizzonte prossimo: l’altro, lontano, ugualmente non cela senza annunciare, senza fare vedere.
La vera lontananza è dal chiasso della mediocrità e dell’invidia umana: miserabilitudine, la chiamerebbe Sciascia. Tornano alla mente gabbiani e albatri, gli inni alla libertà di tutte le epoche. Di più, il Poeta è immagine di se stesso, l’Uomo è immagine di se stesso. Gli spazi interminati sono sondati da tre secoli di osservazioni celesti, di cannocchiali, di viaggi intorno al mondo. L’ultimo orizzonte è domato, è schiacciato dal cielo stellato, dalla nuova dimora, abitata o meno dalla divinità, cui l’uomo ascende.
In un pensiero dello Zibaldone Leopardi dice che un uomo può ben dire d’esser stato in un posto per il solo fatto d’averlo visto dal vivo: non ha cioè bisogno di calpestarlo con le proprie suole. Altrimenti ci sarebbero punti di casa, piccoli angoli incalpestabili, in cui non saremmo stati mai, non abbiamo abitato mai. E la Terra orbita, e il Sole orbita, e la Galassia si muove con il suo gruppo locale. A velocità spaventose, percorrendo distanze immani ogni attimo. Superato il concetto fisico di inerzia, ce ne rendiamo conto. Superato il limite dei sensi, troviamo lo splendore della nostra ragione a sostenerci, a completarci. Niente è rinnegato: i sensi stanno al loro posto, la ragione al suo, la nostra anima cosmica è lì ad avvolgere tutto.

Spazi e silenzi sono ben altra cosa dalle quattro mura di casa, la quiete del colle è ben diversa da quella di un luogo di letture. Con questa base reale il Poeta rigenera se stesso, rinasce. E tutto questo processo interiore è concettualizzato nel “fingo”. “Io nel pensier mi fingo”: Rimbaud dirà “Io sono pensato” in una lettera a un amico, e qui il Poeta parla con noi. La sua realtà interiore non è la nostra, perché ha un elemento di soggettività che a noi apparirebbe finto. Leopardi allora dice: non credere che la mia sia una rigenerazione oggettiva, a cui non ho partecipato. Io ho plasmato il mio nuovo io, anche se a te suona finto. Però ti dico che la via, fatta di infiniti, è necessariamente universale, è percorribile anche da te. Come il mio nuovo Io è presente a me stesso, è rappresentato a me stesso e quindi è realtà interiore per me stesso, così può essere per te.

Stiamo parlando di uno dei vertici, se non il più grande, di tutta la poesia mondiale, secondo quantomeno lo spirito occidentale, nel solco della lotta titanica che la cultura occidentale sta conducendo da tremila anni con la condizione umana. Lo spirito occidentale non lascia le cose come le ha trovate, non si accontenta. Lo spirito occidentale ha bisogno di conquistare, e lo fa in maniera spesso violenta. Violenta è per esempio la distanza che Leopardi mette tra se e Recanati, la sua caverna, la sua prigione. La sua è una storia di ribellione. Disgraziatamente la medicina dell’epoca non ha supportato la sua salute malferma. Ma l’ideale che qui enuclea è servito anche alla medicina, ad allungare di qualche decina d’anni la vita media degli esseri umani. E’ servito ad andare sulla Luna, a sperimentare nuove tecnologie in assenza di gravità, a parlare dello spaziotempo, a riflettere sul tempo come dimensione percorribile anche a ritroso.

Leopardi è consapevole, improvvisamente. Come se avesse ricevuto, da se stesso e grazie all’abbattimento delle barriere, una illuminazione sul tutto. La vertigine non lo assale in maniera definitiva come accade a Pascal, e basta un refolo di vento tra le piante della siepe, sotto le sue mani, docile come un cane di campagna, a parlargli dell’eternità, del chiasso e del clangore delle epoche passate, del sic transit gloria mundi, e della propria epoca, reale, più reale di ciò che i recanatesi vivevano galleggiando. Egli non parla più al passato remoto, ma al presente. E’ dentro, è entrato. Non è più sopra le cose, ma è dentro ogni cosa. La vive e la sente viva, ne sente il respiro, i limiti, i capricci, i bisogni. Percepisce. Il suono, l’equilibrio, l’armonia lo seducono al punto che il “caro” dell’inizio, riferito al colle e alla siepe, diventa eufemismo.

Ora il Poeta ha le mani sulle foglie della siepe, come ad accarezzarla. Non è stanco, non ci si poggia sopra. Non ricorda, non spera. Vive l’attimo fuggente, lo vive perché lo ha afferrato. L’attimo è solo un anello, nelle sue mani scorre tutta la catena. L’Infinito di Leopardi è vertice della poesia mondiale e orgoglio per ogni italiano anche perché tante strade letterarie incrociano qui. E’ uno dei luoghi dell’anima. A partire dall’arethé che Aristotele ideologizza per insegnarlo ad Alessandro, fino a un postmoderno che non s’arrende al foglio bianco, per non parlare delle scienze esatte che finalmente si liberano dal giogo della pseudoetica con secondo fine della religione. Qui c’è il valore della vita, della dignità, della libertà, della ricerca (trovata!!) della felicità e della serenità. L’accettazione piena e consapevole dell’esistenza umana. Non è religione, non è filosofia, non è psicologia. Si chiama poesia.

L’io del Poeta, sequenza dei nuovi pensieri che abbiamo descritto, a questo punto s’acqueta, si riposa. Muore non più per risorgere, ma per vivere nel Tutto. Non c’è né morte assoluta né dissoluzione post mortem, ma una partecipazione attiva a tutte le vite che compongono la nostra vita. Il percorso non finisce, al contrario si moltiplica.

Perché, attenzione, il “naufragar dolce” non è annegamento, così come il parto dolce evita se possibile il dolore, o l’atterraggio dolce attenua le scomodità dell’interruzione del volo. Leopardi aveva certamente notizie di naufragi dalle cronache e dai giornali dell’epoca, e sapeva distinguere tra un naufragio che si risolve felicemente e uno che finisce in tragedia. Il mare (conquistato! “questo”) è l’immagine dell’incommensurabile spaziotempo a cui il Poeta approda. Il mare è esso stesso approdo. Il Poeta naufraga, plana dolcemente perchè in “questo mare” impara a diventare pesce, salvandosi.

E non stupisca che un altro autore, Rimbaud, qualche decennio più tardi ricorra alla stessa figurazione del mare e dell'”ultimo orizzonte” per parlare delle stesse cose.

L’Éternité

Elle est retrouvée.
Quoi? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Âme sentinelle
Murmurons l’aveu
De la nuit si nulle
Et du jour en feu.

Des humains suffrages,
Des communs élans
Là tu te dégages
Et voles selon.

Puisque de vous seules,
Braises de satin,
Le Devoir s’exhale
Sans qu’on dise : enfin.

Là pas d’espérance,
Nul orietur.
Science avec patience,
Le supplice est sûr.

Elle est retrouvée.
Quoi ? – L’Éternité.
C’est la mer allée
Avec le soleil.

Mai 1872

L’Eternità

È ritrovata.
Che cosa? L’Eternità.
È il mare andato via
Col sole.

Anima sentinella,
Mormoriamo la confessione
Della notte così nulla
E del giorno di fuoco.

Dagli umani suffragi,
Dai comuni slanci
Lì tu ti liberi
E voli a seconda.

Poiché soltanto da voi,
Braci di raso,
Il Dovere si esala
Senza dire: finalmente.

Là nessuna speranza,
Nessun orietur.
Scienza con pazienza,
Il supplizio è certo.

È ritrovata.
Che cosa? – l’Eternità
È il mare andato via
Col sole.

Maggio 1872

E Giovanni Pascoli userà queste “immensità” nel suo semisconosciuto poemetto

Alexandros

I
– Giungemmo: è il Fine. O sacro Araldo, squilla!
Non altra terra se non là, nell’aria,
quella che in mezzo del brocchier vi brilla,

o Pezetèri: errante e solitaria
terra, inaccessa. Dall’ultima sponda
vedete là, mistofori di Caria,

l’ultimo fiume Oceano senz’onda.
O venuti dall’Haemo e dal Carmelo,
ecco, la terra sfuma e si profonda

dentro la notte fulgida del cielo.

II

Fiumane che passai! voi la foresta
immota nella chiara acqua portate,
portate il cupo mormorìo, che resta.

Montagne che varcai! dopo varcate,
sì grande spazio di su voi non pare,
che maggior prima non lo invidïate.

Azzurri, come il cielo, come il mare,
o monti! o fiumi! era miglior pensiero
ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l’infinita ombra del Vero.

III

Oh! più felice, quanto più cammino
m’era d’innanzi; quanto più cimenti,
quanto più dubbi, quanto più destino!

Ad Isso, quando divampava ai vènti
notturno il campo, con le mille schiere,
e i carri oscuri e gl’infiniti armenti.

A Pella! quando nelle lunghe sere
inseguivamo, o mio Capo di toro,
il sole; il sole che tra selve nere,

sempre più lungi, ardea come un tesoro.

IV

Figlio d’Amynta! io non sapea di meta
allor che mossi. Un nomo di tra le are
intonava Timotheo, l’auleta:

soffio possente d’un fatale andare,
oltre la morte; e m’è nel cuor, presente
come in conchiglia murmure di mare.

O squillo acuto, o spirito possente,
che passi in alto e gridi, che ti segua!
ma questo è il Fine, è l’Oceano, il Niente…

e il canto passa ed oltre noi dilegua. –

V

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall’occhio nero come morte;
piange dall’occhio azzurro come cielo.

Ché si fa sempre (tale è la sua sorte)
nell’occhio nero lo sperar, più vano;
nell’occhio azzurro il desiar, più forte.

Egli ode belve fremere lontano,
egli ode forze incognite, incessanti,
passargli a fronte nell’immenso piano,

come trotto di mandre d’elefanti.

VI

In tanto nell’Epiro aspra e montana
filano le sue vergini sorelle
pel dolce Assente la milesia lana.

A tarda notte, tra le industri ancelle,
torcono il fuso con le ceree dita;
e il vento passa e passano le stelle.

Olympiàs in un sogno smarrita
ascolta il lungo favellìo d’un fonte,
ascolta nella cava ombra infinita

le grandi quercie bisbigliar sul monte.

“Il sogno è l’infinita ombra del vero” è il nucleo della tragedia di Alessandro, che percorre la terra in cerca del limite orizzontale, e trovatolo non sente di avere più scopo, rivelando la propria ingordigia e incapacità di trarre tesoro dalla vita che ha incontrato (e spezzato). Lo stesso sogno diventa parvenza di luce, di rappresentazione, nella “caverna” dove Olimpiade sogna e ha esotericamente iniziato il figlio a fare altrettanto, dandogli un’educazione antitetica a quella aristotelica.

Ritroviamo anche in Montale il mare – “eterno” e verso cui salpare – a segnare su carta la seguente

Casa sul mare

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido…
ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido
Ora I minuti sono eguali e fissi
come I giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.
Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
I soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.
Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.
Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.

Ma non voglio dimostrare che la “via universale” leopardiana passa per sole, mare, “ultimo orizzonte” con le sole dimostrazioni a posteriori. Per esempio, il riferimento a un orizzonte ultimo e alle costellazioni che cela ma rivela è antichissima: l’Orizzonte di Cheope è uno dei nomi con cui veniva chiamata la piana di Gizah, e diversi scrittori in epoca recente hanno manifestato la grande similarità tra le sue piramidi e la cintura di Orione, con la Sfinge a fare da richiamo della costellazione del Leone.

Presunti Punti Di Contatto Tra Il Biopic Di Gesù E Quello Di Alessandro Magno – Specchietto Sinottico

Presunti Punti Di Contatto Tra Il Biopic Di Gesù E Quello Di Alessandro Magno – Specchietto Sinottico

 

  • Le Nozze di Cana: incarna i desiderata della madre dopo averla contestata a parole, anzi rinnegandola. Protagonista il vino.
  • Le nozze del padre Filippo: il padre lo rinnega, lui lo contesta ma poi ne incarnerà i desiderata, ossia l’andare dall’europa all’asia. Protagonista il vino.

 

  • La nascita accompagnata da eventi soprannaturali.
  • La nascita accompagnata da eventi soprannaturali o eccezionali.

 

  • Quando Gesù muore, il tempio di Gerusalemme subisce lo squarcio del velo.
  • Quando Alessandro nasce, il tempio di Diana a Efeso viene distrutto da un incendio.

 

  • Il tempio a 12 anni
  • l’oasi di Siwa

 

  • i dodici apostoli
  • i diadochi – i dodici dei dell’olimpo tra i quali Filippo si pone come Dio in terra il giorno del proprio assassinio

 

  • traccia segni sulla sabbia quandolo chiamano
  • traccia sulla sabbia la pianta di Alessandria, la forma di un animale

 

  • s’è rivelato per ciò che era dopo la morte di Giuseppe
  • s’è rivelato per quel che era dopo la morte di Filippo

 

  • Non era uno stilita come Giovanniil Battista, personaggio che incontriamo all’inizio dei tre anni di ministero di Gesù
  • “Se non fossi Alessandro vorreiessere Diogene” noto eremita metropolitano che incontriamo all’inizio dei tredici anni di impero di Alessandro

 

  • Alexander-Ktistes
  • Gesù Cristo

 

  • Si divisero le sue vesti
  • si divisero l’impero

 

  • ha scatenato le guerre di religione
  • ha provocato le guerre civili

 

  • un sepolcro vuoto
  • un sepolcro vuoto

 

  • ancora oggi lo cerchiamo
  • ancora oggi ne cercano il corpo

 

  • nessuna biografia attendibile, solo di seconda mano
  • nessuna biografia attendibile, solo di seconda mano

 

  • i suoi discepoli hanno distrutto la pace universale romana
  • lui e i suoi diadochi hanno distrutto la pace universale persiana

 

  • la stella cometa
  • la stella cometa della storia umana

 

  • è raffigurato ovunque nel mondo
  • era così spesso raffigurato che a Gesù Cristo gli hanno dovuto mettere barba e baffi, anche segli sono rimasti i capelli lunghi sciolti sopraelevati intorno alla fronte secondo l’iconografia di Alessandro (anastolé)

 

  • ha conquistato il mondo
  • ha conquistato il mondo

 

  • l’ascensione al cielo
  • l’ascensione tramite i grifoni

 

  • la discesa agli inferi
  • la discesa nel mare con lo scafandro

 

  • le frustate nel tempio
  • l’incendio del palazzo reale di persepoli

 

  • il triangolino con l’occhio da ciclope in mezzo
  • al padre era rimasto solo un occhio

 

  • muore a 33 anni
  • muore a 33 anni

 

  • I papi si proclamano i legittimi eredi successori e rappresentanti di Gesù e in mancanza di meglio assicurano il supposto corpo di San Pietro al colle Vaticano, il colle romano dei vaticini
  • Tolomeo si proclama figlio illeggittimo di Filippo e leggittimo successore di Alessandro, mentre se ne assicura il corpo portandolo nella capitale più antica dell’Egitto, quella che ne conserva il luogo che ne originò il nome, Menfi.

 

  • assume su di se i mali del mondo
  • “mostratemi le vostre ferite soldati, io vi farò vedere le mie”

 

  • ci ha portati ai confini della terra
  • ci ha portati ai confini della terra

 

  • un dio giovane
  • un dio giovane

 

  • un mito
  • il mito politico e religioso dell’antichità

 

  • le stimmate dei santi
  • Pompeo inclina il collo come lui

 

  • “Date a Cesare quel che è di Cesare a Dio quel che è di Dio”
  • il nodo di Gordio

 

  • l’ultima cena
  • l’ultima cena

 

  • l’importanza del vino
  • si ubriacava

 

  • il rapporto col padre assente
  • il genio del padre lo segue

 

  • la sua dottrina è stata saccheggiata da tante confessioni figlie
  • il suo regno non esiste più ma ogni diadoco se ne proclamò erede

 

  • l’imitazione di Cristo
  • ogni sovrano dell’antichità cercò di apparire come la sua reincarnazione

 

  • il suo corpo non si trova
  • il suo corpo non si trova

 

  • l’importanza legittimante del suo cadavere
  • l’importanza legittimante del suo cadavere

 

  • il re dei re
  • il re dei re

 

  • irascibile
  • l’ira di achille

 

  • buon oratore
  • buon oratore

 

  • lo tradiscono
  • lo tradiscono

 

  • becca i traditori
  • becca i traditori

 

  • il discepolo ch’egli amava
  • Efestione (l’Antinoo di Alessandro)

 

  • i discepoli si sentono perseguitati, anche da altri discepoli (alla fine degli Atti degli Apostoli, Paolo ha effettivamente distrutto la Chiesa di Gerusalemme)
  • i diadochi, coloro che per dirla con la bibbia si son divisi l’impero e hanno gettato la sorte sul cadavere regale, si perseguitano fra loro

 

  • si proclama figlio di Dio (genitivo greco di Zeus: in greco figlio di zeus sarebbe dio-figlio e non zeus-figlio… bar-teos) e figlio del padre (Bar-Abba)
  • si proclama figlio di Zeus a Siwa

 

  • Il tempio cui Gesù intende alludere è il suo corpo che sarà distrutto dalla morte, ma riedificato nella risurrezione. 
  • Il Soma ad Alessandria è meta di pellegrinaggio da parte degli imperatori romani, da Augusto (il quale riferisce di aver visto il corpo integro di Alessandro) in avanti. 

 

  • il vaticano
  • nel vaticano venne trovata una tomba sotto la tomba di pietro, con un dipinto parietale raffigurante il sole che guida il carro, il sole ha il volto imberbe di Alessandro, l’aureola riproducela stella macedone che in fin dei conti è una rosa dei venti, ossia una croce (dalla trasmissione connections)

 

  • Veniva inizialmente raffigurato come Mitra
  • Ha dato il volto a Mitra

 

  • Natali oscuri
  • Natali oscuri

 

  • Il padre si sentiva “cornuto emazziato”
  • Il padre si sentiva cornuto e la mazzulea

 

  • va in Egitto
  • va in Egitto

 

  • parlava come una rockstar
  • era la rockstar dell’antichità

 

  • era contro il sistema
  • ha abbattuto l’impero più grande di allora

 

  • era per la pace universale
  • ha condotto una politica di pace universale che gli ha alienato i sudditi greci e macedoni ed ha ispirato Roma (p.e. l’editto di Caracalla), gli ideologi della Monarchia Universale, l’unione europea

 

  • San Paolo cambia vita e rifonda il cristianesimo
  • Giulio Cesare cambia vita e rifonda l’impero universale

 

  • morendo ha cambiato il mondo
  • morendo ha dato vita al nuovo mondo

 

  • la sua esistenza ci viene ricordata quantomeno tutte le domeniche
  • la sua biografia è assolutamente moderna