The Man in the High Castle

Secondo me è un’ottima serie e un bel regalo per gli abbonati Prime.
Gli effetti speciali sono buoni per una serie tv, specialmente quando bisogna rendere la Berlino Speeriana. Alcune invenzioni sono geniali: per esempio ci sono DUE narrazioni dell’ucronia dentro l’ucronia, quando il libro ne adotta una.

Juliana è il cardine attorno cui ruota tutto, “come un atomo”, ma alla fine esplode. L’ecpirosi finale della sua anima viene spenta (o ulteriormente accesa) da un disvelamento che annuncia la terza stagione.

Molte cose rimangono insolute, soprattutto l’accesso all’universo parallelo, lucido per il leggendario protagonista del titolo, e onirico per Tagomi.

Tagomi e John Smith sono i due protagonisti realmente commoventi della serie. Due punti fermi, due stazioni presso cui Juliana parte o arriva. Il loro fascino è nel rapporto con la loro famiglia, con le piccole abitudini domestiche, con i loro sentimenti intimi, e ciò è rappresentato da due attori di lunga esperienza.

Tagomi ha perso una famiglia che ritrova nell’ucronia del suo mondo, John Smith è talmente disperato (anche se non lo dà a vedere, nemmeno allo spettatore) da cambiare per sempre il corso degli eventi.

Le note dolenti per me sono quelle tipiche della recitazione americana, che ondeggia tra personaggi depressi o disperati e antagonisti sull’orlo della pazzia sadica: John Smith inganna (apertamente, dall’inizio del suo dualismo obergruppenfuhrer/padre di famiglia) proprio con questo dato di fatto, ma non sospettiamo che l’inganno (anche verso di noi) sia così radicale.

Segnalo inoltre alcune perdite di ritmo, e alcune scene di “inganno” che a me personalmente non piacciono molto, ma sono comunque funzionali alla narrazione. Danneggia pure questo saltare da una scena all’altra, non per la velocità, ma perché i luoghi narrativi sono spesso quattro, cinque, sei. Insomma, a volte è un po’ disorientante.

Il divertimento per il lieto fine è qui sostituito dalla “storia fatta con i se” e dall’immaginazione politica conseguente. I “resistenti” americani sono abbigliati come l’immaginario cinematografico (penso allo Stallone di Fuga per la Vittoria) ci consegna i partigiani francesi della Resistance. Le acconciature femminili della Costa Est sono effettivamente molto Hyannis Port, molto Camelot. Certe ambientazioni californiane riflettono comunque l’influenza orientaleggiante: penso alla luce che entra da finestre opache, come se non fosse vetro satinato ma carta di riso.
La stessa fotografia ne è influenzata: a est c’è il sole di Smallville, a ovest la cupezza della serie Gotham, che però ritorna anche su Berlino.
Persino alcuni temi del mondo nazista, come l’ecologismo, vengono citati, anche se non so quanto possa essere verosimile la presenza dell’LSD in certi contesti.

Insomma, la serie è godibile. Avrebbe avuto per me un miglior successo se fosse stata distribuita su canali convenzionali (il guardarla su tablet non aiuta…) e una maggiore verosimiglianza data la premessa iniziale che lo spettatore deve già accettare (“cosa sarebbe accaduto se…”), ovvero l’eccesso, la sospensione della realtà che diventa sistema.
Sono d’accordo con chi scrive che anche nella realtà di quel mondo Juliana sarebbe durata poco, ma se ci riflettiamo scopriamo che grazie a lei, alla sua presenza, sono gli altri spesso ad anticiparsi il proprio lutto. La bella ragazza che tutti amano (persino Thomas) è un fantastico grimaldello narrativo.

Cos’è realmente la Ue

La UE è la nuova Weimar tra Anglosassoni e Russia nel Great Game. Noi ci perdiamo in questioni ideologiche tra guelfi e ghibellini, ma dietro c’è sempre la geopolitica.
Per quanto riguarda Churchill, è stato tra i pochi a capire che Weimar non era altro che un mostro famelico, che nella sua versione hitleriana è stato alimentato proprio dagli inglesi. L’aristocrazia inglese e i Windsor temevano i russi, soprattutto nella loro versione bolscevica (ma quello ideologico rimane un dettaglio, un accessorio in un vestito) e fecero tanti accordi in barba ai trattati di Versailles, come l’accordo navale anglotedesco con il regime nazista, che permetteva alla Germania di riarmarsi. E l’annessione dei Sudeti. E l’anschluss dell’Austria, dopo aver assassinato il cancelliere filofascista.
Ma era la politica dell’equilibrio, del divide et impera. Solo che poi la Germania invece di litigare con la Russia ci fa un patto, non solo di non aggressione, ma anche di spartizione della Polonia.
E gli inglesi si sono sentiti traditi. Perché i tedeschi, la Germania, la Repubblica di Weimar hitleriana, non ha più chiesto il permesso a loro. Naturalmente non hanno dichiarato guerra alla Russia in modo diretto, anche se quella si annetteva mezza Polonia e, mi par di ricordare, la Finlandia, i paesi baltici ecc…
Churchill abbandonò la teoria dello stato cuscinetto sacrificabile, e sposò quella della cortina di ferro. O forse la inventò lui. Dopo aver coinvolto con due Sagunto navali gli USA in due guerre mondiali, l’Inghilterra riuscì a metterli in mezzo anche nella Guerra Fredda. Ma il gioco le riesce solo in parte, perché gli USA la costringono a rinunciare al suo Impero Coloniale, ossia al motivo delle guerre mondiali.
E siamo all’oggi. Dal 1989 al 1992 l’Impero Sovietico, quello di riferimento del PCI, fa default, forse anche per aver finanziato con soldi che non aveva Cuba e i comunisti italiani, togliendoli ai propri cittadini.
A quel punto in Italia c’è la rincorsa a chi è più filoamericano, solo che gli americani non finanziano il PD come facevano con la DC. Ma non è questo il punto.
Il punto è che la NATO si deve allargare a est PRIMA che l’orso russo si risvegli. Ecco perché la CEE diventa UE, ecco perché gli USA premono per far entrare Israele e soprattutto Turchia.
Ergo, questa UE non ha niente di ideale. Paga l’Inghilterra perché stia dentro (dai tempi della Thatcher) e ora paga anche la Turchia. Questa UE è la Weimar 2.0 e DEVE odiare la Russia, per esempio con le sanzioni.
Ma anche non tanto islamizzandosi, ma sunnitizzandosi. Ossia accogliendo in seno quel tipo di terrorista che in Russia aiuta gli indipendentisti ceceni.


“Se lo scopo fondamentale della cartografia è rappresentare le relazioni spaziali, non sorprende che molte delle mappe collezionate da Mode puntino a enfatizzare un senso di prossimità, o a volte di accerchiamento. Ne è un esempio questa carta diffusa dai nazionalisti tedeschi negli anni Venti, dopo il Trattato di Versailles che aveva costretto la Germania a pesanti concessioni territoriali. Semplicemente indicando le aree di cultura tedesca, spiega Mode, la mappa poneva le basi per la rivendicazione non solo dei territori persi a Versailles, ma anche di regioni che non erano mai appartenute al Reich, prefigurando le aggressioni che poi furono messe in pratica dal nazismo.” (testo di Repubblica / National Geographic Italia)

 

 

La differenza tra antisemitismo e antisionismo

La recente polemica innescata alle dichiarazioni del sindaco di Londra Ken Livingstone, un evidente comunista nelle simpatie internazionali, coinvolgono tutta la storia europea.
Credo che siano la dimostrazione tangibile che esista una enorme differenza tra antisemitismo e antisionismo.
L’Inghilterra non ha espresso, come ha fatto la Germania nazista, particolari sentimenti antiebraici che non fossero gli stessi che hanno portato dal medioevo in poi le nazioni europee a ghettizzare gli ebrei.
Però l’Inghilterra è stata in politica estera fortemente antisionista. Dapprima perché, e ciò fa riflettere sulla politica dell’appeasement, non solo in Europa ma anche in Medio Oriente promette tutto a tutti, combinando disastri epocali (tra cui la seconda guerra mondiale e la situazione attuale in Palestina, divisa di fatto in quattro entità).
E dopo, dopo cioè la perdita dell’Impero Britannico e dello status di Superpotenza, perché all’interno della neonata Onu si muove affinché Israele, ossimoricamente democrazia etnica (!), diventi una società multirazziale (soluzione che gli ebrei approvano per tutte le altre nazioni, tranne che per la loro, dove l’elemento per loro estraneo può coesistere con la maggioranza ebraica a patto che quest’ultima rimanga tale, “maggioranza” ed “ebraica”).
Al contrario la Germania nazista, certamente ed odiosamente antisemita, pur non essendo filosionista, come pure ha detto il sindaco di Londra, non ha mai espresso sentimenti antisionisti se non dal momento dell’incontro del Gran Muftì di Gerusalemme con Hitler.
In questo senso sono da ricordare alcuni elementi, minimizzati o non citati dalla storiografia ufficiale:
a) l’Haavara Agreement (minimizzato)
b) La soluzione di deportazione in Madagascar degli ebrei tedeschi (per non pestare i calli agli inglesi)
c) I due tentativi della Banda Stern (terroristi sionisti antiinglesi) di trovare nel nazismo un alleato, durante la guerra, e andati a vuoto per la succitata simpatia tra Nazisti e Gran Muftì. Ciò rivela una percezione, non filtrata dalla storiografia ufficiale, positiva del nazismo all’interno del terrorismo sionista. Quello stesso terrorismo sionista che a guerra finita organizza attentati contro governatori inglesi e inviati ONU.

Ma la più grande di tutte le differenze tra antisemitismo e antisionismo la si trova nella seguente frase di Ben Gurion: “Se avessi saputo che era possibile salvare tutti i bambini della Germania trasportandoli in Inghilterra, e soltanto la metà trasferendoli nella terra d’Israele, avrei scelto la seconda soluzione, a noi non interessa soltanto il numero di questi bambini ma il calcolo storico del popolo d’Israele.”