Cos’è realmente la Ue

La UE è la nuova Weimar tra Anglosassoni e Russia nel Great Game. Noi ci perdiamo in questioni ideologiche tra guelfi e ghibellini, ma dietro c’è sempre la geopolitica.
Per quanto riguarda Churchill, è stato tra i pochi a capire che Weimar non era altro che un mostro famelico, che nella sua versione hitleriana è stato alimentato proprio dagli inglesi. L’aristocrazia inglese e i Windsor temevano i russi, soprattutto nella loro versione bolscevica (ma quello ideologico rimane un dettaglio, un accessorio in un vestito) e fecero tanti accordi in barba ai trattati di Versailles, come l’accordo navale anglotedesco con il regime nazista, che permetteva alla Germania di riarmarsi. E l’annessione dei Sudeti. E l’anschluss dell’Austria, dopo aver assassinato il cancelliere filofascista.
Ma era la politica dell’equilibrio, del divide et impera. Solo che poi la Germania invece di litigare con la Russia ci fa un patto, non solo di non aggressione, ma anche di spartizione della Polonia.
E gli inglesi si sono sentiti traditi. Perché i tedeschi, la Germania, la Repubblica di Weimar hitleriana, non ha più chiesto il permesso a loro. Naturalmente non hanno dichiarato guerra alla Russia in modo diretto, anche se quella si annetteva mezza Polonia e, mi par di ricordare, la Finlandia, i paesi baltici ecc…
Churchill abbandonò la teoria dello stato cuscinetto sacrificabile, e sposò quella della cortina di ferro. O forse la inventò lui. Dopo aver coinvolto con due Sagunto navali gli USA in due guerre mondiali, l’Inghilterra riuscì a metterli in mezzo anche nella Guerra Fredda. Ma il gioco le riesce solo in parte, perché gli USA la costringono a rinunciare al suo Impero Coloniale, ossia al motivo delle guerre mondiali.
E siamo all’oggi. Dal 1989 al 1992 l’Impero Sovietico, quello di riferimento del PCI, fa default, forse anche per aver finanziato con soldi che non aveva Cuba e i comunisti italiani, togliendoli ai propri cittadini.
A quel punto in Italia c’è la rincorsa a chi è più filoamericano, solo che gli americani non finanziano il PD come facevano con la DC. Ma non è questo il punto.
Il punto è che la NATO si deve allargare a est PRIMA che l’orso russo si risvegli. Ecco perché la CEE diventa UE, ecco perché gli USA premono per far entrare Israele e soprattutto Turchia.
Ergo, questa UE non ha niente di ideale. Paga l’Inghilterra perché stia dentro (dai tempi della Thatcher) e ora paga anche la Turchia. Questa UE è la Weimar 2.0 e DEVE odiare la Russia, per esempio con le sanzioni.
Ma anche non tanto islamizzandosi, ma sunnitizzandosi. Ossia accogliendo in seno quel tipo di terrorista che in Russia aiuta gli indipendentisti ceceni.


“Se lo scopo fondamentale della cartografia è rappresentare le relazioni spaziali, non sorprende che molte delle mappe collezionate da Mode puntino a enfatizzare un senso di prossimità, o a volte di accerchiamento. Ne è un esempio questa carta diffusa dai nazionalisti tedeschi negli anni Venti, dopo il Trattato di Versailles che aveva costretto la Germania a pesanti concessioni territoriali. Semplicemente indicando le aree di cultura tedesca, spiega Mode, la mappa poneva le basi per la rivendicazione non solo dei territori persi a Versailles, ma anche di regioni che non erano mai appartenute al Reich, prefigurando le aggressioni che poi furono messe in pratica dal nazismo.” (testo di Repubblica / National Geographic Italia)

 

 

Non di solo teatro…

La cultura è praticamente tutta in mano allo Stato. Scuola, università, ricerca scientifica e tecnologica. Musei, Sovrintendenze, Accademie di Belle Arti, restauro. CNR. Televisione, cinema, teatri. Dipende tutto dallo Stato. E, trattandosi dell’Italia, e non del Burkina Faso, è un impegno finanziario e politico enorme.
Qui viene tracciato un parallelo tra una categoria che a me sta enormemente a cuore, gli imprenditori, e gli attori. La tesi è che come i suicidi degli imprenditori, i cui motivi reconditi non vengono spiegati, quelli degli attori (e, ci aggiungo io, le condizioni lavorative pessime e stressanti dei doppiatori) avvengono per colpa dello Stato.
Ciò che però non si dice, per esempio, è che gli imprenditori spariscono (si suicidano ovvero delocalizzano fuori dai confini nazionali) perché troppo vessati (anche dall’accisa Letta, ottenuta a furor di popolo cinematografico e teatrale, che qualche anno fa venne decisa proprio per dar vita al FUS e che incide sui costi di trasporto delle merci), mentre gli attori muoiono perché evidentemente non hanno un approccio liberale, manageriale, imprenditoriale della propria professione, ma la intendono secondo criteri politici e ideologici tali per cui si esprimono a prescindere dal successo di pubblico.
È come, per dire, se io pretendessi di campare di oreficeria producendo in un paesino in cui non ci saranno mai abbastanza clienti, cammei greco romani e basta. È cultura anche quella, è cultura l’artigiano che scolpisce obelischi, che sa arredare le insulae pompeiane ecc. Ossia tutta roba che tra addetti ai lavori può anche essere apprezzata, ma che per il pubblico è morta.
E lì entra in campo l’ideologia: i paraocchi non ti consentono di capire che magari siete troppi a fare quel lavoro rispetto al pubblico che ambirebbe al biglietto d’ingresso, ti autoassolvi dalla tentazione di cambiare mestiere, e Costituzione alla mano chiedi un habitus lavorativo che ti calzi a pennello. La politica del consenso può anche assecondare la tua categoria, in fondo sono decine di migliaia di voti, e in una grande città vuol dire un eletto in più o in meno, ma poi viene fuori che stiamo in una organizzazione internazionale (la UE) che ci impone la spending review dunque i tagli dunque…
Ora, si può vivere di teatro in un momento storico in cui il mecenate pubblico viene suo malgrado a mancare? Se lo si concepisce come un posto fisso ho paura di no. Se è invece una cosa a metà tra l’hobby e una seconda attività, ma con attenzione a ciò che la gente non dico vuole, perché non mi sfugge tutto sommato l’aspetto pedagogico e divulgativo, ma è in grado di apprezzare, sì.
In fondo non ci sono meccanismi democratici che stabiliscono che un cittadino italiano che, per antica vocazione o improvviso capriccio, abbia deciso di fare il “mestiere” abbia da dimostrare di poter godere nel privato ovvero nell’attività di agevolazioni e di finanziamenti pubblici. O se ci sono, non sono di mia conoscenza.
Se per esempio un bando premia un vincente, e dunque di diverse compagnie teatrali solo una possa ottenere soldi pubblici, beh forse le ragioni di suicidi improvvisi tra attori delle compagnie perdenti hanno cause di cui lo Stato non può essere colpevolizzato, limitatamente al meccanismo di cui sopra.
L’estensore di quell’articolo ha inoltre saltato a piè pari gli studi sociologici sulle cause di morte le cui tipologie sono contemplate dalla statistica. Durkheim riconosceva che queste cause, per esempio nei suicidi, non sono solo individuali e intime. Come a dire, in un gruppo sociale, organizzato per avere un leader (o una ape regina) nel momento in cui quel leader (o qualsiasi altro ruolo) non viene incarnato (perché l’individuo precedente scompare) allora c’è una sorta di gara tra chi rimane. Horror vacui, concetto antichissimo che però vale nelle scienze umane e magari anche a teatro.
Anche se in realtà credo che mediamente gli attori siano meno propensi del resto della popolazione a farla finita, proprio perché grazie alla terapia che inscenano riescono a esorcizzare il mal di vivere.

Gli ingrati

Se mi fermo e ripenso al passato scopro che quelli che non mi hanno saldato erano tutti più grandi di me di vent’anni.

Traditori cronici.
Campioni di cinismo.
Cannibali dei sogni altrui.
Cannibali di chi è più giovane di loro.
Ingrati verso le generazioni precedenti.
Edonisti già sotto Nixon.
Figli solo di se stessi. Padri solo di se stessi.

Prima o poi questo Paese dovrà analizzare i danni sociali fatti dai sessantottini di una parte e dell’altra, caproni talebani intolleranti schifosi. E anche un po’ figli e ndrocchia 😉

Cominciò la generazione precedente, quelli diventati maggiorenni sotto la guerra, la gioventù fascista, a diffondere il sistema dei paraocchi, l’incapacità di dialogare. Furono loro la guerra civile. Il fascismo ha la grave responsabilità di aver insegnato a odiare, a credere e non a ragionare, di aver istigato quel linguaggio di violenza e sopraffazione che Pertini condensa nel motto guerrigliero “A brigante brigante e mezzo!”. Quella gioventù ebbe la sua guerra, quella gioventù fu sedata dal boom economico e da una Costituzione piena di promesse berluschine, ma trasmise il germe dell’odio fazioso e talebano ai sessantottini.
In altre parole, i “nativi fascisti”, i “ventenni del Ventennio” (repubblichini e partigiani) erano gli intransigenti mostri creati dalla retorica e dalla propaganda fascista.

I sessantottini di destra e di sinistra ebbero anch’essi la loro guerra civile. Questi dandy militanti se la fecero durare molto a lungo, gli anni di piombo, un Vietnam all’italiana, per ottenere uno status migliore dallo Stato. E lo ottennero dall’esplosione della spesa pubblica conseguente al compromesso storico. Alla mangiatoia statale tutti si approvvigionavano, e chi ne rimaneva escluso era pronto a tirare di nuovo fuori l’ascia di guerra.

Una generazione di ricattatori , di scrocconi, di odiatori professionisti, di servi e puttane del potere che rimangono estasiati dal potere che rimane loro incollato sulle mani, sulla bocca, e su ogni altro orifizio. Per loro lavorare significa litigare, compiere il male, non ascoltare e lo fanno in modo maledettamente professionale ed efficace. Sono un disco rotto, sempre con le stesse frasi fatte, adeguate ai tempi, strumentalizzabili. Presenzialisti nella mangiatoia pubblica, ma incapaci di fare economia reale.

Sono ancora vivi, oggi. E sono incazzati neri. Come puoi pensare di andare a Brussels a gambizzare chi ti nega i soldi? A uccidere un funzionario UE poco propenso ad assecondare il protezionismo statale dell’inefficienza e il voto di scambio? Semplicemente non si può, ancora ti incastrano in una infamante accusa di pedofilia appena atterri, e che fotte tutto lo stuolo di questuanti che ti sostiene.

Incazzati perché il debito pubblico deve smettere di crescere, incazzati perché l’euro è finalmente la moneta sana che non mangia i risparmi degli italiani (schiavi del capitalismo finanziario, a sentir loro… STO CAZZO CHE VE SE FREGA!) con la svalutazione a due cifre. Drogati irrazionali nel momento dell’astinenza, rompicoglioni con tutti i torti di questo mondo e senza alcuna coscienza morale, si stanno attrezzando di falli equini per incularci ancora.

Non un’ultima volta, perché la verità è che vogliono addirittura sopravviverci.

Se l’Italia vuole più turismo non deve puntare solo sulla cultura

Io non ho mai visto nessuno che, nel periodo di ferie, tira fuori dagli scatoloni dei libri di scuola, se ancora li ha, il libro di storia, o il libro di arte.

Pensare, come fa l’italiano medio, che noi abbiamo la cultura e che siamo anzi i primi al mondo per cultura, con i siti Unesco che smettono di essere urbanisticamente vivi pur di offrire un’immagine da cartolina, senza immaginare un’offerta che recepisca altri tipi di richieste che pure i primi paesi al mondo per turismo soddisfano, vuol dire tagliarci fuori da gran parte del flusso turistico internazionale.

Per cui sì, posso anche fare visita a Pompei, ma scordiamoci che ci rimango una settimana. Anzi, è grasso che cola se la rivedo una seconda volta nella vita: sono in ferie per svagarmi, non per farmi decine di km di giri in un parco archeologico sotto il sole la pioggia stando tutta la giornata in piedi dopo già aver fatto la fila davanti la biglietteria, e farmi una capoccia così su come si viveva durante l’impero Romano e sugli effetti dell’eruzione di un vulcano che, detto per inciso, mica ha smesso OGGI di essere attivo…

Nel menu che un normale turista outbound (oggi l’unico danaroso da permettersi di pernottare) si costruisce, la cultura viene all’ultimo posto, come uno spuntino veloce a metà pomeriggio.

Determinare che un posto qualsiasi faccia tante visite non significa, come magari credono i buontemponi che redigono gli studi di settore sull’alberghiero, che a quelle visite corrispondano altrettanti elevati fatturati degli esercizi commerciali che gravitano (a fatica) intorno a quell’attrazione.

Puntare su un turismo dove la cultura per fattori sociali esterni è al primo posto porta un turista non stanziale ma occasionale. Il turista non cerca la cultura, cerca di distrarsi dallo stress dell’anno lavorativo. La cultura può essere una di queste tante distrazioni, ma per come l’abbiamo definita noi in Italia è data in modo troppo pesante. E noi stessi, senza spesso conoscerla, ci aspettiamo troppo da essa.

Spendiamo troppi soldi su musei che insieme non fanno le visite del solo Louvre e che andrebbero assolutamente privatizzati a soggetti tra loro distinti per sempre. Idem per gli accrocchi di ruderi in zone spesso a criminalità elevata, quando una buona accoglienza prevede la perfezione anche nei piccoli particolari. Pensiamo che l’insieme del patrimonio culturale e paesaggistico italiano sia un immenso giacimento di petrolio che non sappiamo sfruttare, quando in realtà è vero l’opposto. La cultura italiana è semplicemente un pozzo senza fondo dove buttiamo soldi per tutelare qualcosa che è naturale non smetta di cadere a pezzi, o di scrostarsi, o di scolorirsi, o di assorbire smog. Alienarlo almeno in parte non vuol dire solo liberarsi di tante voci di spesa, ma salvarlo in un Paese pieno di vulcani, di sismi, di alluvioni. Un Paese geologicamente vivo e umanamente incapace di sostenere, da solo, uno sforzo tanto immane.

L’approccio al turista non è professionale ma spesso piratesco. Non è un segreto che da Roma all’ultimo paese che il Lazio nasconde, il turista venga salassato anche semplicemente per un panino o un caffé, venduti a caro prezzo ma senza scontrino. Gli scippi e i furti negli alberghi sono quotidiani, si conosce da trent’anni la natura malvagia del 64 che va da Termini a San Pietro, eppure nemmeno la fama internazionale ha portato a migliorare la sicurezza dei passeggeri su questa linea Atac.

Ci si dimentica che il turista ama andare in posti dove vorrebbe vivere, e questo include ciò che noi desideriamo escludere dal discorso. In altre parole anche il turista é uno straniero che può investire sull’Italia, e se non lo fa, o lo fa poco, è perché è oculato nel decidere!
E noi allora? Cosa gli offriamo? Il pippone di storia e di arte quando non sappiamo nemmeno incidere, per ignavia, sul nostro presente? Ma chi vogliamo prendere in giro? Gente più istruita di noi? Gente che viene da paesi certamente più avanzati del nostro?

Gente che sul nostro conto ne sa più di noi, che viene in Italia nonostante gli italiani, nonostante le notizie che ogni giorno la loro stampa offre loro su di noi, sulla nostra poca serietà, su quanto siamo stati beneficiati prima del crollo del muro di Berlino e di come siamo caduti nelle classifiche internazionali oggi che non serviamo più?

Oggi che siamo un Paese in declino non riusciamo nemmeno a difendere i nostri piccoli imprenditori che hanno investito la vita di intere generazioni familiari sugli stabilimenti balneari: arriva l’UE e stabilisce che la concessione non può durare un tempo tanto lungo. Questo perché si vuole la catena di stabilimenti balneari tedesca, con bagnini tedeschi, estesa dalle Canarie alle Baleari alla Riviera Romagnola o Ligure o alla Versilia, fin giù nelle isole Egee. Certo, d’inverno rimarrebbe un ilota italiano a fare il custode, il metronotte e anche il metrogiorno per esempio dei duecento e passa stabilimenti cattolichini, e delle centinaia di Misano, Gabicce, Riccione, Rimini…

Ma il menefreghismo dei supposti intelligenti con la laurea in Lettere, Filosofia, Belle Arti e qualsiasi altra disciplina umanistica, che manifestano in piazza quando si tratta di farsi assorbire dallo Stato magari come responsabile di una sala museale, è patente nel non essere solidale con la parte privata dell’offerta turistica complessiva italiana. Perché?

Perché il privato DEVE essere cattivo, evasore, traditore di Cristo, mentre lo tartassi per mantenerti con i soldi che lui ha guadagnato INVENTANDOSELO IL LAVORO, E NON TROVANDOSELO PRONTO SULLA SCRIVANIA, OGNI GIORNO!!!

Il partito personale

Ci sono momenti, nella storia dell’uomo, in cui parrebbe che l’utopia democratica possa smettere di essere tale e farsi altro, sostantivarsi diversamente ma mantenere i migliori attributi.
Normalmente capita quando un popolo, acquistata una maggiore consapevolezza del proprio io collettivo, reclama per se la sovranità.
Questa era l’utopia che spinse i migliori uomini del Risorgimento Italiano, Garibaldi in testa, a lottare per far uscire questo Paese dall’ignoranza.

Ma non è facile. L’ignoranza dell’Italiano è dettata dalla sua supponenza, dalla presunzione che saper vivere significhi appartenere a un giro, o avere un padrone. L’Italiano, in altre parole, deride quelle individualità che hanno fatto grande il nostro paese perché esageravano nel ragionare con la propria testa. La genialità italica, quando si concretizza, ha infatti da pagare lo scotto dell’isolamento. Una sorta di maledizione (“nemo propheta in patria sua”) accompagna le biografie di gran parte dei personaggi che riempiono i nostri libri di storia e letteratura e arte patria.

Così, ci troviamo con una maggioranza di persone che ha fatto del litigio, dell’invidia, dell’avidità e del tradimento verso innanzitutto i propri congiunti una morale dominante, e una minoranza di persone che scientemente o meno si incaponiscono a credere negli ideali, quali che siano, e nel rispetto dei convincimenti altrui.

Scopriamo così, nei secoli, che tutto quello che di buono aveva costruito la maggioranza silenziosa del paese è dovuto a vizi privati, egoismi, particolarismi. Dal sistema delle vendite delle indulgenze che finanzia il Rinascimento finchè Lutero non lo smantella, alla Donazione di Costantino (falsa), dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini all’adesione superficiale, piatta, agli ideali e\o alla civiltà del vincitore di turno, fino all’adesione al sistema democratico (monco) attuale. Non è infatti un segreto che se in America ci fosse la teocrazia qui avremmo messo tutto nelle mani del papa, o se ci fosse la monarchia quel referendum avrebbe (brogli o meno, è li stess) avuto un esito differente.

Quanto sia superficiale l’adesione agli ideali democratici per certificare il proprio filoatlantismo (finché dura la moda americana, domani chissà…) lo dimostrano alcuni fatti pluridecennali. Della commistione allucinante che c’è tra esecutivo e legislativo ho già parlato, così come dell’incapacità da parte dell’elettorato italiano di far discendere la propria sovranità su diversi poteri (esecutivo, connubio tra Colle e Palazzo Chigi, giudiziario e monetario) che non siano il solo legislativo, frammentato in mille rivoli e senza vincolo di mandato.

La democrazia italiana è dunque di facciata perché commissariata, perché l’Italia tutto sommato ha perso una guerra che in realtà le è stata organizzata contro dall’Inghilterra, in maniera così complessa da rendere l’Europa un continente minore, un continente la cui unica prospettiva futura non è quella di un Grande Reich (e chi lo vuole?) ma di una Grande Svizzera (giacché l’Euro diverrà sempre più valuta rifugio a metà strada tra Dollaro e Riserve Auree).

C’è un altro mostro tuttavia che è stato partorito dal laboratorio politico italiano. Questo mostro, possibile solo in un Paese con una maggioranza silenziosa che traffica nell’ombra, che vive di piccoli espedienti, che va ipocritamente a messa per salvare la faccia, che inventa il perdono e la colpa religiosi per poter ottenere autoassoluzione dalla giustizia terrena, e ne fa una religione scaramantica che invade il mondo, che infine si lamenta di quei potenti a cui faceva spontaneamente da serva fino al giorno prima, questo mostro dicevo è il partito personale.

Ora, non so se vi è già venuto in mente. L’Italia rinascimentale si divideva in Signorie in combutta tra loro, perché al solito siamo un popolo litigioso. Il territorio delle Signorie corrisponde grosso modo a quello delle Regioni Amministrative di oggi, e anche il campanilismo sfoderato dalla gente comune in occasione della tanto paventata abrogazione di alcune province ha storia plurisecolare.
Tra questi staterelli si muovevano i capitani di ventura, con il loro seguito.

Ecco. La politica italiana dal 1919 in poi è sempre stata così. Da un lato le Signorie, ovvero i partiti plurali, divisi in correnti, ma sempre con riferimenti esteri (e l’URSS ci farà bancarotta per tutti i soldi dati al PCI, oltre che a Castro). E dall’altra i Capitani di Ventura, i Lauro, i Giannini, i Pannella, i Di Pietro. Tutti con il mito, chiamiamolo di Francesco Sforza, ossia del Capitano di Ventura che diventa Signore, e che nella storia dei partiti ha due moderni “campioni”: Mussolini e Berlusconi.

Quindi, cesariani o pompeiani, sillani o mariani, berlusconiani o antiberlusconiani, la cifra dei mali italici è sempre la stessa: dividersi interessatamente per avocare a sè ciò che è bene altrui, spesso del proprio compaesano, del proprio fratello, con il mito di diventare Signore e Padrone, o quantomeno di averne uno. Lo schiavo non è schiavo del padrone quanto il padrone lo è dello schiavo. Il padrone che si libera dello schiavo va appeso a testa in giù e deriso, perché è diventato improvvisamente inutile. C’è un istinto bassamente femminile in tutto questo, e in fondo chi è che diceva che “la folla è femmina, ama essere posseduta”?

Ma questo basso istinto italico si è dimostrato funzionale alla nostra pseudodemocrazia eterodiretta: i partiti personali, così come le correnti sempre personalistiche dei partiti maggiori, non potevano assolutamente accettare qualsiasi tipo di democrazia interna, pena la scomparsa. Questo perché la maggioranza dei cittadini del nostro paese è suddita e si rifiuta di accogliere nella propria vita pubblica diritti e doveri che la cittadinanza in una democrazia compiuta comporta.

L’ultimo esempio in questo senso è Fare. Fare, in cui ho militato, non ha mai avuto alcun tipo di democrazia al proprio interno. Dal candidato premier (Oscar Giannino) all’ultimo coordinatore di comitato, ogni personalità è sempre stata autoreferenziale, autonominata, autoassolutoria. Questo, in un elettorato del partito entrato in seguito all’innamoramento per il dandy, è suonato nelle orecchie per autorevolezza, ma non lo era.

Giannino ammette, con un post su Facebook, che lui e non organi democraticamente eletti cercava di fare sintesi di diverse esperienze e volontà politiche. I commenti, in cui non interviene (pur autonominandosi, arigain, servo dei servi di Fare), non entrano più di tanto nello specifico ma esprimono quello stesso innamoramento politico di prima delle elezioni. Si confonde cioè il bene del Paese con l’organizzazione dello strumento (il Partito, e non c’è il tempo) e la sua struttura verticistica.
In un fattivo, l’elenco delle priorità avrebbe visto al primo posto cosa si potesse fare per il Paese, e successivamente cosa si potesse fare per il Partito, ammesso che fosse un’arma ancora capace di non mancare l’obiettivo.
Così non è stato. Siccome ripetere giova, perché scovi chi persevera, anche in Fare così come in altri partiti (mi immagino lo sbandamento di Rivoluzione Civile…) si è persa definitivamente la bussola. Proprio ciò che rende quella struttura inutile e incapace di determinare alcunché è la sua scelta sbagliata di dare importanza innanzitutto al Congresso e ai regolamenti interni (e, lo so perfettamente, le idee di un semplice attivista non contano nulla) anziché mettere da parte il tutto e domandarsi cosa fare, pur nella sconfitta, per il bene dell’Italia.

Gli investimenti in Italia

Gli ultimi giorni della politica italiana ci hanno regalato un congelamento della evoluzione che credevamo dovesse arrivare comunque a un nuovo governo. I dissidi interni al PD, e la paura che capiti altrettanto nel PdL per cui tutti sostengono il “padre nobile” nel suo ennesimo estremo tentativo di salvarsi dai guai giudiziari, nonché i mal di pancia tra i montiani non sono una novità. La novità era costituita da Grillo, per quanto blogger milionario, che perdeva i pezzi nelle elezioni dei presidenti delle Camere. L’elezione di Grasso ha portato però a un rapido serrare le fila dei grillini, nonché a una offensiva Travaglio-Caselli verso l’ex procuratore generale siciliano che, per difendersi pubblicamente, ha dovuto ricorrere al mezzo televisivo e all’abbandono della sua deliberata abitudine alla prudenza, tutta siciliana, che lo ha fatto cadere non solo in gaffe verso il collega torinese ma, ed era evidente ascoltandolo, in troppi errori della lingua italiana.

Tutto questo ha portato ai Dieci Inutili Saggi, nominati e fortemente voluti da Napolitano, capaci da subito di non capire com’è fatto non solo il mondo moderno, ma quegli aspetti a loro più vicini, come la radio di Confindustria.

Altrove, sia in Europa che negli Stati Uniti, si sta tuttavia pensando all’Italia come a un luogo dove comincia ad apparire un grande ventaglio di bizopp. In altre parole, fare shopping nel nostro paese oggi è estremamente conveniente, sia nell’acquisizione di asset specifici, e in prima linea ci sono i tedeschi, sia nell’assortimento dei nuovi fondi di investimento, e qui gli studi sono americani.

A ciò bisogna aggiungere la certezza che sta attraversando ormai tutti i mercati: il bilancio nascosto dell’Italia, celato come hanno fatto le altre nazioni europee all’indomani di Maastricht, quasi che si stesse parlando di buchi di banche private, sta oramai emergendo dopo vent’anni di navigazione silenziosa. Da quando, cioè, nella nostra storia recente non è stato più possibile decidere politicamente per l’inflazione e la svalutazione competitiva.
Anzi, si può quasi dire, per la felicità di quanti tra i cittadini italiani siano emigrati altrove e “gufino” contro il nostro Paese per dirci e soprattutto dirsi e dire ai loro congiunti che hanno dovuto convincere all’emigrazione che avevano ragione, che l’Italia sta affrontando questo tema decisivo prima degli altri grandi paesi europei, Germania in testa.

Sono venuti alla luce i seguenti dati:

  1. saldo tra Stato e imprese fornitrici: si tratta di una cifra imprecisabile alla pubblica opinione, la cui stima comincia a sfondare quota 100 miliardi di euro, ma che è ben conosciuto dai nostri alti burocrati, massimamente concentrati nel difendere gelosamente il sistema paese. Il Governo Monti si è impegnato, pur di saldare almeno 40 miliardi di euro quest’anno, a toccare il deficit pubblico al massimo consentito del 2,9%. Ciò non dà respiro solo all’economia reale ma anche alla finanza nostrana che, seppur con crediti in sofferenza che devono essere fatti rientrare per i vari Basilea, cerca di sostenerla.
  2. evasioni di Stato per 30 miliardi € di mancati pagamenti dei contributi ai dipendenti pubblici. Questo elemento ha portato alla fusione tra la disastrata INPDAP e l’INPS.
  3. rimborso ad aziende e liberi professionisti di pagamenti IVA oltre il dovuto per 10 miliardi di euro.

L’emersione di tale nero di Stato, pericolosamente vicino alle stime (150 miliardi di euro) che organi dello stesso Stato Italiano facevano a proposito dell’evasione privata, sono la prima prova di una volontà magari non evidente altrimenti ma condivisa di riordino reale dei conti pubblici.

Questa volontà è ciò di cui c’è bisogno per attrarre investimenti esteri, il vero indice della credibilità internazionale dell’Italia, prima che prendano piede risposte populistiche quali il reddito di cittadinanza o il salario minimo garantito, populiste perché declinate all’italiana e non alla scandinava, quando già oggi sappiamo che in un’economia dinamica spesso le forme parassitarie non sono giustificabili. Solo mettendo nelle giuste condizioni gli italiani e gli stranieri di credere-investire nel nostro Paese potremo sapere se tale fiducia c’è e funziona. A prescindere dalle macchinazioni strettamente politiche.