Sull’apprendimento in età scolare

Tanti secoli fa, quando forse le posate ancora non erano state inventate e la gente, dal plebeo fino a papa e imperatore, mangiava con le mani, accento e apostrofo erano la stessa cosa.Nel caso di po’, abbreviazione di poco e non il fiume più lungo d’Italia, bisogna premere tre tasti invece di due (pó). Questo capita ai pigri da tastiera, quale evidentemente io non sono 😜😜😜

Sulle maestre, la responsabilità dell’apprendimento è la loro, nonostante cerchino di scaricarla su genitori e figli. I quali, se provenienti da certuni ceti sociali apprendono comunque, a prescindere dall’istruzione. 

La scuola dell’obbligo invece esiste per gli altri, per i bambini e i ragazzi che provengono da fasce sociali deboli e che quindi, non avendo una atmosfera serena a casa, hanno difficoltà di apprendimento. Questo però non si può dire più di tanto agli insegnanti, che tra gli statali (il bacino di voti storicamente appannaggio di partiti come pd e an) si autointendono anello debole. C’è anche una grande difficoltà a dialogare con chi ha la forma mentis di insegnare.

Rimane la constatazione che non è mio figlio a non studiare, ma il tuo alunno a non apprendere.

La scuola dell’obbligo nasce per alcuni motivi, i figli di famiglie operaie e proletarie che andavano ancora minorenni a lavorare, ad alimentare il caporalato, a obbedire nei campi a un padre padrone ecc…

Figli di famiglie divorziate, di ragazze madri, orfani (e purtroppo so che la mancanza dei genitori in questi ultimi ha effetto proprio sulla stessa capacità intellettiva).

Insomma bambini che a casa non hanno emotivamente un quadro armonico, che sfortunatamente non hanno genitori avidi culturalmente (entrambi i genitori, uno solo non basta), che provengono da zone della città dove il disagio sociale è evidente (e qui ci sono studi sociologici su quanto l’urbanistica incida. Inoltre vedi la teoria delle finestre rotte).

Per tutte queste situazioni, che non possono certamente essere risolte con un atteggiamento sordo e in fin dei conti opportunista dell’insegnante, nasce la scuola dell’obbligo, gratuita (e dovrebbe esserlo anche sui libri di testo, ovvero l’insegnante dovrebbe dare agli alunni semplicemente i propri appunti e le proprie riflessioni nel rispetto dei programmi ministeriali e delle scelte del provveditorato di riferimento).

Studenti fortunati e studenti sfortunati vengono messi solitamente insieme per favorire il contagio dell’apprendimento e per far conoscere mediante la prima socializzazione della nostra vita anche realtà più fortunate della nostra, realtà che ci stimolino nello studio.

L’insegnante appassionato potrebbe non dare compiti a casa, non ne ha bisogno. E tutti noi ne abbiamo avuto almeno uno. Ovvero quell’insegnante che apre la nostra mente alla materia, che si fa pedagogo, che riprende in mano le redini della crescita della nostra mente, rendendola nuovamente attenta a certi aspetti della realtà, promuovendola a ritenere i concetti e la costanza, virtù inderogabile.

Il bravo insegnante mette i primi della classe negli ultimi banchi e quelli che socializzano durante la lezione nei primi. I compiti a casa tende a trasformarli in esercitazioni in classe e si preoccupa in prima persona del metodo di studio degli allievi, insegnandoglielo se necessario.
Oltre a esistere un gruppo qui su fb intitolato “Basta Compiti” fatto di genitori stanchi di essere non se stessi ma i supplenti aggratis degli insegnanti, che nei fatti dimostrano di volere il monopolio del miglior tempo degli individui, vorrei ricordare una realtà. L’abitudine di portarci a casa lo studio ci ha fatto portare a casa anche il lavoro. Molte delle negazioni dei diritti dei lavoratori, siano essi dipendenti o autonomi, che ruba loro tempo vitale, ossia tempo da dedicare ad altro come la pianificazione e l’assecondamento costante di una sfera intima familiare, comincia a scuola. In questo senso, l’approccio padronale ed ex cathedra di molti insegnanti – che lamentandosi delle proprie condizioni lavorative a cui nessuno li ha condannati e che rispetto ad altri suonano comunque come privilegi, scaricano su altre figure la loro responsabilità dell’apprendimento di bambini e ragazzi, soprattutto dei meno fortunati socialmente, ossia la stessa giustificazione della scuola dell’obbligo – è immagine e allenamento per la pessima realtà lavorativa attuale. Non è solo disgustosa in sé, ma anche nella prospettiva del lecchino che diventa crumiro, del Franti che si trasforma in un femminicida ecc..

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La vita del bambino, e dell’adolescente, è ordinata in due fasi: casa e scuola. A casa, il luogo della condanna ai compiti e della condanna a obbedire ai genitori dai quali si vivono fisiologicamente meccanismi di distacco psichico, si vive la SERIETÀ. Dunque, per esclusione, è la scuola a essere il luogo del gioco e dello scherzo, con grave nocumento per l’apprendimento.
Ma questo è normale: nel momento in cui ESCO di casa IO mi realizzo.
Cosa possono fare i genitori? Possono, invece che aiutare i figli nei compiti, aiutarli nella socializzazione. Ovverosia lasciare che crescano in casa o nelle case di altre famiglie, momentaneamente, attraverso feste, chiacchiere, incontri ecc…
Allo stesso tempo, se si vuole la scuola come luogo di serietà, di educazione al dovere di cittadino, a parte evitare lo sbaglio di dare i compiti a casa, dovrebbe essere vissuta come quel momento di serietà di cui nel resto della giornata si ha nostalgia.
Dove cioè il minore conosce alcuni lati del suo carattere, e li fa emergere, come la determinazione, la capacità a essere uniti quando serve e a essere individualisti quando serve, il lavoro di squadra, l’attenzione, la pianificazione dei propri studi, l’immaginazione di ciò che si apprende, l’apprezzamento per il meccanismo pedagogico e il dominio di sè.
In questo possono giocare un grande ruolo gli istituti tecnici, scuole dove più vicina si fa la realtà con le sue urgenze. Prima o poi si dovrà capire, in un Paese che si dice fondato sul lavoro, e che dal lavoro trae la dignità dei suoi cittadini, che l’Istituto Tecnico è la scuola su cui puntare, a discapito del Liceo.

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Nota sulla Costituzione Italiana

L’Apologia di Fascismo (in cauda venenum) è sancita e sanzionata nella seconda parte della Costituzione. E, certo, se Renzi era al posto di De Gasperi forse non avrebbe mandato in esilio i Savoia, visto che metà dell’elettorato italiano si espresse in loro favore. In entrambi i casi, avrebbe cercato un dialogo, e sarebbe stato criticato per questo.
Nella prima parte, quella delle promesse elettorali del nuovo regime, delle favole sovietiche, c’è scritto all’Articolo 4 che il lavoro è un diritto. In altre parole lo Stato Italiano dopo il mio diploma mi avrebbe dovuto cercare per dirmi “Ecco il lavoro per te, è un tuo diritto averlo”.
Ma non lo ha fatto. Non lo ha fatto.
Allora, su cosa basa la sua legittimità questo Stato? Su una Carta Costituzionale che, molto peggio di Berlusconi, non mantiene ciò che promette? Che valore ha questa Carta se chiede rispetto, per esempio nel togliere sovranità al Popolo Italiano sui trattati internazionali, che è prona allo straniero fin dalla sua redazione, ma che non riesce a tenere in piedi una Nazione?