L’abuso del bianco e nero

Immaginate una foto, normale, a colori.
Quella foto può risultare naturale, quasi familiare. Ti porta lì.
Ecco, date per scontato, per certo, perché l’avete fatta voi, che quella foto non ha subito ritocchi, regolazioni, pp, ecc…
È una foto uscita dalla macchina così com’è.

Bene.

Se ci mettete le mani, rischiate i famosi artefatti. Zone di colore strano, magari nelle penombre, compressione JPEG che salta fuori, bilanciamento sbagliato ecc.

In questo senso, la foto a colori è SINCERA. Non in senso assoluto, ma come tendenza.

Sul piatto opposto della bilancia c’è il layer vuoto di ps, che può essere dipinto di bianco o di nero.
Il bianco, o il nero, non è una rappresentazione della realtà. Per quanti sforzi si possano fare, non c’è un oggetto illuminato al punto del bianco più bianco, così come un oggetto in ombra non sarà mai totalmente nero. E d’altronde non si fotografa il nero, è un po’ una contraddizione.

Ebbene, la risultante di queste due opzioni, la foto a colori e la mano di bianco (o di nero) è la foto in bn.
La foto in bn non è solo l’opzione preferita dai pellicolari, da quelli che hanno la testa a cos’era la fotografia un secolo fa, e spesso ce l’hanno lì perché non amano, pur avendo opinioni politiche “progressiste”, le masse che oggi producono milioni di scatti. La foto in bn è piaciuta ogni giorno anche a un sacco di gente che sì, fotografa in digitale e sì, la mano di photoshop gliela dà, o di lightroom, o di camera raw… ma non vuole troppo che si sappia in giro.

Ecco perché le foto in bn vanno osservate in modo smaliziato: perché il fotografo di bn, che vede la realtà la vita e l’arte in bn, ama imbrogliare il suo pubblico rendendolo tale, il più spesso possibile.

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La luce negli obiettivi aps-c

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Silvia Sera, modella affermata, attrice di spot pubblicitari già da diversi anni, era la piacevole sorpresa da fotografare con le mirrorless che Fuji ci prestava. Scatti che era possibile stampare con una stampante Fuji appena fuori la sala posa. Foto fatta con Fuji XT1 e 56 f1,2 (notare la scarsa tridimensionalità del soggetto a TA)

Lo scorso weekend sono stato agli X-Photographer Days a Roma, manifestazione di fotografia piena zeppa di workshop offerti da Fujifilm per pubblicizzare (e ha fatto bene) le sue mirrorless.
Tra l’altro ho avuto modo di constatare che tra i fotografi si riscontrano facilmente alcuni tipi umani: 1) il fotografo basso, magro, sulla trentina, con la barba per simulare una remunerazione senior 2) il fotografo inquartato, grasso, calvo 3) il fotografo fighetto e incazzato, vestito sempre di colori poco sgargianti, neri marroni scuri, metropolitano, chiavatore e bugiardo verso le modelle che lo pagano…

La domenica alla kermesse mi raggiunge un amico che ne sa più di me e ci mettiamo a parlare di queste benedette mirrorless. Io, tra i vari dubbi che espongo, mi interrogo su quanto gli obiettivi luminosi lo siano realmente su una aps-c, ovvero su dove vada tutta quella luce dichiarata da aperture massime che, nel medio formato, non hanno ragion d’essere e che vengono sfruttate appieno nel full frame.
Vengo chiaramente redarguito dall’amico esperto, che biasima la mia pochezza in materia. Lo lascio parlare, senza contraddirlo, contento che comunque possa venir fuori qualcosa dalla sua spiegazione che mi metta in grado di imparare.

Ora, il discorso da fare è un po’ ampio e noioso.

Innanzitutto è vero che tra l’otturatore e il sensore l’apertura massima sia quella. Non equivalente, ma quella. Però a noi non interessa tanto questo, quanto ciò che il sensore è in grado di raccogliere.
In quel weekend avevo in mano prima una Fuji XT1, prestata da Fuji (bisognava lasciare in pegno un proprio documento) con un’ottica molto luminosa (il 56 f1,2) e poi la mia vecchia Canon 30D (con il vetusto 50 f1,4).

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30D e 50 f1,4

Due sensori diversi, uno più denso e allo stesso tempo più moderno, l’altro di soli 8 megapixel, con un rumore importante vista l’anzianità del progetto ma gestibile dai software di oggi (che lo separano in crominanza e luminanza, illudendo l’occhio con un maggiore dettaglio che la grana di luminanza pare restituire).

La densità è importante. Ogni pixel, se più piccolo, è in grado di raccogliere meno luce. È il problema che per esempio affligge la 7d (e la 7d mk2) a bassi ISO. La foto, in questo modo, ne risulterà più scura.

Il problema è complesso perché i produttori di mirrorless e reflex paventano sempre un ritorno alla pellicola. La macchina a pellicola è un bene che abbiamo in qualche cassetto, a casa, e che spesso tramite autofocus e altre impostazioni, e grazie a obiettivi moderni, ci permetterebbe di non sbagliare un colpo. Oltretutto, ci farebbe assaporare la vera fotografia, la sua chimica, la sua stampa, trasformandoci in artigiani e demolendo in parte la nostra fame di mezzi tecnologicamente sempre all’avanguardia (il PC, la stampante) che fanno parte del flusso di produzione digitale della fotografia.

Ora, la pellicola ha un quantitativo di informazioni tra i dieci e i quindici milioni di dati. Impossibile quindi per le case costruttrici tornare alla mia 30D, pur con un sensore che oggi farebbe sfracelli (paragonabile per densità a quello della 5d mk3), senza far dire alla vecchia generazione di fotografi professionisti (gli opinion maker sponsorizzati da Fuji alla manifestazione, per esempio) “Ah, ma allora, se devo fare un crop, tanto vale che rispolvero la mia vecchia Eos 1n!” e conseguente camera oscura (addio Photoshop). Insomma, la macchina ormai è in moto e non c’è alcuna voglia, in cambio di reale qualità, di farla tornare indietro.

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30D e 50 f1,4

Quindi. È vero che la luce è quella, ma è altrettanto vero che senza gain su alti iso (mai reali, eh… più bassi di quel che si dichiara…) fa ben misera fine in sensori troppo densi in condizioni di luce naturale e foto all’aperto e obiettivi che sfruttano (male, siamo su aps-c, meno bokeh facile) la loro apertura davvero spinta. Inoltre, la regoletta maccheronica che vuole il tempo di scatto minimo superiore all’inverso della lunghezza focale va a farsi benedire: aumenta il micromosso, un 50mm a meno di un treppiede (niente in situazioni di street rubata) deve scattare almeno a un centesimo, e questo è un altro motivo per alzare gli iso.

Personalmente rimango con i miei dubbi sulle mirrorless, finché non uscirà un sensore retroilluminato la cui retroilluminazione varia a seconda delle condizioni di scatto (e in questo può giocare un ruolo importante l’esposimetro) e dell’autorità (come l’hanno chiamata alle Officine Fotografiche) dell’Autore (cioè del fotografo).

Di seguito riporto altre mie impressioni, a caldo, sulla manifestazione.

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Officine fotografiche. Ci sono gli Xdays Fuji. Le macchine e le stampanti registrano una realtà antropomorfa. Niente foto naturalistiche, niente paesaggi, niente foto astronomiche ecc…
L’antropomorfismo é per sua natura autoreferenziale. Il suo approccio si parla addosso. Se non é il soggetto è chi scatta, che cerca di lasciare la propria pennellata autografa in uno scatto anonimo, sull’uomo della folla, di un tempo umano che comincia a parlare in termini di postmoderno citazionistico e di infinito.

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Poi c’è l’utopia Fuji. Ritratti di studio con aps c o sensori ancora piú piccoli. Niente ff in catalogo.

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30D e 50 f1,4

La gente, molti disoccupati, altri con l’hobby, attraversa diverse fasi. Prima lo scatto compulsivo. Poi la curiosità interessata, che si scontra con la difficoltosa immedesimazione nei fotoreporter di guerra. Alcuni invidiano me con una reflex che ormai non vale nulla: se ne stanno a braccia conserte, senza prendere le aps c fuji a noleggio gratuito, con fissi che nominalmente sono luminosi e in realtà molto meno. Macchine belle, vintage, ma ergonomicamente impervie. Una reflex vera si tiene in posizione di riposo anche solo con un dito a uncino che nemmeno la stringe. Ma non lo sanno. Ma che ne sanno.

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Le vecchie generazioni di fotografi fanno ancora parte del settore. E parlano. Parlano pensando di stampare. Che può anche capitare, ma in case sempre più piccole abitate da famiglie sempre più evanescenti. L’editoria? Basti vedere l’incapacità di tante agenzie fotografiche di passare al digitale. Grazia Neri, riportano qui. Vuol dire che lo sanno. E se lo sanno allora ci fanno. E lo fanno, quanto lo fanno. Due giorni di fila ahó, per esempio, qui.

“La Galleria e l’agenzia Grazia Neri hanno terminato l’attività alla fine del 2009. Attualmente Grazia Neri si occupa di insegnamento e di allestire mostre.” Wikipedia

Sull’impossibilità (o per altri incapacità) dell’agenzia Grazia Neri di gestire il passaggio al digitale http://www.vogue.it/people-are-talking-about/focus-on/2014/02/grazia-neri

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Ah, si. Usano tutti i programmi ortodossi su pc o mac per visualizzare video e foto. Eh eh eh…

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Non si può stampare in raw.