I fotografi progressisti

Nel mio precedente post ho fatto un riferimento ai fotografi progressisti (di sinistra, comunisti ecc…), ovvero i presunti tali, che qui vorrei spiegare meglio.
Come il politico comunista, l’attore comunista, l’intellettuale comunista, il fotografo comunista tende ad accumulare ricchezza perché ne ha diritto, un diritto (di proprietà) che però nega agli altri.
Ma c’è di più. Il fotografo di sinistra fa mercato delle sue foto di denuncia, quando ne produce. Ossia specula su chi avrebbe tutte le ragioni per dichiararsi progressista. Specula sul povero, sul sottoproletariato, sul malato di aids, sugli indios in Amazzonia, sui migranti ecc…
Lui va lì, imbastisce se può, deve, vuole, uno studio fotografico improvvisato (collaboratori, luci ecc…), fa i suoi scatti, fa la sua figura, e poi torna, pubblica, incassa prestigio e soldi, e non ha risolto nulla. Anzi.
Anzi avrà sempre bisogno di chi dipende in tutto dagli altri, di chi non ce la fa, degli sfortunati.
Così come il PD è il partito che candida i parenti dei morti ammazzati, speculando consenso sulla morte, così il fotografo impegnato afferma il suo successo sugli zombie della società che lo paga e lo plaude, sugli intoccabili, sull’esotismo miserabondo che esteriorizza la miserabilitudine del suo essere.
E se vai a scavare troverai realmente la grettezza e l’acredine verso il prossimo, mentre profitta della generosità di chi ha solo i propri resti carnali da dare.

La parabola di Fare

Io ho una mia opinione su ciò che avvenne.
C’era da impedire ai grillini non solo di essere parte del Governo, ma anche almeno di avere praticamente tutte le presidenze di commissione parlamentare, che di solito capitano all’opposizione.
Vennero messe su tre liste civetta per intercettare il voto di protesta e impedire che confluisse nel M5S.
SEL lo era del PD (IDV, identico strumento di un Veltroni che diceva di non volersi alleare con nessuno, a sta tornata intanto moriva…). Fd’I lo era del PdL (Berlusconi non fece alla Meloni la guerra che fece sia a Fini che ad Alfano, mentre i colori di AN andavano a sto partitino). E infine Fare (fatta di prof allocati dall’alto e non eletti in alcun modo da noi) lo fu di Monti.

Avvenne che mentre le prime due liste civetta giocavano di rimessa, FARE arrivava alla vigilia del voto con sondaggi che la accreditavano addirittura del 7%, mentre gli stessi sondaggi dicevano a Bersani che il disegno post elezioni di smollare SEL (cosa immorale, visto che il PD veniva premiato elettoralmente in quanto coalizione rispetto al M5S) e mettersi con Monti era impossibile (e fu ciò che provocò la scissione del PdL dopo la cacciata di Berlusconi dal Senato e la sua non agibilità politica).
Qualcuno sapeva che Monti, questo nosferatu delle tasse, non avrebbe saputo prendere i voti del centro, né quelli che gli portava in dote la sua presidenza a Palazzo Chigi, né quelli dei vari Fini e Casini (nonché il Montezemolo con cui Fare voleva avere qualche rapporto). Ecco perché si scelse il decapitabile Giannino ed ecco perché Boldrin fece tutto quel casino con la DN che cercava di salvare il salvabile e poi rimasto solo al timone invece di aggregare voti ha finito per distruggere il pochissimo rimasto. Ed ecco perché Zingales fu premiato con il posto di consigliere di amministrazione all’Eni.
D’altronde Fare era pieno, nella sua sezione romana, di statali. E gli statali non pensano certo al taglio dei loro stipendi.

Però questa è una mia ricostruzione.

Una politica schizoide

Torno a scrivere dopo qualche settimana di vicende che, se si trattasse di una partita di calcio, sarebbero al cardiopalma. In questi giorni ci sono stati continui capovolgimenti di fronte, tra due candidature opposte (Marini vs Prodi) e la successiva rielezione di Napolitano (che della casta è espressione da sempre), il secondo governo di scopo, stavolta pienamente politico, tra PD e PdL, con a capo il nipote del factotum di Berlusconi e come vice un suo avvocato.
L’alleanza tra PD e PdL è un trait d’union della politica di partito di Berlusconi, a cui teneva fin da prima della discesa in campo, ma è stata propiziata dal progressivo autoallontanamento del suo nemico di sempre, quello che chiama la tessera numero uno del PD, e alla cui residenza fiscale svizzera allude quando parla di meritarsi una medaglia per tutte le tasse pagate dal gruppo Fininvest.
E poi ci sono stati altri colpi di scena: per esempio il primo ministro nero, zittito dai fatti di Milano, ed è cronaca di questi giorni, dove un picconatore ghanese fa tre morti e dimostra nei fatti ai populisti di sinistra che per essere impiegato pubblico bisogna aver studiato, e che l’analfabetismo anche se di colore non va premiato mai.
O come la presidente della Camera, che manda la polizia a casa di un giornalista per una foto nature che ritrae altra donna, presumibilmente non italiana. Cosa che nemmeno la Merkel, oggetto di simile scherzo pochi giorni prima, ha avuto in mente di intraprendere nei propri confini.
E’ particolare il caso della Boldrini: coloro che ha aiutato in passato rimangono lì, in attesa di altro aiuto. Un aiuto che le ONLUS offrono con i nostri soldi da almeno trent’anni, e che non produce il risultato di avere nazioni africane che camminano con le proprie gambe, un aiuto cioè che si autogenera, malato, anziché eliminare la propria necessità.
E grazie a questa taumaturgia alla rovescia, attraverso il cui profluvio legittimante il bambino povero non rinuncia alla propria corona di spine, chi aiuta nelle modalità che ho descritto assume responsabilità di potere e teorizza la non criticabilità da parte del corpo elettorale del proprio operato, ovvero la propria impunità.

Ma la Boldrini è lì come foglia di fico di un’alleanza PD-SEL che non aveva probabilità di sfociare in un governo. SEL senza quell’alleanza non sarebbe mai entrata in Parlamento; il PD dal canto suo sin dai tempi dell’alleanza veltroniana con l’IDV sa che porta voti ai suoi alleati, sa cioè che l’alleanza con SEL avrebbe tolto un po’ di voti al Movimento 5 Stelle.
In altre parole, quello che sto dicendo è che ciò che la base del PD immaginava su Renzi (che tatticamente s’è messo apertamente su una posizione di non alleanza con il PdL) è stato compiuto, con Monti prima e con Letta poi, dalla “classe dirigente”, ossia dalla casta derogante e inamovibile piddina.

In tutto questo, come ragionano gli italiani che hanno deciso di non emigrare? Semplice: hanno visto che i grillini sono semplicemente dilettanti allo sbaraglio, che Grillo per quanto bravo nel comandare non ha legittimazione sul centinaio e passa dei suoi parlamentari, che la democrazia interna del M5S è risibile. In altre parole, l’unica risposta con sommo smacco per chi scrive è sempre la stessa, e spiega in parte l’accelerazione dei processi che la vedono imputata.

Le ragioni di Renzi

Scrive Anna Finocchiaro su FB:

“Non mi sono mai candidata a nulla. Conosco bene i miei limiti e non ho mai avuto difficoltà ad ammetterli. Ho sempre servito le istituzioni in cui ho lavorato con dignità e onore, e con tutto l’impegno di cui ero capace, e non metterei mai in difficoltà né il mio Paese, né il mio partito. Trovo che l’attacco di cui mi ha gratificato Matteo Renzi sia davvero miserabile, per i toni e per i contenuti. E trovo inaccettabile e ignobile che venga da un esponente del mio stesso partito. Sono dell’opinione che chi si comporta in questo modo potrà anche vincere le elezioni, ma non ha le qualità umane indispensabili per essere un vero dirigente politico e un uomo di Stato.”

da Dagospia

Questo brano contiene alcune inesattezze ed è esso stesso un attacco ingiustificato e cattivo, da cui diventa comprensibile l’amarezza di Renzi. Vediamo il perché.

Scrive la Finocchiaro: “Non mi sono mai candidata a nulla”. Non è vero. La forma forse sarà salva (tutti possono raccontarci e raccontarsi che hanno accettato delle proposte di candidatura, non che si siano offerti spontaneamente) ma non lo è certamente la sostanza.
E’ innanzitutto emersa negli ultimi anni una metodica per il ricambio generazionale che vede nel limite di 2 candidature (M5S) o 3 candidature (PD) la possibilità da parte dell’elettorato italiano di apprezzare nuove candidature. Secondo questa regola interna, e purtroppo non ancora legge o articolo di legge all’interno di qualsiasi sistema elettorale, molti dei “maggiorenti” storici del PD non potevano essere candidati. Il PD si è trovato a dover escogitare delle eccezioni nemmeno tanto bizantine: personalità come la Bindi o la stessa Finocchiaro sono ancora lì IN DEROGA.
Altri, fra cui gli stessi fratelli coltelli D’Alema e Veltroni, hanno avuto il buon gusto di intascare la liquidazione da parlamentare (attorno ai duecentomila euro) prima che Grillo facesse approvare qualche espropriazione retroattiva, e si sono ritirati.

da Chi

La Finocchiaro, in particolare, è apparsa inoltre sulle cronache dei quotidiani per essere stata prima presa dai dubbi, verosimilmente di fronte al ritiro di gran parte della sua generazione di “cavalli di razza”, per poi autoconvincersi a collezionare una nuova elezione, magari a scapito di un candidato renziano.

Ma, ammesso che non si sia né autocandidata né candidata al Colle, preoccupa la sua reazione per un rimprovero che qualsiasi elettore italiano, in tempo di crisi, poteva farle. “Mettere in crisi il mio Paese e il mio Partito” è proprio quello che è successo, quando s’è fatta beccare all’Ikea mentre gli uomini della sua scorta, pagati dalla collettività per difenderla, venivano invece usati come facchini per risparmiare sulle spese di trasporto che, come sappiamo tutti, Ikea offre come opzione facoltativa.

da Chi

Tuttavia, Anna Finocchiaro non è semplicemente la protagonista di un trafiletto da Novella 3000. Il marito della Finocchiaro, Melchiorre Fidelbo, di cui lei non porta il cognome, è indagato da molti mesi. Ognuno se vuole può verificare.

L’espressione di Renzi, lontana dalla miserabilitudine di certi giudizi, era fin troppo all’acqua di rose. Renzi in pratica dice a Bersani: “Valuta bene l’opportunità di una candidatura a una magistratura, quella quirinalizia, che non solo è la più importante della Repubblica, ma si sta anche trasformando in senso accrescitivo del proprio ruolo nella politica nazionale”. Lo dice riferendosi direttamente solo al colore, alla chiacchiera, e non al grave imbarazzo che susciterebbe la sua nomina. Però quello è. E’ lì, pesante come un macigno.

da Chi

Renzi non s’abbassa a ricordarci (un avviso di garanzia può capitare a chiunque) il grave inciampo. Però Bersani lo sa, ed ha sbagliato non solo a derogare, sia in senso assoluto sia nello specifico della Finocchiaro, vecchie tattiche su personalità che hanno dato tutto quello che potevano, ma soprattutto a includere questo nome nella propria rosa di candidati.

Una cosa l’elettore del PD dovrebbe fare. Saper distinguere tra la rappresentatività che Renzi esprime di una corrente del PD dall’urgenza del ricambio generazionale. La prima è utile, la seconda necessaria. La politica italiana, nazionale e locale, ha necessità di essere svecchiata. La società italiana va svecchiata. E, di fronte ai limiti anagrafici in basso per la rappresentatività (18-25 per gli elettori, 25-40 per gli eletti e 50 per il nominato al Quirinale) non è più rimandabile un limite anagrafico in alto.

Potrebbe suonare così: “Chi, al termine del proprio mandato, abbia compiuto 67 anni non è adatto a tale mandato”.

Anche perché la politica non è un lavoro.


da Chi