La differenza tra antisemitismo e antisionismo

La recente polemica innescata alle dichiarazioni del sindaco di Londra Ken Livingstone, un evidente comunista nelle simpatie internazionali, coinvolgono tutta la storia europea.
Credo che siano la dimostrazione tangibile che esista una enorme differenza tra antisemitismo e antisionismo.
L’Inghilterra non ha espresso, come ha fatto la Germania nazista, particolari sentimenti antiebraici che non fossero gli stessi che hanno portato dal medioevo in poi le nazioni europee a ghettizzare gli ebrei.
Però l’Inghilterra è stata in politica estera fortemente antisionista. Dapprima perché, e ciò fa riflettere sulla politica dell’appeasement, non solo in Europa ma anche in Medio Oriente promette tutto a tutti, combinando disastri epocali (tra cui la seconda guerra mondiale e la situazione attuale in Palestina, divisa di fatto in quattro entità).
E dopo, dopo cioè la perdita dell’Impero Britannico e dello status di Superpotenza, perché all’interno della neonata Onu si muove affinché Israele, ossimoricamente democrazia etnica (!), diventi una società multirazziale (soluzione che gli ebrei approvano per tutte le altre nazioni, tranne che per la loro, dove l’elemento per loro estraneo può coesistere con la maggioranza ebraica a patto che quest’ultima rimanga tale, “maggioranza” ed “ebraica”).
Al contrario la Germania nazista, certamente ed odiosamente antisemita, pur non essendo filosionista, come pure ha detto il sindaco di Londra, non ha mai espresso sentimenti antisionisti se non dal momento dell’incontro del Gran Muftì di Gerusalemme con Hitler.
In questo senso sono da ricordare alcuni elementi, minimizzati o non citati dalla storiografia ufficiale:
a) l’Haavara Agreement (minimizzato)
b) La soluzione di deportazione in Madagascar degli ebrei tedeschi (per non pestare i calli agli inglesi)
c) I due tentativi della Banda Stern (terroristi sionisti antiinglesi) di trovare nel nazismo un alleato, durante la guerra, e andati a vuoto per la succitata simpatia tra Nazisti e Gran Muftì. Ciò rivela una percezione, non filtrata dalla storiografia ufficiale, positiva del nazismo all’interno del terrorismo sionista. Quello stesso terrorismo sionista che a guerra finita organizza attentati contro governatori inglesi e inviati ONU.

Ma la più grande di tutte le differenze tra antisemitismo e antisionismo la si trova nella seguente frase di Ben Gurion: “Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele.”

La crisi come alibi

Durante la passata stagione televisiva, il prezzemolo Giuliano Amato discettava, in quanto prof, come se fosse una lesson, della crisi italiana e internazionale. Che sono due cose diverse: cercherò qui di spiegare il perché.
Citava un aneddoto, il tassista americano che sceglieva la crisi come elemento caratteristico di italianità “Allora come va la crisi?” domandava all’accademico titolare di una pensione di 31 mila euro. Oppure di cosa voglia o non voglia dire il corrispondente ideogramma cinese, facendo comunque evidente che una crisi contiene il futuro, le “opportunità”.

Eppure, se questo può valere in un sistema che è o aspira a essere anglosassone, non può valere da noi. Da noi la crisi E’ il sistema. La crisi attuale nasconde le premesse e le riforme per la prossima. La crisi attuale è cioè l’alibi per le prossime.

In una recente intervista l’attuale Presidente della Repubblica ricordava che l’unica mancanza di crisi fosse il boom italiano dell’immediato dopoguerra. Per gli americani fu un autentico miracolo: l’Italia era la cenerentola del Piano Marshall, di fronte ai grandi beneficiati Inghilterra e Germania Ovest. Come spesso accade (vedi Churchill) quando gli anglosassoni ci apprezzano è perché siamo diventati loro competitor.

La crisi italiana cominciò con la morte di Enrico Mattei. Il successore, Cefis, lasciò perdere la sua politica petrolifera nei fatti terzomondista (75/25 anziché il fifty fifty delle sette sorelle) e di appoggio allo stesso tempo della economia italiana. Le elevate tassazioni dello Stato Italiano, accompagnate da idee sbagliate nella popolazione, per cui in un modo o in un altro dovere dello Stato è sovvenzionare le vite dei propri cittadini, hanno fatto il resto.

Oggi si parla di diritti negati. Sostenere i diritti è un lusso. Quello che a sinistra non si è mai, mai, mai capito è che senza un’esaltazione dell’imprenditoria diffusa, senza una fiscalità competitiva con quella delle altre grandi nazioni, senza uno Stato che non punisce fiscalmente chi si vuole arricchire tramite l’economia reale l’intero paese si disgrega. E allora addio diritti, diritti di alcune categorie protette a fronte della precarietà delle ultime due generazioni.

Stiamo assistendo infatti a una avidità di ritorno da parte di tante individualità che in un sistema aperto se ne sarebbero fregate di andare in perdita in una particolare attività, perché avevano la certezza di trovare comunque un sostegno nell’economia reale. In una economia dinamica, dove non ci sono rendite di posizione mascherate da “diritti”, come nel caso del professore presidente del consiglio onorevole presidente della treccani presidente del 150° anniversario dell’unità d’Italia. La sua pensione di 31 mila euro in un sistema che funziona non la dovrebbe percepire affatto. L’Inps che, inglobando l’Inpdap, guidata da un altro detentore di record (25 incarichi, 25 posti di lavoro tolti alla collettività) confessa che i giovani che pagano contributi molto probabilmente non avranno pensione, ci rende edotti di una considerazione semplice semplice: dunque ci sono 31 ragazzi almeno che stanno pagando la pensione ad Amato.
Il quale poi discetta di crisi.

Tant de forêts arrachées à la terre

 

Et massacrées

 

Achevées

 

Rotativées

 

 

 

Tant de forêts sacrifiées pour la pâte à papier

 

Des milliards de journaux

 

attirant annuellement l´attention des lecteurs

 

 sur les dangers du déboisement des bois et des forêts

(jacques prevert)

p.s.: per chi sa che il Movimento 5 Stelle è legato nei vertici alla massoneria internazionale, non stupirà il loro ostruzionismo di queste settimane. Non sia mai che i grillini, in autonomia, fanno qualcosa di utile per questo paese perché si distrugga l’alibi della crisi. No, macché, bisogna essere duri e puri, lo stesso concetto che hanno i piddini della dx.
Si è ottenuto in pratica che continui a governare Monti, e che autorevoli personalità DA NOI NON ELETTE A ESSERE D’AUSILIO ALL’ATTIVITA’ DI GOVERNO saranno chiamate da un Napolitano in semestre d’addio a tal compito. Chissà chi sono… 😉

Differenze geopolitiche tra regimi totalitari

Il manifesto della razza e le leggi razziali furono emessi tutti 16 anni dopo la marcia su Roma. Nel frattempo, la Gran Bretagna aveva derogato al Trattato di Versailles concludendo un patto bilaterale con la Germania hitleriana sul riarmo della flotta marina tedesca, dopo i negoziati che già la Repubblica di Weimar aveva avviato con Londra.

Mussolini era alleato con la Francia e l’Italia aveva una unione doganale con Austria e Ungheria, che saranno le uniche due nazioni nel 1936 a votare contro le sanzioni per l’invasione dell’impero etiope, che però non poteva essere a sua volta membro della Società delle Nazioni perché legittimava la schiavitù (che scomparirà, forse anche per propaganda, sotto il fascismo).

I Trattati di Versailles vietavano a Weimar anche l’Aschluss dell’Austria, contro cui la repubblica weimeriana prima e Hitler dopo lavoreranno sempre.

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Il pangermanesimo è movimento antecedente sia a Weimar sia al nazismo.

 

La politica europea della Gran Bretagna, improntata all’equilibrio (ossia al divide et impera) nel primo dopoguerra deve andare evidentemente contro Versailles. In questo conteso cresce il bubbone nazista. Gli alleati, con Mussolini recalcitrante, e la Francia subordinata a Londra, invece di dividere il suolo tedesco in zone di occupazione (come pure Roma chiedeva) nel momento in cui l’asse Londra Berlino diventa preponderante su quello Parigi Roma Vienna Budapest, permettono alla Germania di diventare la potenza egemone del continente, con annessioni illegali.

Perciò Mussolini schiera truppe al Brennero e si oppone al possibile revanscismo tedesco, di cui teme di essere il primo sfogo. Tutto il resto è propaganda fascista che oggi fa intendere a filo e antinazisti che Italia e Germania fossero negli anni Trenta nazioni amiche. Ma le colonie italiane sono tutte attorno alla rotta Londra Suez India, e questo è un movente sufficiente a scatenare il bis della prima guerra mondiale.

L’idea che uno si fa cioè è che la Gran Bretagna, preoccupata dalla diga possibile (mare nostrum) che il giovane (e antiemigrazione interna) colonialismo italiano potrebbe opporre alle sue rotte commerciali con il proprio quarto di pianeta, abbia spinto la Germania alle diverse annessioni per poi deviarla verso il sud Tirolo e l’Italia stessa. In parole più semplici, Londra toglie guinzaglio e museruola a un mastino bastonato e umiliato sperando che morda per lei.

Alcuni punti.

  • Hitler era austriaco e non tedesco (e Hitler e Mussolini venivano e si legittimavano per l’aver combattuto su fronti contrapposti).
  • Hitler aveva una politica estera austroungarica e non tedesca (in poche parole, niente colonialismo outremar ma ostpolitik, e lo scrive in prigione nel Mein Kampf, e un servizio segreto abituato alle Mata Hari non poteva non interessarsene) che faceva tanto contenta l’isola britannica e molto poco il continente europeo.
  • Dato inconfutabile: sono quei due galauter (governatori) che per conto del Reich (e chi era la nazione capo del Reich tedesco sotto gli Asburgo? l’Austria) governano in quanto territori tedeschi Trento e Trieste durante l’occupazione tedesca in Italia (vedi l’omonimo tomo di Lutz Klinkhammer), esito scontato che Mussolini (deprimendosici con la propria volontà di potenza annichilita) tenta di contenere durante tutti gli anni Trenta. Per esempio Mussolini, non so se consapevolmente o meno, fa sua la proposta di Keynes di azzerare il debito pubblico tedesco in quanto possibile fonte di nuovi lutti.
  • Hitler cioè, nel suo pangermanesimo di origine austroungarica, non coltiva tanto nel cuore il revanscismo tedesco quanto il proprio revanscismo austriaco, di cui l’Italia è la prima vittima designata dopo esser stata non solo la prima colpevole (ma la Triplice Alleanza era solo difensiva e non offensiva) ma la prima beneficiaria del crollo dell’Impero Viennese cercando di sostituirsi ad esso come nazione di riferimento nei Balcani.
  • Il revanscismo tedesco è invece funzionale per le masse tedesche (che questa politica austromaniaca prende in prestito persino nelle pulizie etniche) perché sostituisce ogni riferimento a Roma nella copia pedissequa e di facciata che il nazismo fa del fascismo italiano. Le masse italiane, abituate a non approfondire le questioni, non si rendono conto che l’apprezzamento per il proprio regime da parte delle potenze straniere è anche un modo per misurarlo, nel valutarlo non come pericolo ma come concorrente sui mercati internazionali. Resta da capire se la vicinanza folkloristica e ideologica di questo periodo tra i due regimi sia un’idea interna al nazismo o suggerita furbescamente da fuori, come punto da realizzare in cambio ai finanziamenti occulti al partito nazista in fieri.

Se non puoi combatterli fatteli amici. Mussolini c’ha provato con Hitler. Anche approvando ideologicamente (e rinunciando, e non poteva non saperlo tramite OVRA, a menti brillanti come Enrico Fermi, che non diventa improvvisamente genio di armi militari definitive toccando il suolo americano) le leggi razziali. E qui un appunto: l’impero romano è noto per l’integrazione, addirittura per l’editto di Caracalla. E gli italiani negli anni trenta non pensavano a fare soldi in Etiopia, bensì a sposarsi le etiopi.

Di fronte il duce aveva Londra e Parigi che godevano del suo progressivo indebolimento, e la prima era la nazione che aveva armato la pistola nazista e la sua politica estera. Perché Hesse, angloegiziano di nascita, vola a Londra?

Non dobbiamo solo ragionare col senno di poi, per cui la persecuzione degli ebrei è esecrabile e quella di zingari e omosessuali non altrettanto celebrabile, o i dieci milioni di nativi americani dimenticabili perché genocidio antecedente al novecento, anche se molto più fondativo della nostra epoca.

Dobbiamo anche riflettere su quello che quegli esseri umani in quell’epoca sapevano di se stessi, il loro passato e il loro vissuto. E in questo senso il presente può essere parte di una chiave che ci apre meglio il passato.

Gli Italiani non conoscevano Mussolini per essere il duce (DUCE ERA GARIBALDI) ma per essere un giornalista socialista che “pazzamente” aveva rotto il fronte comune antiniterventista, e grazie a quella che poi sarà in parte vista come l’ultima guerra risorgimentale si era autonominato duce e girava l’Italia offrendo comizi-spettacoli gratuiti (e questo è molto somigliante a Grillo). Ci sono molti video dell’Istituto Luce su You Tube che andrebbero analizzati al di qua della propaganda anglo americana, cui si può essere favorevoli o contrari. Come in Palestina, laddove i nemici in guerra si accordano segretamente per continuare a farsela, perché altrimenti dovrebbero costruire e semiticamente hanno notevoli difficoltà culturali a farlo, e i fatti e i morti anche innocenti e anche kamikaze sono lì a dimostrarlo, anche qui le opposte fazioni vogliono lo status quo del male assoluto.

La nostra costituzione è antifascista ma non specifica che la lotta politica violenta, le ingiurie agli avversari politici, la discriminazione politica (Berlusconi che spolvera la sedia VS Ruotolo che non stringe la mano) e le Stragi di Stato sono esecrabili (e potrebbero anche dirsi fascismo, se ciò può servire alla nostra democrazia a perfezionarsi un poco e stare al passo delle altre). Ma non lo fa, perché è stata scritta in realtà sotto dettatura. Piena di promesse come Berlusconi non potrebbe mai (e si è visto quando Benigni l’ha spiegata: tutti quei verbi propositivi sono degni di un trattato utopico) viene in realtà disattesa nella prassi soprattutto quando tocca punti che il filoatlantismo contingente non permette di vedere attuati.

Gli italiani, nella gran parte, non erano colti, e andavano affollando le adunate oceaniche per divertimento. Guardate i videoclip: sono troppe quelle persone.

E il roboante: “E anche sulla questione della razza noi tireremo diritto!” suona come una resa a cose molto più grandi dell’Italietta di allora.

Cosa accade a un paese europeo che ha vinto la guerra, ch ha buona parte della popolazione esterofila (“Con la Franza o con la Spagna pur ché se magna” e del resto la nostra tv ci tratta come un popolo che teme la fame), verso cui per una ragione o un’altra le altre vincitrici scagliano un lupo rabbioso?

L’Italia di allora aveva alcune linee guida di politica estera (=geopolitica) che condizionano pesantemente il quadro complessivo: un colonialismo all’altezza delle altre nazioni europee, la vittoria mutilata come tema da recuperare lentamente, l’emigrazione da contenere e magari dirottare verso le colonie in Africa, una situazione balcanica instabile in cui giocare le proprie carte per le terre irredente stando attenta che non sorga una nuova potenza austroungarica (ciò che al contrario cerca di fare Hitler l’austriaco).

L’unico austriaco che dovrebbe essere simpatico ai neofascisti di oggi dovrebbe essere Dollfuss. La simpatia per Hitler è stato il boccone amaro che il tardo fascismo ha dovuto ingoiare e far ingoiare ai propri sostenitori, al punto di dover propagandare l’idea che noi tradimmo Germania e Austria nella Prima Guerra Mondiale, quella guerra di liberazione di Trento e Trieste fortemente osteggiata dai nostri socialisti e fortemente pubblicizzata dal Mussolini giornalista.

Ma è davvero illecito tradire lo straniero che spadroneggia in casa mia? Come ci si deve comportare con un tedesco che vuole a tutti i costi essere invasore? In parte la Seconda Guerra Mondiale è stata la rivincita che gli austriaci si sono voluti prendere sulla nostra Quarta Guerra d’Indipendenza. La Repubblica di Salò infatti non vedeva tra le proprie terre amministrate Trento e Trieste, passate nuovamente sotto mano straniera.

In parte invece è stato l’ottimo servizio che la superpotenza di allora, la Gran Bretagna, fece a una potenza regionale emergente, l’Italia. Nel febbraio 1940, l’Italia era ancora neutrale: la Gran Bretagna le organizzò contro un blocco navale, cosa ben più seria delle “sanzioni” che la Società delle Nazioni, pure burattino inglese, esercitò contro il nostro Paese. Quel blocco non colpiva semplicemente la nostra capacità bellica: divenimmo improvvisamente dipendenti dalla Germania per le materie prime, in particolare il carbone, necessarie alla nostra economia civile. Fummo ulteriormente messi tra le braccia dell’ “alleato” nazista, e fu chiaro che un “mare nostrum” alla fascista o comunque alla italiana non avrebbe mai potuto rendere possibile quel blocco navale, quel “diritto di angheria” che gli inglesi avevano imparato ad esercitare fin dai tempi di Napoleone.