Coccodrillo per Robin Williams

Robin Williams… era uno sciamano! Eh si! La sua poetica era liberare dall’oppressione, dalla depressione, dalla tristezza, e da qualsiasi altro male oscuro sia nello spirito umano. E se ne faceva carico, ci combatteva.
Era luce in ogni film che interpretava, era ciò che annullava la distanza tra grande schermo e telespettatore, e la cosa fantastica è che era lui la distrazione dalla noia del film!
Una delle cose che credo ci abbia intristito tutti è stata non averlo potuto impedire, non aver potuto essere lì vicino a qualcuno che ci era amico perché ci ha dato, a ognuno di noi, tantissimo. Tantissima allegria, gioia di vivere, comicità, altruismo, vulcanicità, funanbolismo, fisicità, annullamento delle barriere. Noi siamo tutti in debito con lui e non abbiamo potuto ringraziarlo, non abbiamo potuto farglielo capire, non abbiamo potuto trasmettergli il nostro bisogno che continuasse, che proseguisse, che evolvesse.
Oppure si. Oppure migliaia di fan americani almeno lo assillavano positivamente, lo stressavano dandogli dei feedback della sua simpatia, della sua vicinanza a noi cinespettatori, cinefili, appassionati. Solo che per lui non era abbastanza, o a volte era fuori luogo. Forse a volte siamo stati opprimenti come De Niro con Jerry Lewis in Re per una notte.
Poteva cercare l’affetto del pubblico per salvarsi, e lo ha fatto per decenni. Poi qualcosa si è rotto, qualche anno fa. Lo sappiamo tutti. Sappiamo per esempio che One Hour Photo è un film in cui non ci piace vederlo. Perché scegliere quel ruolo? era l’attore più vicino a noi che abbiamo avuto dal cinema americano, e lui lo sapeva.
Non conosco nessuno che abbia detto, in tutta la mia vita e in questi giorni, che Robin Williams è il suo attore preferito. Non lo era. Non ci immedesimavamo in lui, e forse è stato questo. Lui probabilmente non apprezzava il fatto che la sua individualità non si incarnasse nei fan. Lui era un attore, e non una star. Aveva una villa. L’avete vista la sua villa? Quella è una villa di una star? Dove sono i doberman? La sicurezza? i km quadrati di prato tra la magione e il resto del pianeta che una star mette per tutelare la sua privacy?
La villa dov’è morto sembra dire: ehi, sono qui. Il campanello è qui! Avete una torta di mele da portarmi fingendo di essere i miei nuovi vicini?

Perché è qui la differenza. Era una persona estremamente divertente ed estremamente commovente, ed era liberatoria in entrambi questi aspetti. Quante volte ha fatto l’eroe? Quante volte ha fatto il dottore? Quante volte s’è buttato a dire cose che sapeva che non ci avrebbero fatto ridere più di tanto ma che sentiva comunque il dovere di dire per colmare un vuoto? E non ha mai trovato, di fronte, un “ehi!” di risposta, una solidarietà, un abbraccio, un sorriso a 128 denti… Non ha trovato mai un suo simile in alcuno dei suoi film, film suoi, film che i registi e gli sceneggiatori gli hanno costruito intorno. Signori, quei personaggi fantastici, o reali, sono lui!
Ma lui non si immedesimava in loro né noi in entrambi! Lui ce li raccontava, e per farlo ci raccontava se stesso. E il miracolo dello sciamano è questo, noi non abbiamo visto la realtà e il vuoto esistenziale con i suoi occhi disperati, perché la disperazione era velata dall’apprezzamento d’aver costruito qualcosa, a costo però della decostruzione di sè, del doversi fare lui come attore e come medico dell’animo occidentale a pezzi, a singoli cubetti di carne. E come si ricomponeva? Dopo ogni prova, come guariva a sua volta? Questo una seria biografia dovrà dircelo!!!

In Italia siamo abituati a parlare dell’eredità del grande regista o del grande attore. Di chi prenderà il suo testimone. Viene alla mente Eduardo maturo che va dal giovane Manfredi e gli dice: tu potresti davvero essere il mio erede. E Nino gli risponde: non penso, io sono un’altra cosa.
Ma cosa possiamo trovare intorno a noi che colmi il vuoto di un attore che combatteva il nulla esistenziale, e che a volte sembra elemosinare una risata a una battuta appena fatta, non per mera miseria attoriale, ma perché c’è una lotta cosmica, titanica in atto e lui provava a condurla?
Chi sarà l’erede di un attore che, in quarant’anni di carriera teatrale e cinematografica, era unico?
E noi, telespettatori, che sappiamo tutto ciò, anche se a diversi livelli di consapevolezza, sapremo riconoscerlo?

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San Martino di Giosuè Carducci – un’analisi alternativa slegata dal contesto biografico dell’autore

La nebbia a gl’irti colli

piovigginando sale,

e sotto il maestrale

urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo

dal ribollir de’ tini

va l’aspro odor dei vini

l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi

lo spiedo scoppiettando:

sta il cacciator fischiando

su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

Innanzitutto, l’avvicinamento da telecamera “occhio di Dio” procede come nell’incipit dei Promessi Sposi. Dal paesaggio al borgo, dal borgo a un particolare di una dimora, e dall’uomo che rimanda lo sguardo del lettore verso il cielo. Lo sguardo del lettore cioè rimbalza cadendo e poi rialzandosi: lo spiedo, natura morta, rimanda a ciò che è davvero vivo e che, forse, guardava in basso.

In questa poesia tutto è movimento o sua preparazione. Tutto è operoso: dalla nebbia che non solo vuole salire ma i colli se li cerca difficili (irti, in pratica un plotone di colline sull’attenti, cfr. i cipressi di Davanti San Guido), al maestrale che spinge il mare ad agitarsi, così come maestro ossia cardine della vita del borgo è l’odore del mosto che ribollendo diventa vino e spinge all’allegria (e all’energia) ogni abitante.

Lo spiedo (si presume di cacciagione) ha quasi un movimento automatico: i ceppi lo fanno scoppiettare, ossia lo fanno passare da uno stato di crudezza non commestibile a uno di cottura apprezzabile, magari accompagnato dal vino novello.

L’uomo, cacciatore, attende il pasto guardando fuori. Il suo fischiare, allenato per il richiamo dei cani, tenta di avvicinare lo stormo al suo fucile. Qui c’è la nemesi della favola della volpe e dell’uva: l’uomo apprezza ciò che gli pare irraggiungibile e celeste, e con il mezzo meno dispendioso che ha a disposizione, a costo di farsi prendere in giro dai compaesani, cerca di attrarre la cacciagione alla propria zona. Mira e rimira (mirare è verbo da nomenclatura balistica, a prescindere da tutto) gli uccelli neri che si muovono tra nubi rossastre, neri per contrasto con la luce che li circonda, neri anche perché presumibilmente grandi e non annegati totalmente allo sguardo dentro i colori brillanti di un sole che sta calando (a meno che lo spiedo non serva per colazione, è sera, e il poeta ci conferma questa collocazione temporale nell’ultimo verso). Li mira e fischia verso di loro, e Carducci associa agli uccelli i pensieri forse del cacciatore, pensieri di un inseguitore di prede, di un segugio che si spinge anche lontano dalla propria zona (esule) per portare la cena a casa.

Gli stormi sono in movimento all’interno del migrare generale che il vespro impone. Migra il sole, migrano le nubi per via della giornata ventosa, e migra il giorno altrove. Vengono, vedono l’agitarsi della nebbia, del mare, sentono l’odore acre della fermentazione alcolica e della carne bruciata, e sanno di non potersi posare lì. Corrono portati dal vento, senza fatica, quasi danzando.

San Martino è una festa, non un semplice idillio. Tuttavia, l’ultima strofa genera una sorta di parola segreta. La parola è STRANIERI.

tra le rossastre nubi

stormi d’uccelli neri,

com’esuli pensieri,

nel vespero migrar.

TRA le rossaSTRE Nubi

SToRmi d’uccelli NERI

com’esuli STRANIERI

nel vespERo migrar

stranieri slitta e diventa esuli

ma a quel punto manca la rima

la più banale riguarda l’attività del ricercarla

che è pensare

Gli stormi di uccelli neri rimandano alle torme di emigrati italiani che lasciavano la penisola dopo l’Unità, in cerca per l’Europa e nelle Americhe di maggior fortuna. Li potevi vedere agitarsi nei moli a gruppi, avvolti in pesanti vestiti invernali, scuri come i loro volti, con bagagli che improvvisamente si aprivano. La nemesi della festa, sottolineata da tanti termini negativi (nubi, neri, esuli, migrar…) che allora avvolgeva l’Italia, Bel Paese di cui San Martino è un po’ il simbolo. La pace ha generato operosità, ma alcuni non vi si trovano bene. Un’epoca è al tramonto, e alcuni sono spinti dal migrare del tramonto a migrare anch’essi.

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Accadrà diverse volte nella storia italiana, per esempio quando l’Istria e la Dalmazia passeranno alla Jugoslavia molte famiglie giuliano dalmate preferiranno l’Australia a zone come il quartiere fatto apposta per loro a Roma.

Questa è la forza della poesia. Essere profetica dopo aver svelato un secondo, meno banale, al limite dell’artificiosità, piano di lettura. Come in certe canzoni di Battisti o di Ramazzotti, San Martino è totalmente aliena dal discorso politico del suo tempo, eppure lo affronta. Pare confondere con un tratteggio bucolico che tuttavia è il punto di vista di chi non si può più ri-posare in una quiete che non sente sua. Il pensiero del Poeta va verso gli esclusi, chiaramente liberi ma in viaggio con il vento di un’epoca che si conclude, avvolti negli abiti dell’esilio, senza riflettere la luce che pure li nutrì.
Ma la poetica della perdita qui si infrange con quella di una sempiterna armonia, come sua scoria.

Campo di grano con volo di corvi – Vincent Van Gogh