Su Umberto Eco

Sono un fan di Umberto Eco, da quasi vent’anni.

All’inizio degli anni novanta, quando noi si andava per tutto luglio al mare, a Cattolica, acquistavo a metà prezzo libri scritti da Eco di cui per me era ancora troppo presto avere comprensione. Cattolica aveva anche un suo centro studi, e mi ricordo che una volta ci entrai per cercare qualche videotestimonianza su Eco, e effettivamente qualcosa trovai.

Sempre a Cattolica parlai una volta con un prof di lettere, un bolognese di mezz’età suo ex allievo, il quale mi disse che alle lezioni universitarie a metà anni ’70 Eco parlava con una certa avidità sulla scena letteraria del prossimo ritorno del romanzo più o meno velatamente autobiografico.

Qui vengo al punto, che è poi ciò che mi interessa. Magari ogni romanzo di Eco fosse un insieme di generi e di topoi letterari come lui stesso, in quanto direttore editoriale di Valentino Bompiani per tanto tempo, cerca in modo più o meno velato (e due) di rappresentare al mondo e in fondo a se stesso. Purtroppo non è così. Non c’è distinzione possibile per un lector ansioso di vivere la sua fabula tra una dotta ispirazione e la volgare scopiazzatura. Tutto è un caleidoscopico rimando, che nella migliore delle ipotesi è penosa abitudine dell’accademico uso al saggio su altre accademie e su altri accademici. No, decisamente è fuori strada un libro di un dotto autore che incanta e seduce e però poi, fatte le opportune verifiche, acquisite le molte (se non tutte) fonti di ispirazione, quando noi si ritorna a casa troviamo essere solo un nucleo di poche pagine, banali e stiracchiate al massimo. E in ciò è complice anche la formattazione e l’impaginazione editoriale: se il Nome della Rosa, libro che nonostante i cinquant’anni di età scopriamo Eco affrettarsi a scrivere, è fitto di parole e di righe per pagina, proprio per la molteplicità di “fonti di ispirazione” raccolte nella vita precedente, gli ultimi romanzi sono molto migliorati sul piano della leggibilità e della leggerezza. Mettendo però in risalto proprio la pochezza strettamente narrativa, il plot, la scansione profonda dei luoghi e dei paesaggi, che evidentemente vengono sostituiti da libri, elenchi, citazioni e sunti di situazioni storiche. Più che postmoderno dovremo parlare allora di poststorico, nel senso che non è tanto importante la storia che si vuole raccontare quanto la cornice dotta spesso pesante perché multipla nella quale viene inscritto l’intreccio.

Insomma ho imparato che i libri parlano di altri libri, e il più delle volte mentendo. Ma la menzogna può anche equivalere a GLORIOSO ATTIMO DI VERITA’ + COMMENTI POSTERIORI e dunque un libro che parla di altri libri è di essi cassa di risonanza mentre s’impegna a rappresentarsi e a autoincensarsi.

E tutto questo a dire che non credo molto agli argomenti dell’articolo – http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/06/il-nome-della-rosa-e-i-misteri-della.html – anche se riconosco in essi un’indubbia presa sulle menti, tra le quali colloco la mia, che nel momento in cui vogliono sospendere la realtà ricercano il complotto universale. Motivo di somma, ulteriore delusione che da lettore ho avuto sugli ultimi romanzi di Eco, proprio per memoria della gioia vorace con cui ho letto e riletto i primi due.

Ma perché parlo di autobiografie? Perché tutto, la passione per il medioevo, per la politica, per la semiotica, per Dumas, per gli sbagli dei fascisti che un uomo di sinistra non può non denunciare, autodenunciandosi tuttavia in quanto preadolescente incapace all’epoca di ribellarsi in modo compiuto… e persino per l’ambiente goliardico universitario bolognese permettono a Eco, come forse ha evidenziato il nipote Roberto Cotroneo nel cortosaggio “La diffidenza come sistema”, di parlare comunque di se stesso, della sua infanzia e di quella che in fondo è la sua vita. Per esempio tutti i romanzi hanno a che fare con Alessandria, il Monferrato, la nebbia che gli fa un po’ da madre terra. Baudolino è il nome del santo patrono, ma con qualcosa da dire sul carattere di questi piemontesi emiliani. La ricorrenza del 5 gennaio, tanto comune nelle opere del Nostro, che oltre ad essere la vigilia dell’Epifania è il suo genetliaco.

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Ho incontrato Umberto Eco una sola volta, per un autografo, il 5 febbraio 1999. Non che abbia memoria prodigiosa, ma era un convegno, e ne tengo la pubblicità nello stesso libro che riporta la scarna dedica. Però devo dire questo. Io sono, verbalmente e per iscritto, un logorroico. I libri dei famosi tre scaffali di Eco che possiedo sono spesso zeppi di appunti e note a margine. Più il libro mi prende e più restituisco al mare gli oggetti che mi ha portato ai piedi. E il romanzo più apprezzato, almeno stando a questo metro, è il Pendolo. Sia di esso sia del Nome della Rosa ho svariate copie, anche in inglese, francese e catalano. Per far bella figura però mi portai, perché andavo a quel convegno con il chiaro intento di strappare un autografo a uno dei miei scrittori preferiti, l’unica copia che avevo dell’Isola del Giorno Prima, che nonostante avesse qualche scarabocchio qua e la conservo ancor oggi come mamma Bompiani l’ha fatta.

Ebbene, prima che inizino i lavori mi presento da Eco e chiedo umilmente una dedica. Eco: “Ma qui, davanti a tutti!” forse quasi urlando, ma senza alcuna presenza di sdegno nel tono di voce, anzi quasi compiaciuto. Io: “Se vuole l’aspetto fuori” Eco: “Facciamo in fretta” e porgo il libro aperto alla seconda di copertina. Lui lo prende e comincia a sfogliarlo. “Ma qui è scritto tutto” e lo prende da parte, nascondendomelo alla vista. Ora, si sarà capito, quando un autore scrive “Opera Aperta” o “La Struttura Assente” parlando di livelli di lettura, di smontaggio e rimontaggio dei meccanismi narrativi, come se insegnasse non una disciplina delle famigerate e moderne Scienze Umane ma, per dire, Ingengeria del Best Seller è ovvio che si presta a essere smontato o “decostruito”, analizzato, citato (“chi critica un’autorità diviene esso stesso un’autorità”). Che poi uno lo faccia bene o male, da energumeno della semiotica greimasiana più spinta o invece, come me, da lettore dilettante di testi di qualsiasi genere, e spesso più avanti della propria comprensione, non importa. L’importante è farlo seriamente, e credo che la seria stupidità e ingenuità di quelle note fosse stato uno shock per il malcapitato.

Leggere quegli appunti affatto incensatori nei riguardi della sua opera più tropicale lo aveva di fatto ridotto al silenzio. Da parte mia me ne sentivo un pochino in colpa e chiesi, proprio perché non riuscivo a resistere all’avidità di avere fra le mani un nuovo giocattolo da smontare e rimontare: “Quando uscirà il suo prossimo romanzo?” ed Eco: “E chi lo sa, anche fra dieci anni!” ed io, a testa bassa: “Spero di essere ancora vivo” riducendo lo scrittore a un silenzio definitivo.

Silenzio che ho misurato, perché dopo aver avuto indietro la MIA copia del SUO romanzo, sono stato oggetto dello sguardo fisso di Eco per una decina di minuti buona, sguardo che ho cercato di accantonare facendo cenno di ringraziamento una prima volta, ricambiato, e siccome l’osservazione del piccolo insetto che evidentemente ero proseguiva, anche una seconda volta, ripetendo tra noi il rituale. Tutto ciò è stato interrotto dall’inizio dei lavori del convegno, ubi maior minor cessat, durante i quali il professor Morcellini fece la famosa gaffe parlando dell’attuale Repubblica Spagnola davanti a non so più quale personalità castigliana.

Lego la nada a nadie. Lascio questi scritti, non so più intorno a chi, o a che cosa. Ma nell’attesa m’accorgo che fa freddo nello studiolo, a forza di scribacchiare il pollice mi duole. Allora guardo fuori e ammiro la collina. È così bella.

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La mia rece al Pendolo di Foucault

Il Pendolo di Foucault è il secondo romanzo di Umberto Eco. Uscito nel 1988 per i tipi della Bompiani, casa editrice con cui Eco aveva già un pluridecennale rapporto, è ambientato negli anni della biografia dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni ’80.

Esattamente come il romanzo precedente e come quelli successivi, la capacità affabulatoria viene a stemperarsi nelle note autobiografiche che Eco attribuisce ai diversi protagonisti del Pendolo. Il trio di amici e colleghi di lavoro Casaubon-Belbo-Diotallevi è la trasposizione della realtà: per un periodo di tempo Eco aveva uno stretto rapporto professionale con due suoi colleghi. Altro esempio: l’episodio del libro sui metalli raccontato per immagini è vero.

Intreccio

Casaubon, l’io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista della cultura letteraria a Milano. Attraverso una serie di eventi, trova nel mito del templari la sua vera raison d’etre culturale e professionale. Ma da tale mito si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della c.d. civiltà occidentale. Attraverso la scoperta di questi filoni facciamo la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, alcuni buoni, altri meno, ma tutti interessati a qualcosa. L’avidità di ottenere ciò che i vari protagonisti cercano manda in malora i buoni e i cattivi più deboli, per così dire. Casaubon, Belbo e Diotallevi, infatti, da un puro gioco traggono il Piano-Complotto la cui “sgangheratezza” (v. ciò che pensa del film Casablanca Umberto Eco) contribuisce a renderlo verosimile all’avido Agliè, in cerca di uno scopo verso cui indirizzare la piccola (?) società segreta paramassonica che capeggia.

Milano, tratteggiata con evidente nostalgia, e la campagna attorno ad Alessandria, in cui la nostalgia è un po’ più artefatta, sono i luoghi italiani in cui si snoda il vissuto del libro e sono uno dei punti in comune tra Il Pendolo di Foucault e La Misteriosa Fiamma della Regina Loana. Parigi è insieme inizio e finale del narrato, il cui epilogo è però consumato da Casaubon nella rassegnata attesa dei sui nemici in una stanza del vecchio casolare di Belbo. Quest’ultimo aspetto è un tratto in comune ai cinque romanzi scritti da Eco: ciò che li rende autenticamente biografie, anche se fittizie, è il loro concludersi con la morte del protagonista-io narrante.

Il Pendolo di Foucault è opera totalmente disorganica, frammentata al di là del suo centinaio e passa di capitoletti. È piena di citazioni le quali, oltre ai riferimenti autobiografici, minano considerevolmente l’originalità della scrittura in sede di fruizione da parte del lettore. Ma la bravura di Eco sta nel come ha assemblato il tutto, mentre aveva annunciato in tempi non sospetti il suo progetto di romanzo biografico, che va a unirsi in tempi di riflusso a tematiche assolute quali il medioevo o l’esoterismo.

Assieme al Nome della Rosa, il Pendolo è da considerarsi romanzo maestro. Parte da dove l’altro aveva terminato e finisce ai giorni nostri, anche se da allora sono passati vent’anni. Eco ha scritto anche altri tre romanzi, l’ultimo dei quali è da considerarsi il più interessante sia per il paratesto sia perchè per la prima volta lo scrittore non consuma i suoi sette canonici anni per mandarlo in tipografia, e quindi può a ragione essere visto come più sentito.

Ma è nei primi due che il tratteggio di un mondo a noi parallelo risulta più felice. Gli altri tre ritornano su quei periodi storici e sembrano non captare più l’entusiasmo dello studioso. In un’epoca che va riscoprendo il libro corposo, enciclopedico, totale, e pieno di rimandi – esempio classico rimane Il Signore degli Anelli di Tolkien – il secondo romanzo di Eco è tomo da non sottovalutare.