La parabola di Fare

Io ho una mia opinione su ciò che avvenne.
C’era da impedire ai grillini non solo di essere parte del Governo, ma anche almeno di avere praticamente tutte le presidenze di commissione parlamentare, che di solito capitano all’opposizione.
Vennero messe su tre liste civetta per intercettare il voto di protesta e impedire che confluisse nel M5S.
SEL lo era del PD (IDV, identico strumento di un Veltroni che diceva di non volersi alleare con nessuno, a sta tornata intanto moriva…). Fd’I lo era del PdL (Berlusconi non fece alla Meloni la guerra che fece sia a Fini che ad Alfano, mentre i colori di AN andavano a sto partitino). E infine Fare (fatta di prof allocati dall’alto e non eletti in alcun modo da noi) lo fu di Monti.

Avvenne che mentre le prime due liste civetta giocavano di rimessa, FARE arrivava alla vigilia del voto con sondaggi che la accreditavano addirittura del 7%, mentre gli stessi sondaggi dicevano a Bersani che il disegno post elezioni di smollare SEL (cosa immorale, visto che il PD veniva premiato elettoralmente in quanto coalizione rispetto al M5S) e mettersi con Monti era impossibile (e fu ciò che provocò la scissione del PdL dopo la cacciata di Berlusconi dal Senato e la sua non agibilità politica).
Qualcuno sapeva che Monti, questo nosferatu delle tasse, non avrebbe saputo prendere i voti del centro, né quelli che gli portava in dote la sua presidenza a Palazzo Chigi, né quelli dei vari Fini e Casini (nonché il Montezemolo con cui Fare voleva avere qualche rapporto). Ecco perché si scelse il decapitabile Giannino ed ecco perché Boldrin fece tutto quel casino con la DN che cercava di salvare il salvabile e poi rimasto solo al timone invece di aggregare voti ha finito per distruggere il pochissimo rimasto. Ed ecco perché Zingales fu premiato con il posto di consigliere di amministrazione all’Eni.
D’altronde Fare era pieno, nella sua sezione romana, di statali. E gli statali non pensano certo al taglio dei loro stipendi.

Però questa è una mia ricostruzione.

Il partito personale

Ci sono momenti, nella storia dell’uomo, in cui parrebbe che l’utopia democratica possa smettere di essere tale e farsi altro, sostantivarsi diversamente ma mantenere i migliori attributi.
Normalmente capita quando un popolo, acquistata una maggiore consapevolezza del proprio io collettivo, reclama per se la sovranità.
Questa era l’utopia che spinse i migliori uomini del Risorgimento Italiano, Garibaldi in testa, a lottare per far uscire questo Paese dall’ignoranza.

Ma non è facile. L’ignoranza dell’Italiano è dettata dalla sua supponenza, dalla presunzione che saper vivere significhi appartenere a un giro, o avere un padrone. L’Italiano, in altre parole, deride quelle individualità che hanno fatto grande il nostro paese perché esageravano nel ragionare con la propria testa. La genialità italica, quando si concretizza, ha infatti da pagare lo scotto dell’isolamento. Una sorta di maledizione (“nemo propheta in patria sua”) accompagna le biografie di gran parte dei personaggi che riempiono i nostri libri di storia e letteratura e arte patria.

Così, ci troviamo con una maggioranza di persone che ha fatto del litigio, dell’invidia, dell’avidità e del tradimento verso innanzitutto i propri congiunti una morale dominante, e una minoranza di persone che scientemente o meno si incaponiscono a credere negli ideali, quali che siano, e nel rispetto dei convincimenti altrui.

Scopriamo così, nei secoli, che tutto quello che di buono aveva costruito la maggioranza silenziosa del paese è dovuto a vizi privati, egoismi, particolarismi. Dal sistema delle vendite delle indulgenze che finanzia il Rinascimento finchè Lutero non lo smantella, alla Donazione di Costantino (falsa), dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini all’adesione superficiale, piatta, agli ideali e\o alla civiltà del vincitore di turno, fino all’adesione al sistema democratico (monco) attuale. Non è infatti un segreto che se in America ci fosse la teocrazia qui avremmo messo tutto nelle mani del papa, o se ci fosse la monarchia quel referendum avrebbe (brogli o meno, è li stess) avuto un esito differente.

Quanto sia superficiale l’adesione agli ideali democratici per certificare il proprio filoatlantismo (finché dura la moda americana, domani chissà…) lo dimostrano alcuni fatti pluridecennali. Della commistione allucinante che c’è tra esecutivo e legislativo ho già parlato, così come dell’incapacità da parte dell’elettorato italiano di far discendere la propria sovranità su diversi poteri (esecutivo, connubio tra Colle e Palazzo Chigi, giudiziario e monetario) che non siano il solo legislativo, frammentato in mille rivoli e senza vincolo di mandato.

La democrazia italiana è dunque di facciata perché commissariata, perché l’Italia tutto sommato ha perso una guerra che in realtà le è stata organizzata contro dall’Inghilterra, in maniera così complessa da rendere l’Europa un continente minore, un continente la cui unica prospettiva futura non è quella di un Grande Reich (e chi lo vuole?) ma di una Grande Svizzera (giacché l’Euro diverrà sempre più valuta rifugio a metà strada tra Dollaro e Riserve Auree).

C’è un altro mostro tuttavia che è stato partorito dal laboratorio politico italiano. Questo mostro, possibile solo in un Paese con una maggioranza silenziosa che traffica nell’ombra, che vive di piccoli espedienti, che va ipocritamente a messa per salvare la faccia, che inventa il perdono e la colpa religiosi per poter ottenere autoassoluzione dalla giustizia terrena, e ne fa una religione scaramantica che invade il mondo, che infine si lamenta di quei potenti a cui faceva spontaneamente da serva fino al giorno prima, questo mostro dicevo è il partito personale.

Ora, non so se vi è già venuto in mente. L’Italia rinascimentale si divideva in Signorie in combutta tra loro, perché al solito siamo un popolo litigioso. Il territorio delle Signorie corrisponde grosso modo a quello delle Regioni Amministrative di oggi, e anche il campanilismo sfoderato dalla gente comune in occasione della tanto paventata abrogazione di alcune province ha storia plurisecolare.
Tra questi staterelli si muovevano i capitani di ventura, con il loro seguito.

Ecco. La politica italiana dal 1919 in poi è sempre stata così. Da un lato le Signorie, ovvero i partiti plurali, divisi in correnti, ma sempre con riferimenti esteri (e l’URSS ci farà bancarotta per tutti i soldi dati al PCI, oltre che a Castro). E dall’altra i Capitani di Ventura, i Lauro, i Giannini, i Pannella, i Di Pietro. Tutti con il mito, chiamiamolo di Francesco Sforza, ossia del Capitano di Ventura che diventa Signore, e che nella storia dei partiti ha due moderni “campioni”: Mussolini e Berlusconi.

Quindi, cesariani o pompeiani, sillani o mariani, berlusconiani o antiberlusconiani, la cifra dei mali italici è sempre la stessa: dividersi interessatamente per avocare a sè ciò che è bene altrui, spesso del proprio compaesano, del proprio fratello, con il mito di diventare Signore e Padrone, o quantomeno di averne uno. Lo schiavo non è schiavo del padrone quanto il padrone lo è dello schiavo. Il padrone che si libera dello schiavo va appeso a testa in giù e deriso, perché è diventato improvvisamente inutile. C’è un istinto bassamente femminile in tutto questo, e in fondo chi è che diceva che “la folla è femmina, ama essere posseduta”?

Ma questo basso istinto italico si è dimostrato funzionale alla nostra pseudodemocrazia eterodiretta: i partiti personali, così come le correnti sempre personalistiche dei partiti maggiori, non potevano assolutamente accettare qualsiasi tipo di democrazia interna, pena la scomparsa. Questo perché la maggioranza dei cittadini del nostro paese è suddita e si rifiuta di accogliere nella propria vita pubblica diritti e doveri che la cittadinanza in una democrazia compiuta comporta.

L’ultimo esempio in questo senso è Fare. Fare, in cui ho militato, non ha mai avuto alcun tipo di democrazia al proprio interno. Dal candidato premier (Oscar Giannino) all’ultimo coordinatore di comitato, ogni personalità è sempre stata autoreferenziale, autonominata, autoassolutoria. Questo, in un elettorato del partito entrato in seguito all’innamoramento per il dandy, è suonato nelle orecchie per autorevolezza, ma non lo era.

Giannino ammette, con un post su Facebook, che lui e non organi democraticamente eletti cercava di fare sintesi di diverse esperienze e volontà politiche. I commenti, in cui non interviene (pur autonominandosi, arigain, servo dei servi di Fare), non entrano più di tanto nello specifico ma esprimono quello stesso innamoramento politico di prima delle elezioni. Si confonde cioè il bene del Paese con l’organizzazione dello strumento (il Partito, e non c’è il tempo) e la sua struttura verticistica.
In un fattivo, l’elenco delle priorità avrebbe visto al primo posto cosa si potesse fare per il Paese, e successivamente cosa si potesse fare per il Partito, ammesso che fosse un’arma ancora capace di non mancare l’obiettivo.
Così non è stato. Siccome ripetere giova, perché scovi chi persevera, anche in Fare così come in altri partiti (mi immagino lo sbandamento di Rivoluzione Civile…) si è persa definitivamente la bussola. Proprio ciò che rende quella struttura inutile e incapace di determinare alcunché è la sua scelta sbagliata di dare importanza innanzitutto al Congresso e ai regolamenti interni (e, lo so perfettamente, le idee di un semplice attivista non contano nulla) anziché mettere da parte il tutto e domandarsi cosa fare, pur nella sconfitta, per il bene dell’Italia.

Una testa in gioco…

Ho un’ipotesi su quello che è successo. La spiego brevemente.

Immaginate i due archetipi di studente universitario. Uno si laurea, l’altro perde tempo. Bene.

Ora, molto probabilmente Giannino non fu nessuno dei due.

Simenon fu sceneggiato dalla Rai negli anni sessanta, ridotto a copione da Andrea Camilleri (quello di Montalbano) e Maigret fu interpretato da Gino Cervi.

Uno dei destini da “rabberciare”, da raddrizzare, era quello di un certo Radek, interpretato benissimo da Volonté. Come per ogni personaggio di Volontè, è suo destino morire.

Radek era uno studente universitario brillante, ma studiando capì che la malattia che aveva ereditato dalla madre, costretta dalla povertà e da lavori umili a finanziarlo negli studi, lo portava alla morte. E già qui (studente brillante e malattia che lo perseguita) vi sono tratti comuni.

Radek, ecco la colpa criminale, concepisce di morire perché condannato dalla giustizia umana per un suo crimine rocambolesco, anziché per la fatalità.

Egli non è capace di laurearsi, per via degli umili natali. Se fosse appartenuto a un censo differente probabilmente le cure sarebbero arrivate per tempo.

Dirà a Maigret “Oh, il mio è un caso tutto particolare” e improvvisamente si trova a spendere una barca di soldi, e lo fa in maniera plateale.

Ma vuole anche dimostrare, forse innanzitutto a se stesso, che il fortunato non ha capacità di affrontare la sfortuna, ancor meno di lui. Di Radek.

E resiste fino all’ultimo a Maigret, commissario parigino venuto dalla provincia, totalmente in sua balia fino a poco prima. E poi?

E poi racconta tutto. E lì è la sua perdita, la sua sconfitta. Nel momento in cui pubblicizza la cosa di cui fu più geloso: il movente, la verità della sua coscienza.

Ma la mia è solo un’ipotesi. Perché possiate verificarla su Giannino avete solo un modo: guardare un vecchio sceneggiato Rai.

Una variante. La chimica-fisica per esempio è una scienza esatta, l’equazione di stato dei gas perfetti un’utopia, non replicabile, non sperimentabile, non popperianamente falsificabile, e passa la voglia di studiarla.

o anche: la materia da studiare modifica il tuo cervello, perchè non impari a memoria (=non paghi una tassa alla società per un pezzo di carta) ma comprendi, a tal punto da elevarti. La materia studiata ti in-segna, ti segna dentro, ferendoti, e tu hai bisogno di anni per riaverti.

Intanto, gli altri si laureano, perché hanno imparato l’unica cosa che nessun professore può approvare: hanno imparato a dimenticare. Learn to forget (doors, soul kitchen). Dimenticando, liberano spazio, e quei concetti non li ossessionano più, togliendo loro risorse mentali. Loro si riappropriano del loro piccolo cervello e vanno avanti, tu in quanto Radek (medicina) o Giannino (economia e diritto) non ci riesci. Il tuo cervello intellettualmente diventa sempre più ingombrante nel quotidiano della tua vita, dimentichi tante cose che pure a fatica hai ricevuto nell’educazione (faccio delle illazioni: lavarsi i denti, mangiare regolarmente, non tenere animali in casa, vestirsi in maniera sabauda).

Provi anche a scriverne, sperando che estrinsecando compiutamente quei concetti luminosi tu te ne possa liberare. Invece diventi un divulgatore, da divulgatore insegnante, da insegnante accademico. Per uno strano scherzo del destino, tu che ti assillavi sui tomi al punto di non concludere assumi concetti con le scorciatoie della mente, con le reductio, con i bignami giornalistici dei trafiletti, persino con i semplici dati macroeconomici a bella vista sui quotidiani neoliberisti.

C’è un altro destino da ora in avanti, dopo l’ecpirosi delle vanità. Il destino di Salgari, uno dei più grandi scrittori italiani, asfissiato dalla povertà al punto di uccidersi. La provenienza è comune, ma Giannino si salva con la memoria del suo passato, la consapevolezza che questo paese nonostante tutto ha necessità della sua mente e lo ospiterà, non più come giornalista o politico, ma come opinion leader.

In altre parole la memoria di ciò che ha fatto, delle soddisfazioni professionali, non è semplicemente sua. Certo, un calo psicologico lo avrà, ma in un paese che fa fatica a trattenere i suoi laureati, un paese che non si è ancora aperto alla modernità, Giannino è epicamente un eroe di mezzo. La visione della sua condizione iniziale lo spinge incessantemente a buttarsi, a ri-formarsi, a essere fenice di sè in un modo che è prezioso per buona parte di noi, e che politicamente può giovare a tutta la nazione.

Si è fattivamente liberato dell’autorizzazione accademica a parlare. D’ora in poi parlerà con un lasciapassare molto più elevato, il più elevato che chi ha a cuore questo paese possa apprezzare: l’essere cittadino italiano, in diritti e doveri.

p.s.: particolare, o coincidenza, inquietante. Il titolo originale del libro di Simenon è “La testa di un uomo”. Radek chiede ripetutamente a Maigret “Quanto vale la testa di un uomo?”.

Giannino dirà: “Ho dato loro la mia testa: ci giochino pure a bocce”.