Dio e il male

Affronto questo argomento in modo sporadico e da ex cattolico. Non credo Dio esista. Ma ne parlerò come se esistesse, ovvero come se ne esistesse la sola versione cattolica.

Certamente quando si parla di Dio bisogna operare scelte oggettivamente arbitrarie, ossia dogmatiche. Le scelte dogmatiche possono esserlo per puro capriccio oppure corrispondere a criteri di utilità (per esempio per l’istituzione Chiesa).

A ciò si accompagni la consapevolezza che chi sceglie su un campo tanto aleatorio ha una definizione peripatetica del proprio tempo vitale. Non si rivolge alla sfera metafisica solo per vigliaccheria ma anche per piacere intellettuale e di conversazione, con tutti gli eccessi immaginabili.

La condizione malvagia di Dio è un lato che mal si confà a un accostamento armonioso al pensiero, all’adorazione, alla preghiera, ma tale scomodità deriva dall’essere irrinunciabile. Giacché nel momento in cui dovessimo sostenere che il male non deriva per luciferina interposizione da Dio stesso dovremmo ammettere una dualità che sconfinerebbe nell’aborrito (dai fedeli delle snobistiche religioni semitiche) politeismo.

Ci troviamo dunque nella dimostrazione “matematica” in cui si afferma che Dio è non solo bene ma anche male. Ovvero non solo amore, o bontà, o generosità, ma anche i suoi opposti.

Accanto a queste definizioni “speculari”, diamone un’altra, più generica ma dalle conseguenze non appariscenti. Il male è tutto ciò che provoca un danno.

Ora, chi ha affrontato la patente di guida saprà che vi sono due tipi di ostacolo da evitare guidando: il pericolo e l’intralcio. Ovvero il danno può essere attivo o passivo, facendoci con la sua stessa presenza perdere inutilmente tempo.

Quindi, sempre ragionando specularmente, sappiamo che non c’è solo il bene, ma anche l’utile a guidare le nostre azioni.

Ecco. Ammesso che è impossibile fare danno a un ente onnipotente, sappiamo che quando pecchiamo, ossia operiamo un male diretto a Dio, esso ricade esclusivamente su noi stessi e su coloro che ci circondano.

E il male che Dio fa?

Qui casca l’asino. Perché nel caso di Dio, per definire ciò che è male non bisogna badare all’oggetto, al destinatario, ma solo a chi lo opera.

In altre parole la medesima azione dannosa è male se siamo noi a operarla, non lo è se è Dio a farlo. In altre parole, il male è quando usciamo dal seminato, quando vogliamo sostituirci a Dio, cosa tuttavia istintiva, visto che (e qui torno a indossare la mia veste attuale) lo abbiamo creato a nostra immagine e somiglianza.

Dunque Dio non ha bisogno di comportarsi in un modo o in un altro, essendo già ricompensa di se stesso. Noi sì. Dio (concetto semitico) è padrone della vita e della morte e ha ogni diritto di togliere la vita al più innocente e caro dei bambini, perché è una sua creatura. Noi no.
E non abbiamo nemmeno il diritto di protestare per un affetto che ci è stato tragicamente strappato via perchè “Io sono un Dio geloso!”, visto che il nostro dovere è tributare (mesopotamicamente) l’affetto più elevato al “Re dei Re”.

Ora, passiamo per un momento alla questione del libero arbitrio.
Il libero arbitrio non c’entra nulla con l’esistenza o meno di Dio né con l’influenza che una presenza fisica di Dio nel presente possa avere sull’agire umano. Solo chi non rinuncia al punto di vista dell’uomo, senza avere l’idea di Dio in testa, può sostenere l’opposto.
Chiarisco subito che qui siamo nel campo delle pure speculazioni deduttive, senza uno straccio di prova, solo ragionamenti fino all’alba.
La narrazione biblica (che se uno scava capisce che sono leggende, ma continuiamo con la sospensione natalizia della realtà) è piena di esempi di ribelli a Dio in sua presenza.
Persino la Seconda Persona della Trinità (l’incredibile scopiazzatura della Trinità Capitolina per far accettare ai politeisti grecoromani il monoteismo messianico degli ebrei avversi al giudaismo sinedrita ed erodiano) ha avuto i suoi barcollamenti. Barcollamenti di derivazione olimpica ed eraclea: un Dio onnipotente che ha paura di subire un limite umano sapendo di non perdere la propria divinità è ridicolo, se lo somministri innanzitutto alle fasce più acculturate della popolazione, quelle che ci ragionano e non si circondano di amuleti per esorcizzare la realtà.
Ma la cosa più incredibile in questa ministoria sul libero arbitrio sono le bigotte delle parrocchie. Loro pregano la Madonna che non faccia fare ai loro figli nemmeno una briciola di ciò che ha sopportato Cristo. Le loro sono preghiere scacciamalocchio. Malocchio, ossia un ben preciso tipo di male. Quello per cui le cose ci vanno storte, in altre parole la sfortuna.

E in fin dei conti questo è, giusta la citazione delle tante parabole mercantili nel Vangelo, il Dio cattolico. Un crocifisso contro il malocchio, un Dio della Fortuna, che preghi per non soffrire e che, quando poi statisticamente la sfiga arriva, strumentalizzi per minimizzarla. Oppure per dirti che serve a uno scopo più alto.

Come si dice in certi casi, la sofferenza (ovvero la sfiga) la OFFRO a Dio. Ossia la ALLONTANO da me, chiedendo al portatore sommo di sfiga di portare sul Golgota anche la mia.
E in fondo cosa è stato il Calvario se non l’incubo di ogni vitellone?

Quindi, quando parliamo di male, rimproverandone a Dio la responsabilità, abbiamo indovinato la fonte ma totalmente sbagliato il nostro ruolo nella questione. Perché non siamo in grado di far altro che blaterare al vento, o parlare al muro. Quello su cui è appeso l’idolo attuale.

E se insistiamo siamo degli ipocriti, gente che tiene il piede in due scarpe. Inadatti a una religione straniera, proveniente da un paese barbaro, di un impero barbaro, che legittima la schiavitù e vede nella libertà non un assoluto ma solo uno strumento. Una religione che vuole il monopolio sulla realtà e la interpreta nella maniera più becera. Una dottrina che trasforma tutto ciò che tocca in morte.

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Dove sta Zazà

Nel momento in cui si abbandona l’idea di Dio “altro da sé” anche il Demonio può essere trattato come emanazione dell’essere umano.
Se uno fa però l’operazione opposta, convertendosi all’esistenza di Dio (che è una cosa) e alla sua promessa salvifica (che è un’altra cosa) non è detto che abbandoni il concetto per cui il Demonio è l’uomo che s’impiccia di affari non suoi (quelli cioè che esulano dal concetto di Bene).
In questo senso, il Demonio “antropomorfo” diventa davvero qualcosa di sinistro che ci portiamo dentro, dalla cacciata dal Paradiso Terrestre (dopo che abbiamo provato a incolpare un animale innocente) alla Torre di Babele (scalare e assediare la Città di DIo), da Sodoma e Gomorra (dove sostituimmo il pensiero dominante per Dio con il piacere totale), dalle tentazioni di Cristo con il Principe del Mondo a quelle con il suo primo Vicario sulla Terra (“Lungi da me Satana! In verità tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio!”).
Buon divertimento!

Non Chiederci La Parola di Eugenio Montale – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

 

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

[ABBA CDDC EFEF]

È indubbiamente una delle poesie più celebri del Novecento italiano, la più famosa, soprattutto nell’ultimo verso, di Montale. Poesia alquanto pessimistica e con il rimpianto, nella strofa centrale, di quell’individuo raro che conosce la propria strada, che è empatico e amichevole con il prossimo e se stesso, in un approccio niccianamente apollineo alla vita. Infatti non dimentica di avere una parte più oscura e misteriosa, ma non se ne fa distrarre. Attraversa l’umanità (il prato polveroso) come una carovana nel deserto, ma sa apprezzarla.
Ciò non si può dire di “noi”, ossia della gran parte del genere umano. Ma se entrambi i tipi sono compresi nella poesia, con chi parla Montale?
La parola che squadra da ogni lato, ossia che rende tetragono e non assediabile un animo informe. Animo informe? Polveroso prato? Lettere di fuoco?
Sembra quasi una genesi, una creazione divina dell’anima umana, una creazione 2.0, cristica. “Chi verrà dopo di me vi battezzerà in spirito santo e fuoco!” dice Giovanni nei Vangeli. Ma… quella Parola, quelle Lettere hanno perso l’elemento divino, tuttavia non potendo contare su quello umano, sulla sua natura creaturale.
Dunque non c’è formula scientifica che spiega l’universo, al limite ne abbiamo una che lo distrugge, che ci ha portato all’atomica, a paesaggi post nucleari, da Day After.
Nell’universo senza Dio, senza una Verità positiva, senza una speranza per il domani, appannaggio di pochi eletti che percorrono in esilio ma soddisfatti, e non facendosene distrarre, un mondo popolato da insoddisfatti che si sentono in esilio collettivo, il Poeta vede se stesso e i propri simili, la gran parte dell’umanità, come ombre cinesi e negativi fotografici, silhouette e decalcomanie e identità prive di identità.
Ma a chi si rivolge?
Non si rivolge certo a un lettore qualsiasi. Si rivolge a qualcuno che non conosce la condizione umana descritta, oppure s’è voluto voltare altrove, assentandosi. Si rivolge cioè a una giovane vita che chiede, che spera, che sogna. Un ragazzo che con la fiducia verso i grandi gli si avvicina, e chiede lumi su di lui, sulla vita, sulla sua generazione.

Oppure si rivolge a quel Dio che forse non esiste e non è mai esistito, in una breve, ultima, disperata preghiera. Un Dio ormai alieno.
E allora quelle formule che aprono i mondi sono formule che il Divino dovrebbe conoscere, ma non ci comunicò in passato, e se ora le ha dimenticate, forse volutamente, tutto è perduto.
C’è un parallelo, per chi è volenteroso nell’apprezzarlo, tra questa poesia e An American Prayer di Jim Morrison. Lì il poeta domanda a Dio:

Do you know the warm progress
under the stars?
do you know we exist?

Il caldo, consolante progredire sotto le stelle è per Montale però appannaggio per pochi. Pochi fortunati e inconsapevoli, forse ladri di vita perché dalla vita, da questa vita che nega prendono senza lasciarsene affascinare. È una variazione del tema leopardiano, ma qui la natura è insita nell’uomo: ci sono uomini che vivono felici, raggianti, come crochi bagnati di sole e di fuoco in mezzo a un prato polveroso, e poi c’è la massa di steli d’erba, di travet vestiti di grigio e impolverati dalle giungle d’acciaio, incapaci persino di sognare o vivere – e capire la differenza tra sognare e vivere – quattro passi tra le nuvole senza avere poi un mancamento.