La luce negli obiettivi aps-c

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Silvia Sera, modella affermata, attrice di spot pubblicitari già da diversi anni, era la piacevole sorpresa da fotografare con le mirrorless che Fuji ci prestava. Scatti che era possibile stampare con una stampante Fuji appena fuori la sala posa. Foto fatta con Fuji XT1 e 56 f1,2 (notare la scarsa tridimensionalità del soggetto a TA)

Lo scorso weekend sono stato agli X-Photographer Days a Roma, manifestazione di fotografia piena zeppa di workshop offerti da Fujifilm per pubblicizzare (e ha fatto bene) le sue mirrorless.
Tra l’altro ho avuto modo di constatare che tra i fotografi si riscontrano facilmente alcuni tipi umani: 1) il fotografo basso, magro, sulla trentina, con la barba per simulare una remunerazione senior 2) il fotografo inquartato, grasso, calvo 3) il fotografo fighetto e incazzato, vestito sempre di colori poco sgargianti, neri marroni scuri, metropolitano, chiavatore e bugiardo verso le modelle che lo pagano…

La domenica alla kermesse mi raggiunge un amico che ne sa più di me e ci mettiamo a parlare di queste benedette mirrorless. Io, tra i vari dubbi che espongo, mi interrogo su quanto gli obiettivi luminosi lo siano realmente su una aps-c, ovvero su dove vada tutta quella luce dichiarata da aperture massime che, nel medio formato, non hanno ragion d’essere e che vengono sfruttate appieno nel full frame.
Vengo chiaramente redarguito dall’amico esperto, che biasima la mia pochezza in materia. Lo lascio parlare, senza contraddirlo, contento che comunque possa venir fuori qualcosa dalla sua spiegazione che mi metta in grado di imparare.

Ora, il discorso da fare è un po’ ampio e noioso.

Innanzitutto è vero che tra l’otturatore e il sensore l’apertura massima sia quella. Non equivalente, ma quella. Però a noi non interessa tanto questo, quanto ciò che il sensore è in grado di raccogliere.
In quel weekend avevo in mano prima una Fuji XT1, prestata da Fuji (bisognava lasciare in pegno un proprio documento) con un’ottica molto luminosa (il 56 f1,2) e poi la mia vecchia Canon 30D (con il vetusto 50 f1,4).

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30D e 50 f1,4

Due sensori diversi, uno più denso e allo stesso tempo più moderno, l’altro di soli 8 megapixel, con un rumore importante vista l’anzianità del progetto ma gestibile dai software di oggi (che lo separano in crominanza e luminanza, illudendo l’occhio con un maggiore dettaglio che la grana di luminanza pare restituire).

La densità è importante. Ogni pixel, se più piccolo, è in grado di raccogliere meno luce. È il problema che per esempio affligge la 7d (e la 7d mk2) a bassi ISO. La foto, in questo modo, ne risulterà più scura.

Il problema è complesso perché i produttori di mirrorless e reflex paventano sempre un ritorno alla pellicola. La macchina a pellicola è un bene che abbiamo in qualche cassetto, a casa, e che spesso tramite autofocus e altre impostazioni, e grazie a obiettivi moderni, ci permetterebbe di non sbagliare un colpo. Oltretutto, ci farebbe assaporare la vera fotografia, la sua chimica, la sua stampa, trasformandoci in artigiani e demolendo in parte la nostra fame di mezzi tecnologicamente sempre all’avanguardia (il PC, la stampante) che fanno parte del flusso di produzione digitale della fotografia.

Ora, la pellicola ha un quantitativo di informazioni tra i dieci e i quindici milioni di dati. Impossibile quindi per le case costruttrici tornare alla mia 30D, pur con un sensore che oggi farebbe sfracelli (paragonabile per densità a quello della 5d mk3), senza far dire alla vecchia generazione di fotografi professionisti (gli opinion maker sponsorizzati da Fuji alla manifestazione, per esempio) “Ah, ma allora, se devo fare un crop, tanto vale che rispolvero la mia vecchia Eos 1n!” e conseguente camera oscura (addio Photoshop). Insomma, la macchina ormai è in moto e non c’è alcuna voglia, in cambio di reale qualità, di farla tornare indietro.

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30D e 50 f1,4

Quindi. È vero che la luce è quella, ma è altrettanto vero che senza gain su alti iso (mai reali, eh… più bassi di quel che si dichiara…) fa ben misera fine in sensori troppo densi in condizioni di luce naturale e foto all’aperto e obiettivi che sfruttano (male, siamo su aps-c, meno bokeh facile) la loro apertura davvero spinta. Inoltre, la regoletta maccheronica che vuole il tempo di scatto minimo superiore all’inverso della lunghezza focale va a farsi benedire: aumenta il micromosso, un 50mm a meno di un treppiede (niente in situazioni di street rubata) deve scattare almeno a un centesimo, e questo è un altro motivo per alzare gli iso.

Personalmente rimango con i miei dubbi sulle mirrorless, finché non uscirà un sensore retroilluminato la cui retroilluminazione varia a seconda delle condizioni di scatto (e in questo può giocare un ruolo importante l’esposimetro) e dell’autorità (come l’hanno chiamata alle Officine Fotografiche) dell’Autore (cioè del fotografo).

Di seguito riporto altre mie impressioni, a caldo, sulla manifestazione.

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Officine fotografiche. Ci sono gli Xdays Fuji. Le macchine e le stampanti registrano una realtà antropomorfa. Niente foto naturalistiche, niente paesaggi, niente foto astronomiche ecc…
L’antropomorfismo é per sua natura autoreferenziale. Il suo approccio si parla addosso. Se non é il soggetto è chi scatta, che cerca di lasciare la propria pennellata autografa in uno scatto anonimo, sull’uomo della folla, di un tempo umano che comincia a parlare in termini di postmoderno citazionistico e di infinito.

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Poi c’è l’utopia Fuji. Ritratti di studio con aps c o sensori ancora piú piccoli. Niente ff in catalogo.

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30D e 50 f1,4

La gente, molti disoccupati, altri con l’hobby, attraversa diverse fasi. Prima lo scatto compulsivo. Poi la curiosità interessata, che si scontra con la difficoltosa immedesimazione nei fotoreporter di guerra. Alcuni invidiano me con una reflex che ormai non vale nulla: se ne stanno a braccia conserte, senza prendere le aps c fuji a noleggio gratuito, con fissi che nominalmente sono luminosi e in realtà molto meno. Macchine belle, vintage, ma ergonomicamente impervie. Una reflex vera si tiene in posizione di riposo anche solo con un dito a uncino che nemmeno la stringe. Ma non lo sanno. Ma che ne sanno.

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Le vecchie generazioni di fotografi fanno ancora parte del settore. E parlano. Parlano pensando di stampare. Che può anche capitare, ma in case sempre più piccole abitate da famiglie sempre più evanescenti. L’editoria? Basti vedere l’incapacità di tante agenzie fotografiche di passare al digitale. Grazia Neri, riportano qui. Vuol dire che lo sanno. E se lo sanno allora ci fanno. E lo fanno, quanto lo fanno. Due giorni di fila ahó, per esempio, qui.

“La Galleria e l’agenzia Grazia Neri hanno terminato l’attività alla fine del 2009. Attualmente Grazia Neri si occupa di insegnamento e di allestire mostre.” Wikipedia

Sull’impossibilità (o per altri incapacità) dell’agenzia Grazia Neri di gestire il passaggio al digitale http://www.vogue.it/people-are-talking-about/focus-on/2014/02/grazia-neri

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Ah, si. Usano tutti i programmi ortodossi su pc o mac per visualizzare video e foto. Eh eh eh…

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Non si può stampare in raw.

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Lettera aperta a Nicola Zingaretti

Caro Presidente, complimenti per l’avvenuta elezione alla Regione Lazio.

Ci siamo scritti un po’ di tempo fa per il settore nord est della provincia di Roma, gli spot wifi a Sant’Angelo Romano, l’inaugurazione della Nomentana bis che ha un po’ alleggerito il traffico di Fonte Nuova (ma c’è ancora da fare un collegamento diretto con il GRA via Centrale del Latte, anche se sono poche centinaia di metri).

Le scrivo adesso per un’intervista che un giornale della Tuscia le farà. Da cittadino laziale, un po’ romano e un po’ viterbese d’adozione, le chiederei un focus specialmente sugli argomenti infrastrutturali che, anche se in epoca liberista possono risultare keynesiani, vedono la provincia viterbese ampiamente deficitaria rispetto al contesto nazionale.

Purtroppo ogni giorno ci si deve scontrare con particolarismi che rimandano a logiche di rendita di posizione, che mal s’adattano a una programmazione economica di crescita, ovvero di sviluppo sostenibile, e che vedono nella redistribuzione della ricchezza attraverso le semplici regole di un mercato dinamico il nemico, con ovvie conseguenze democratiche. Questa è la prima zona d’Italia che conobbe il brigantaggio, qui comincia a dividersi la Penisola, anche se l’eccezione straordinaria della Capitale attenua la mancanza di lavoro e di possibilità, a prezzo di una forte emigrazione e spopolamento, di costi sociali elevati e dello stesso intasamento di Roma, ingolfata di abitanti che una realtà differente ha cacciato via dalle proprie città e paesi.

Eppure il Viterbese ha una potenzialità che darebbe slancio all’intera economia nazionale. Quando si parla di crescita si parla di un miglioramento di una situazione economica preesistente. Se in futuro l’Italia dovesse crescere in modo consistente è perché alle province e alle regioni che trainano il PIL se n’è aggiunta improvvisamente una nuova.

Bisogna fare anche un’altra considerazione: le spinte centrifughe, i leghismi, i particolarismi, vengono attenuati quando la regione capitale, nel nostro caso il Lazio, si trasforma andando contro una tradizione bimillenaria nella zona del paese con più alto PIL. Attualmente il Lazio è secondo, dietro la Lombardia e prima del Veneto. Ma Veneti e Lombardi ci sono avanti nella loro contabilità col Fisco: loro sono contributori netti, noi percettori.

In altre parole lo sviluppo straordinario dell’economia laziale va non solo a favore di un maggior senso democratico nella cittadinanza ma anche incontro al sentimento di Unità Nazionale che nelle zone più periferiche dell’Italia ma più integrate con l’Europa si sta perdendo. So per esempio che la popolazione veneta è chiamata a un referendum sulla propria autodeterminazione il 6 Ottobre di quest’anno, sostenuto dalla Risoluzione 44 che il Consiglio Regionale Veneto ha votato.

La provincia di Viterbo, insieme a quelle di Terni, Grosseto e Siena (città totalmente dipendente da MPS) ha necessità. Le considerazioni negative sull’Aeroporto di Viterbo hanno portato Ryan Air a competere con il nostro vettore nazionale, attraverso la costruzione di nuovi slot a Fiumicino: il pericolo è che il turismo italiano venga deciso un domani a Parigi o chissà dove. Al contrario, l’aeroporto viterbese avrebbe aperto ai circuiti turistici internazionali quella che è forse la zona bella d’Italia, favorendone l’attrattività.

Poi c’è Civitavecchia, che all’epoca del riordino montiano delle province decise di rimanere romana: Civitavecchia è il più grosso porto turistico del Mediterraneo, ma si sta muovendo anche per incrementare il traffico merci. Opere come la Civitavecchia Livorno e la progettata Civitavecchia Orte Mestre andrebbero cantierizzate con sforzi straordinari, dando non solo una spinta economica considerevole ma la capacità entro una legislatura alle aziende laziali di muoversi verso la Francia e il Brennero evitando l’intasatissima A1. Anche qui, a fronte del costo economico iniziale per lo Stato, o per i privati che volessero partecipare, vi sarebbe un costo sociale evitato: annacquando il traffico su gomma, diluendolo, ci sarebbe una sostanziale diminuizione degli incidenti stradali mortali nella nostra Regione.

Poi ci sono altri interventi: per esempio il raddoppio di corsia tra Monterosi e Vetralla-Viterbo: la Cassia attende dall’epoca di Di Pietro Ministro delle Infrastrutture questo intervento.

E infine, portare a Viterbo l’etruscologia romana, dalla Sovrintendenza per l’Etruria Meridionale, al Museo di Villa Giulia: una sfida enorme, una pazzia per tutti i dipendenti pubblici che lavorano in questi enti e risiedono nella Capitale, ma un segno di valorizzazione della Tuscia che solo un atto politico coraggioso può portare a compimento, restituendole i suoi tesori più preziosi.

Ringraziandola per l’attenzione che mi ha dedicato e scusandomi se involontariamente ne ho abusato, attendo un cortese riscontro.

Luigi Menta