Il partito personale

Ci sono momenti, nella storia dell’uomo, in cui parrebbe che l’utopia democratica possa smettere di essere tale e farsi altro, sostantivarsi diversamente ma mantenere i migliori attributi.
Normalmente capita quando un popolo, acquistata una maggiore consapevolezza del proprio io collettivo, reclama per se la sovranità.
Questa era l’utopia che spinse i migliori uomini del Risorgimento Italiano, Garibaldi in testa, a lottare per far uscire questo Paese dall’ignoranza.

Ma non è facile. L’ignoranza dell’Italiano è dettata dalla sua supponenza, dalla presunzione che saper vivere significhi appartenere a un giro, o avere un padrone. L’Italiano, in altre parole, deride quelle individualità che hanno fatto grande il nostro paese perché esageravano nel ragionare con la propria testa. La genialità italica, quando si concretizza, ha infatti da pagare lo scotto dell’isolamento. Una sorta di maledizione (“nemo propheta in patria sua”) accompagna le biografie di gran parte dei personaggi che riempiono i nostri libri di storia e letteratura e arte patria.

Così, ci troviamo con una maggioranza di persone che ha fatto del litigio, dell’invidia, dell’avidità e del tradimento verso innanzitutto i propri congiunti una morale dominante, e una minoranza di persone che scientemente o meno si incaponiscono a credere negli ideali, quali che siano, e nel rispetto dei convincimenti altrui.

Scopriamo così, nei secoli, che tutto quello che di buono aveva costruito la maggioranza silenziosa del paese è dovuto a vizi privati, egoismi, particolarismi. Dal sistema delle vendite delle indulgenze che finanzia il Rinascimento finchè Lutero non lo smantella, alla Donazione di Costantino (falsa), dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini all’adesione superficiale, piatta, agli ideali e\o alla civiltà del vincitore di turno, fino all’adesione al sistema democratico (monco) attuale. Non è infatti un segreto che se in America ci fosse la teocrazia qui avremmo messo tutto nelle mani del papa, o se ci fosse la monarchia quel referendum avrebbe (brogli o meno, è li stess) avuto un esito differente.

Quanto sia superficiale l’adesione agli ideali democratici per certificare il proprio filoatlantismo (finché dura la moda americana, domani chissà…) lo dimostrano alcuni fatti pluridecennali. Della commistione allucinante che c’è tra esecutivo e legislativo ho già parlato, così come dell’incapacità da parte dell’elettorato italiano di far discendere la propria sovranità su diversi poteri (esecutivo, connubio tra Colle e Palazzo Chigi, giudiziario e monetario) che non siano il solo legislativo, frammentato in mille rivoli e senza vincolo di mandato.

La democrazia italiana è dunque di facciata perché commissariata, perché l’Italia tutto sommato ha perso una guerra che in realtà le è stata organizzata contro dall’Inghilterra, in maniera così complessa da rendere l’Europa un continente minore, un continente la cui unica prospettiva futura non è quella di un Grande Reich (e chi lo vuole?) ma di una Grande Svizzera (giacché l’Euro diverrà sempre più valuta rifugio a metà strada tra Dollaro e Riserve Auree).

C’è un altro mostro tuttavia che è stato partorito dal laboratorio politico italiano. Questo mostro, possibile solo in un Paese con una maggioranza silenziosa che traffica nell’ombra, che vive di piccoli espedienti, che va ipocritamente a messa per salvare la faccia, che inventa il perdono e la colpa religiosi per poter ottenere autoassoluzione dalla giustizia terrena, e ne fa una religione scaramantica che invade il mondo, che infine si lamenta di quei potenti a cui faceva spontaneamente da serva fino al giorno prima, questo mostro dicevo è il partito personale.

Ora, non so se vi è già venuto in mente. L’Italia rinascimentale si divideva in Signorie in combutta tra loro, perché al solito siamo un popolo litigioso. Il territorio delle Signorie corrisponde grosso modo a quello delle Regioni Amministrative di oggi, e anche il campanilismo sfoderato dalla gente comune in occasione della tanto paventata abrogazione di alcune province ha storia plurisecolare.
Tra questi staterelli si muovevano i capitani di ventura, con il loro seguito.

Ecco. La politica italiana dal 1919 in poi è sempre stata così. Da un lato le Signorie, ovvero i partiti plurali, divisi in correnti, ma sempre con riferimenti esteri (e l’URSS ci farà bancarotta per tutti i soldi dati al PCI, oltre che a Castro). E dall’altra i Capitani di Ventura, i Lauro, i Giannini, i Pannella, i Di Pietro. Tutti con il mito, chiamiamolo di Francesco Sforza, ossia del Capitano di Ventura che diventa Signore, e che nella storia dei partiti ha due moderni “campioni”: Mussolini e Berlusconi.

Quindi, cesariani o pompeiani, sillani o mariani, berlusconiani o antiberlusconiani, la cifra dei mali italici è sempre la stessa: dividersi interessatamente per avocare a sè ciò che è bene altrui, spesso del proprio compaesano, del proprio fratello, con il mito di diventare Signore e Padrone, o quantomeno di averne uno. Lo schiavo non è schiavo del padrone quanto il padrone lo è dello schiavo. Il padrone che si libera dello schiavo va appeso a testa in giù e deriso, perché è diventato improvvisamente inutile. C’è un istinto bassamente femminile in tutto questo, e in fondo chi è che diceva che “la folla è femmina, ama essere posseduta”?

Ma questo basso istinto italico si è dimostrato funzionale alla nostra pseudodemocrazia eterodiretta: i partiti personali, così come le correnti sempre personalistiche dei partiti maggiori, non potevano assolutamente accettare qualsiasi tipo di democrazia interna, pena la scomparsa. Questo perché la maggioranza dei cittadini del nostro paese è suddita e si rifiuta di accogliere nella propria vita pubblica diritti e doveri che la cittadinanza in una democrazia compiuta comporta.

L’ultimo esempio in questo senso è Fare. Fare, in cui ho militato, non ha mai avuto alcun tipo di democrazia al proprio interno. Dal candidato premier (Oscar Giannino) all’ultimo coordinatore di comitato, ogni personalità è sempre stata autoreferenziale, autonominata, autoassolutoria. Questo, in un elettorato del partito entrato in seguito all’innamoramento per il dandy, è suonato nelle orecchie per autorevolezza, ma non lo era.

Giannino ammette, con un post su Facebook, che lui e non organi democraticamente eletti cercava di fare sintesi di diverse esperienze e volontà politiche. I commenti, in cui non interviene (pur autonominandosi, arigain, servo dei servi di Fare), non entrano più di tanto nello specifico ma esprimono quello stesso innamoramento politico di prima delle elezioni. Si confonde cioè il bene del Paese con l’organizzazione dello strumento (il Partito, e non c’è il tempo) e la sua struttura verticistica.
In un fattivo, l’elenco delle priorità avrebbe visto al primo posto cosa si potesse fare per il Paese, e successivamente cosa si potesse fare per il Partito, ammesso che fosse un’arma ancora capace di non mancare l’obiettivo.
Così non è stato. Siccome ripetere giova, perché scovi chi persevera, anche in Fare così come in altri partiti (mi immagino lo sbandamento di Rivoluzione Civile…) si è persa definitivamente la bussola. Proprio ciò che rende quella struttura inutile e incapace di determinare alcunché è la sua scelta sbagliata di dare importanza innanzitutto al Congresso e ai regolamenti interni (e, lo so perfettamente, le idee di un semplice attivista non contano nulla) anziché mettere da parte il tutto e domandarsi cosa fare, pur nella sconfitta, per il bene dell’Italia.

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Differenze geopolitiche tra regimi totalitari

Il manifesto della razza e le leggi razziali furono emessi tutti 16 anni dopo la marcia su Roma. Nel frattempo, la Gran Bretagna aveva derogato al Trattato di Versailles concludendo un patto bilaterale con la Germania hitleriana sul riarmo della flotta marina tedesca, dopo i negoziati che già la Repubblica di Weimar aveva avviato con Londra.

Mussolini era alleato con la Francia e l’Italia aveva una unione doganale con Austria e Ungheria, che saranno le uniche due nazioni nel 1936 a votare contro le sanzioni per l’invasione dell’impero etiope, che però non poteva essere a sua volta membro della Società delle Nazioni perché legittimava la schiavitù (che scomparirà, forse anche per propaganda, sotto il fascismo).

I Trattati di Versailles vietavano a Weimar anche l’Aschluss dell’Austria, contro cui la repubblica weimeriana prima e Hitler dopo lavoreranno sempre.

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Il pangermanesimo è movimento antecedente sia a Weimar sia al nazismo.

 

La politica europea della Gran Bretagna, improntata all’equilibrio (ossia al divide et impera) nel primo dopoguerra deve andare evidentemente contro Versailles. In questo conteso cresce il bubbone nazista. Gli alleati, con Mussolini recalcitrante, e la Francia subordinata a Londra, invece di dividere il suolo tedesco in zone di occupazione (come pure Roma chiedeva) nel momento in cui l’asse Londra Berlino diventa preponderante su quello Parigi Roma Vienna Budapest, permettono alla Germania di diventare la potenza egemone del continente, con annessioni illegali.

Perciò Mussolini schiera truppe al Brennero e si oppone al possibile revanscismo tedesco, di cui teme di essere il primo sfogo. Tutto il resto è propaganda fascista che oggi fa intendere a filo e antinazisti che Italia e Germania fossero negli anni Trenta nazioni amiche. Ma le colonie italiane sono tutte attorno alla rotta Londra Suez India, e questo è un movente sufficiente a scatenare il bis della prima guerra mondiale.

L’idea che uno si fa cioè è che la Gran Bretagna, preoccupata dalla diga possibile (mare nostrum) che il giovane (e antiemigrazione interna) colonialismo italiano potrebbe opporre alle sue rotte commerciali con il proprio quarto di pianeta, abbia spinto la Germania alle diverse annessioni per poi deviarla verso il sud Tirolo e l’Italia stessa. In parole più semplici, Londra toglie guinzaglio e museruola a un mastino bastonato e umiliato sperando che morda per lei.

Alcuni punti.

  • Hitler era austriaco e non tedesco (e Hitler e Mussolini venivano e si legittimavano per l’aver combattuto su fronti contrapposti).
  • Hitler aveva una politica estera austroungarica e non tedesca (in poche parole, niente colonialismo outremar ma ostpolitik, e lo scrive in prigione nel Mein Kampf, e un servizio segreto abituato alle Mata Hari non poteva non interessarsene) che faceva tanto contenta l’isola britannica e molto poco il continente europeo.
  • Dato inconfutabile: sono quei due galauter (governatori) che per conto del Reich (e chi era la nazione capo del Reich tedesco sotto gli Asburgo? l’Austria) governano in quanto territori tedeschi Trento e Trieste durante l’occupazione tedesca in Italia (vedi l’omonimo tomo di Lutz Klinkhammer), esito scontato che Mussolini (deprimendosici con la propria volontà di potenza annichilita) tenta di contenere durante tutti gli anni Trenta. Per esempio Mussolini, non so se consapevolmente o meno, fa sua la proposta di Keynes di azzerare il debito pubblico tedesco in quanto possibile fonte di nuovi lutti.
  • Hitler cioè, nel suo pangermanesimo di origine austroungarica, non coltiva tanto nel cuore il revanscismo tedesco quanto il proprio revanscismo austriaco, di cui l’Italia è la prima vittima designata dopo esser stata non solo la prima colpevole (ma la Triplice Alleanza era solo difensiva e non offensiva) ma la prima beneficiaria del crollo dell’Impero Viennese cercando di sostituirsi ad esso come nazione di riferimento nei Balcani.
  • Il revanscismo tedesco è invece funzionale per le masse tedesche (che questa politica austromaniaca prende in prestito persino nelle pulizie etniche) perché sostituisce ogni riferimento a Roma nella copia pedissequa e di facciata che il nazismo fa del fascismo italiano. Le masse italiane, abituate a non approfondire le questioni, non si rendono conto che l’apprezzamento per il proprio regime da parte delle potenze straniere è anche un modo per misurarlo, nel valutarlo non come pericolo ma come concorrente sui mercati internazionali. Resta da capire se la vicinanza folkloristica e ideologica di questo periodo tra i due regimi sia un’idea interna al nazismo o suggerita furbescamente da fuori, come punto da realizzare in cambio ai finanziamenti occulti al partito nazista in fieri.

Se non puoi combatterli fatteli amici. Mussolini c’ha provato con Hitler. Anche approvando ideologicamente (e rinunciando, e non poteva non saperlo tramite OVRA, a menti brillanti come Enrico Fermi, che non diventa improvvisamente genio di armi militari definitive toccando il suolo americano) le leggi razziali. E qui un appunto: l’impero romano è noto per l’integrazione, addirittura per l’editto di Caracalla. E gli italiani negli anni trenta non pensavano a fare soldi in Etiopia, bensì a sposarsi le etiopi.

Di fronte il duce aveva Londra e Parigi che godevano del suo progressivo indebolimento, e la prima era la nazione che aveva armato la pistola nazista e la sua politica estera. Perché Hesse, angloegiziano di nascita, vola a Londra?

Non dobbiamo solo ragionare col senno di poi, per cui la persecuzione degli ebrei è esecrabile e quella di zingari e omosessuali non altrettanto celebrabile, o i dieci milioni di nativi americani dimenticabili perché genocidio antecedente al novecento, anche se molto più fondativo della nostra epoca.

Dobbiamo anche riflettere su quello che quegli esseri umani in quell’epoca sapevano di se stessi, il loro passato e il loro vissuto. E in questo senso il presente può essere parte di una chiave che ci apre meglio il passato.

Gli Italiani non conoscevano Mussolini per essere il duce (DUCE ERA GARIBALDI) ma per essere un giornalista socialista che “pazzamente” aveva rotto il fronte comune antiniterventista, e grazie a quella che poi sarà in parte vista come l’ultima guerra risorgimentale si era autonominato duce e girava l’Italia offrendo comizi-spettacoli gratuiti (e questo è molto somigliante a Grillo). Ci sono molti video dell’Istituto Luce su You Tube che andrebbero analizzati al di qua della propaganda anglo americana, cui si può essere favorevoli o contrari. Come in Palestina, laddove i nemici in guerra si accordano segretamente per continuare a farsela, perché altrimenti dovrebbero costruire e semiticamente hanno notevoli difficoltà culturali a farlo, e i fatti e i morti anche innocenti e anche kamikaze sono lì a dimostrarlo, anche qui le opposte fazioni vogliono lo status quo del male assoluto.

La nostra costituzione è antifascista ma non specifica che la lotta politica violenta, le ingiurie agli avversari politici, la discriminazione politica (Berlusconi che spolvera la sedia VS Ruotolo che non stringe la mano) e le Stragi di Stato sono esecrabili (e potrebbero anche dirsi fascismo, se ciò può servire alla nostra democrazia a perfezionarsi un poco e stare al passo delle altre). Ma non lo fa, perché è stata scritta in realtà sotto dettatura. Piena di promesse come Berlusconi non potrebbe mai (e si è visto quando Benigni l’ha spiegata: tutti quei verbi propositivi sono degni di un trattato utopico) viene in realtà disattesa nella prassi soprattutto quando tocca punti che il filoatlantismo contingente non permette di vedere attuati.

Gli italiani, nella gran parte, non erano colti, e andavano affollando le adunate oceaniche per divertimento. Guardate i videoclip: sono troppe quelle persone.

E il roboante: “E anche sulla questione della razza noi tireremo diritto!” suona come una resa a cose molto più grandi dell’Italietta di allora.

Cosa accade a un paese europeo che ha vinto la guerra, ch ha buona parte della popolazione esterofila (“Con la Franza o con la Spagna pur ché se magna” e del resto la nostra tv ci tratta come un popolo che teme la fame), verso cui per una ragione o un’altra le altre vincitrici scagliano un lupo rabbioso?

L’Italia di allora aveva alcune linee guida di politica estera (=geopolitica) che condizionano pesantemente il quadro complessivo: un colonialismo all’altezza delle altre nazioni europee, la vittoria mutilata come tema da recuperare lentamente, l’emigrazione da contenere e magari dirottare verso le colonie in Africa, una situazione balcanica instabile in cui giocare le proprie carte per le terre irredente stando attenta che non sorga una nuova potenza austroungarica (ciò che al contrario cerca di fare Hitler l’austriaco).

L’unico austriaco che dovrebbe essere simpatico ai neofascisti di oggi dovrebbe essere Dollfuss. La simpatia per Hitler è stato il boccone amaro che il tardo fascismo ha dovuto ingoiare e far ingoiare ai propri sostenitori, al punto di dover propagandare l’idea che noi tradimmo Germania e Austria nella Prima Guerra Mondiale, quella guerra di liberazione di Trento e Trieste fortemente osteggiata dai nostri socialisti e fortemente pubblicizzata dal Mussolini giornalista.

Ma è davvero illecito tradire lo straniero che spadroneggia in casa mia? Come ci si deve comportare con un tedesco che vuole a tutti i costi essere invasore? In parte la Seconda Guerra Mondiale è stata la rivincita che gli austriaci si sono voluti prendere sulla nostra Quarta Guerra d’Indipendenza. La Repubblica di Salò infatti non vedeva tra le proprie terre amministrate Trento e Trieste, passate nuovamente sotto mano straniera.

In parte invece è stato l’ottimo servizio che la superpotenza di allora, la Gran Bretagna, fece a una potenza regionale emergente, l’Italia. Nel febbraio 1940, l’Italia era ancora neutrale: la Gran Bretagna le organizzò contro un blocco navale, cosa ben più seria delle “sanzioni” che la Società delle Nazioni, pure burattino inglese, esercitò contro il nostro Paese. Quel blocco non colpiva semplicemente la nostra capacità bellica: divenimmo improvvisamente dipendenti dalla Germania per le materie prime, in particolare il carbone, necessarie alla nostra economia civile. Fummo ulteriormente messi tra le braccia dell’ “alleato” nazista, e fu chiaro che un “mare nostrum” alla fascista o comunque alla italiana non avrebbe mai potuto rendere possibile quel blocco navale, quel “diritto di angheria” che gli inglesi avevano imparato ad esercitare fin dai tempi di Napoleone.