La Pizza Meraviglia

Nel suo discorso in prossimità della chiusura dell’Expò, John Kerry ha definito una realizzazione pizzaiola di due chilometri “pizza meraviglia”. In realtà la sua pronuncia, peraltro ottima se confrontata a quella di Renzi, è inciampata per un attimo provocando una piccola gaffe.

Ora, io di pizze dei record non me ne intendo. Però, non amando né pesce nè funghi, quando vado in pizzeria chiedo una capricciosa corretta con la cipolla al posto dei funghi e un bell’uovo in mezzo, se il pizzaiolo già non lo prevede. Potrebbe essere un uovo sodo o all’occhio di bue o una frittata (da dedicare a Kerry) o una sbattuta al pepe calata dopo che la pizza è stata sfornata, come fosse una carbonara. Insomma, non lo specifico.

I risultati sono sempre ottimi e sempre diversi da pizzeria a pizzeria e io me ne vado soddisfatto.

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Su Umberto Eco

Sono un fan di Umberto Eco, da quasi vent’anni.

All’inizio degli anni novanta, quando noi si andava per tutto luglio al mare, a Cattolica, acquistavo a metà prezzo libri scritti da Eco di cui per me era ancora troppo presto avere comprensione. Cattolica aveva anche un suo centro studi, e mi ricordo che una volta ci entrai per cercare qualche videotestimonianza su Eco, e effettivamente qualcosa trovai.

Sempre a Cattolica parlai una volta con un prof di lettere, un bolognese di mezz’età suo ex allievo, il quale mi disse che alle lezioni universitarie a metà anni ’70 Eco parlava con una certa avidità sulla scena letteraria del prossimo ritorno del romanzo più o meno velatamente autobiografico.

Qui vengo al punto, che è poi ciò che mi interessa. Magari ogni romanzo di Eco fosse un insieme di generi e di topoi letterari come lui stesso, in quanto direttore editoriale di Valentino Bompiani per tanto tempo, cerca in modo più o meno velato (e due) di rappresentare al mondo e in fondo a se stesso. Purtroppo non è così. Non c’è distinzione possibile per un lector ansioso di vivere la sua fabula tra una dotta ispirazione e la volgare scopiazzatura. Tutto è un caleidoscopico rimando, che nella migliore delle ipotesi è penosa abitudine dell’accademico uso al saggio su altre accademie e su altri accademici. No, decisamente è fuori strada un libro di un dotto autore che incanta e seduce e però poi, fatte le opportune verifiche, acquisite le molte (se non tutte) fonti di ispirazione, quando noi si ritorna a casa troviamo essere solo un nucleo di poche pagine, banali e stiracchiate al massimo. E in ciò è complice anche la formattazione e l’impaginazione editoriale: se il Nome della Rosa, libro che nonostante i cinquant’anni di età scopriamo Eco affrettarsi a scrivere, è fitto di parole e di righe per pagina, proprio per la molteplicità di “fonti di ispirazione” raccolte nella vita precedente, gli ultimi romanzi sono molto migliorati sul piano della leggibilità e della leggerezza. Mettendo però in risalto proprio la pochezza strettamente narrativa, il plot, la scansione profonda dei luoghi e dei paesaggi, che evidentemente vengono sostituiti da libri, elenchi, citazioni e sunti di situazioni storiche. Più che postmoderno dovremo parlare allora di poststorico, nel senso che non è tanto importante la storia che si vuole raccontare quanto la cornice dotta spesso pesante perché multipla nella quale viene inscritto l’intreccio.

Insomma ho imparato che i libri parlano di altri libri, e il più delle volte mentendo. Ma la menzogna può anche equivalere a GLORIOSO ATTIMO DI VERITA’ + COMMENTI POSTERIORI e dunque un libro che parla di altri libri è di essi cassa di risonanza mentre s’impegna a rappresentarsi e a autoincensarsi.

E tutto questo a dire che non credo molto agli argomenti dell’articolo – http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/06/il-nome-della-rosa-e-i-misteri-della.html – anche se riconosco in essi un’indubbia presa sulle menti, tra le quali colloco la mia, che nel momento in cui vogliono sospendere la realtà ricercano il complotto universale. Motivo di somma, ulteriore delusione che da lettore ho avuto sugli ultimi romanzi di Eco, proprio per memoria della gioia vorace con cui ho letto e riletto i primi due.

Ma perché parlo di autobiografie? Perché tutto, la passione per il medioevo, per la politica, per la semiotica, per Dumas, per gli sbagli dei fascisti che un uomo di sinistra non può non denunciare, autodenunciandosi tuttavia in quanto preadolescente incapace all’epoca di ribellarsi in modo compiuto… e persino per l’ambiente goliardico universitario bolognese permettono a Eco, come forse ha evidenziato il nipote Roberto Cotroneo nel cortosaggio “La diffidenza come sistema”, di parlare comunque di se stesso, della sua infanzia e di quella che in fondo è la sua vita. Per esempio tutti i romanzi hanno a che fare con Alessandria, il Monferrato, la nebbia che gli fa un po’ da madre terra. Baudolino è il nome del santo patrono, ma con qualcosa da dire sul carattere di questi piemontesi emiliani. La ricorrenza del 5 gennaio, tanto comune nelle opere del Nostro, che oltre ad essere la vigilia dell’Epifania è il suo genetliaco.

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Ho incontrato Umberto Eco una sola volta, per un autografo, il 5 febbraio 1999. Non che abbia memoria prodigiosa, ma era un convegno, e ne tengo la pubblicità nello stesso libro che riporta la scarna dedica. Però devo dire questo. Io sono, verbalmente e per iscritto, un logorroico. I libri dei famosi tre scaffali di Eco che possiedo sono spesso zeppi di appunti e note a margine. Più il libro mi prende e più restituisco al mare gli oggetti che mi ha portato ai piedi. E il romanzo più apprezzato, almeno stando a questo metro, è il Pendolo. Sia di esso sia del Nome della Rosa ho svariate copie, anche in inglese, francese e catalano. Per far bella figura però mi portai, perché andavo a quel convegno con il chiaro intento di strappare un autografo a uno dei miei scrittori preferiti, l’unica copia che avevo dell’Isola del Giorno Prima, che nonostante avesse qualche scarabocchio qua e la conservo ancor oggi come mamma Bompiani l’ha fatta.

Ebbene, prima che inizino i lavori mi presento da Eco e chiedo umilmente una dedica. Eco: “Ma qui, davanti a tutti!” forse quasi urlando, ma senza alcuna presenza di sdegno nel tono di voce, anzi quasi compiaciuto. Io: “Se vuole l’aspetto fuori” Eco: “Facciamo in fretta” e porgo il libro aperto alla seconda di copertina. Lui lo prende e comincia a sfogliarlo. “Ma qui è scritto tutto” e lo prende da parte, nascondendomelo alla vista. Ora, si sarà capito, quando un autore scrive “Opera Aperta” o “La Struttura Assente” parlando di livelli di lettura, di smontaggio e rimontaggio dei meccanismi narrativi, come se insegnasse non una disciplina delle famigerate e moderne Scienze Umane ma, per dire, Ingengeria del Best Seller è ovvio che si presta a essere smontato o “decostruito”, analizzato, citato (“chi critica un’autorità diviene esso stesso un’autorità”). Che poi uno lo faccia bene o male, da energumeno della semiotica greimasiana più spinta o invece, come me, da lettore dilettante di testi di qualsiasi genere, e spesso più avanti della propria comprensione, non importa. L’importante è farlo seriamente, e credo che la seria stupidità e ingenuità di quelle note fosse stato uno shock per il malcapitato.

Leggere quegli appunti affatto incensatori nei riguardi della sua opera più tropicale lo aveva di fatto ridotto al silenzio. Da parte mia me ne sentivo un pochino in colpa e chiesi, proprio perché non riuscivo a resistere all’avidità di avere fra le mani un nuovo giocattolo da smontare e rimontare: “Quando uscirà il suo prossimo romanzo?” ed Eco: “E chi lo sa, anche fra dieci anni!” ed io, a testa bassa: “Spero di essere ancora vivo” riducendo lo scrittore a un silenzio definitivo.

Silenzio che ho misurato, perché dopo aver avuto indietro la MIA copia del SUO romanzo, sono stato oggetto dello sguardo fisso di Eco per una decina di minuti buona, sguardo che ho cercato di accantonare facendo cenno di ringraziamento una prima volta, ricambiato, e siccome l’osservazione del piccolo insetto che evidentemente ero proseguiva, anche una seconda volta, ripetendo tra noi il rituale. Tutto ciò è stato interrotto dall’inizio dei lavori del convegno, ubi maior minor cessat, durante i quali il professor Morcellini fece la famosa gaffe parlando dell’attuale Repubblica Spagnola davanti a non so più quale personalità castigliana.

Lego la nada a nadie. Lascio questi scritti, non so più intorno a chi, o a che cosa. Ma nell’attesa m’accorgo che fa freddo nello studiolo, a forza di scribacchiare il pollice mi duole. Allora guardo fuori e ammiro la collina. È così bella.