Pensieri sparsi su Umberto Eco a pochi giorni dalla scomparsa

Ho seguito la cosa dall’inizio alla fine e non c’era nulla che potesse ricordare la cerimonia di alcuno dei cristianesimi. Laica vuol dire anche trovare nel riso e nella goliardia affrancamento dal dolore e ribellione all’idea del distacco. Non era nemmeno una cerimonia in senso lato. Ognuno ha portato un suo ricordo, dal suo punto di vista, un vissuto comune, e lo ha fatto pubblicamente. Dai ministri ai sindaci fino al nipote quindicenne.
E Moni Ovadia ha raccontato una bellissima barzelletta.
In un’intervista, che condivido, Eco dice che il suo é piú agnosticismo che ateismo, e che non é un approdo felice ma sofferto.
Non sará certamente ricordato per la sua idiosincrasia verso fascisti, cattolici e complottisti, aspetto del tutto secondario pur se vivo nella sua attività accademica e letteraria.

Il “de cujus” – avendo versato 2 milioni di euro sui 5/6 totali, soldi che ha tolto agli eredi alla fine della propria vita, perché nascesse la Nave di Teseo, operazione da lui voluta, nome da lui trovato, lui praticamente primo socio – forse forse sarebbe anche d’accordo su come si è comportata la Sgarbi, che peraltro deve averne parlato con gli “eredi”, visto che era tutto stra organizzato.
Personalmente ho visto una donna disperata di farcela, una signora fragile di mezza età che intima ad Andreose di non lasciarla sola prima di parlare, e che dietro la montatura fluo aveva una commozione vera da nascondere per apparire forte.

E se ora una procura indagasse sulla collazione del “de cuius” e scoprisse che i due milioni interamente versati provenivano secondo la stessa da un conto off shore sanmarinese? conto e/o frequentazioni per cui il de cuius aveva pure ottenuto la cadrega? Chiaramente sto immaginando… ma potrebbe bloccare tutte le somme, donate o disponibili, per decenni. Eredità Sordi docet.

Questo spiegherebbe più terra terra la disperata pubblicità libresca della Sgarbi durante il suo saluto.

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Il tumore al pancreas.

Eco si faceva volentieri mezza boccia di whisky dopo cena, fumava, e aveva il panzone.
E la fascia più colpita è tra i 60 e gli 80 anni.

PORCODDUE

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Un bravo scrittore è l’orgoglio E LA FORTUNA del suo lettore.

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il senso della vita è
interrogarsi
sul senso della vita

E quando incontri qualcuno che ha fatto del senso
in ogni sua interpretazione e declinazione
strumentalizzazione e falsificazione
ricerca e interrogazione
la sua ragione di vita
in maniera intellettualmente profonda
perspicace, filosofica
e anche enciclopedica

puoi dirti
dopo
che il tuo è stato un incontro epocale ed esistenziale
memorabile ed epifanico
ANCHE
se gli hai
in modo non semplice
chiesto un autografo.

La scusa di un autografo.

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Eco Vmberto. Eco V.

non solo Eco ma anche Voce…

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“Non ci vado, per una ragione molto semplice. Lo danno in diretta su Raiuno a partire dalle 14,30 e se lo fanno è perché prevedono una bolgia di persone.”

In realtà lo hanno dato su Rai Uno e Rai News 24. In realtà, come riferirà poi Francesco Merlo, i posti erano tutti assegnati, e dopo cinque ore di auto, chissà quanto traffico milanese e la metro sarei stato in piedi in un cortile lontano dall’area coperta dove mi sarebbe piaciuto stare, ammesso che da fuori mi avessero autorizzato a entrare.

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42
1932
1974
2016
42×2=84

Nel mezzo del cammin di nostra vita
abbiam goduto di Vergilio prima
che la diritta via fusse smarrita…

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Gli Imbecilli.
Dopo aver letto qui ho capito che forse la questione è più complessa.

Non è che sia un male che gli imbecilli vengano fuori pubblicamente dai fumi dei biliardi dei bar e parlino alla luce del sole su internet dove a milioni di altri imbecilli o meno li possono leggere.
Fermarsi alla fotografia dell’imbecille su internet vuol dire non mandare il bambino a scuola perché la maestra s’accorgerebbe della sua ignoranza e lo punirebbe con una pessima pagella.
Fermarsi a ragionare di imbecilli senza tirar fuori che gli stessi sono stati costretti a trasformarsi da avventori del Bar Sport e telespettatori gongolanti del Processo del Lunedì a scribacchini più o meno capaci del proprio pensiero vuol dire usare il ragionamento di cui si è ampiamente dotati in grande malafede.
Ma perché un professore universitario che ha praticamente fondato in Italia un paio di corsi di laurea dovrebbe essere in malafede sugli imbecilli?
La risposta è nell’articolo di cui sopra.

Appropinquandosi alla morte, bisogna convincersi che ciò che si lascia è odioso. È odioso il Nome della Rosa, che ti permette di diventare miliardario, di ottenere (per tua stessa ammissione) le 40 lauree honoris causa (e il curriculum vitae sul sito ufficiale lo conferma), che ti fa avere migliaia di testi in più di quelli che già potevi avere come professore, e tutti concentrati nel palazzo di mille e passa metri quadri che vai a possedere a Piazza Castello a Milano (mentre la sede della Nave di Teseo, imprestata gratuitamente, forse è pure più piccola, svoltato l’angolo per Via Jacini).
È odiosa Milano, tranne quella breve parentesi di Pisapia, è odiosa la politica italiana, che conquista a fatica un’alternanza dopo decenni di democrazia commissariata, sono odiosi i coglioni che votano a destra (stessa definizione che vien data al tuo campo, dall’altra parte, e ciò fa venire in mente quel racconto borgesiano sui due teologi animati da diverse convinzioni ma dalla stessa profonda fede nel manicheismo distruttivo).
È persino odiosa “Mondazzoli” come l’hai definita, e di là, forse per stanchezza, non ti replicano nemmeno più, così come (Einaudi docet) ti avrebbero coccolato e ti avrebbero degnato di un Meridiano (c’era da immaginarselo triplo, per ognuno dei tre scaffali echiani) a tutte le tue condizioni.
E infine è odiosa Internet, popolata da odiosi imbecilli che si documentano sull’odiosa Wikipedia, pessima fonte enciclopedica, perché verificata non solo e non tanto dal mondo accademico (e dalla sua autoreferenzialità) ma dall’universa umanità. Odioso tutto ciò che fa di un gregge, di una scolaresca e di una massa un insieme di dotti, una nazione di intellettuali, l’incarnazione della scritta fascista (fascista? italianissima) del Colosseo Quadrato all’Eur.

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L’identità di un popolo, determinata non da ridicoli criteri da allevatore di bestiame come il colore della pelle, ma dal riconoscimento di certi valori comuni, condensabili nel culto laico della cultura e della civiltà.

E, quindi, gli imbecilli. Forse morire incazzati per lo schifo che ci si è autoconvinti essere il mondo è un ottimo modo di morire. Meglio il rimorso del rimpianto. Ma non ci può essere rimorso in una vita in cui si è fatto il massimo umanamente immaginabile per acculturare tutti noi.

Quindi? quindi a volte la vecchiaia arriva tutta insieme e la sua stanchezza ci fa essere poco lucidi. Ogni stanchezza ha in sé la promessa di un riposo. La mancanza fondamentale in Eco è stata, pur essendone consapevole, la pianificazione di una crescita intellettuale italiana fatta a tutti i livelli, dai programmi ministeriali alle dispense nelle edicole, che pure non sono mancate. E che sta concretizzandosi, pur con sommovimenti tellurici, nella digitalizzazione del Paese, nella lotta al digital divide, nella comparsa dei nativi digitali.

Ecco il problema borghese dell’intellettuale di sinistra che pontifica sulle proprietà altrui e demonizza chi mette a rischio le sue.

Tutte le persone sui social che leggono i profili, reciprocamente, non modellano se stessi inseguendo l’arethè di Vite Parallele ed esemplari, non vivono i loro 5000 anni attraverso accadimenti memorabili, non sono nani sulle spalle di giganti, ma si aggiornano sui loro legami sociali in tempo reale, anche a distanza.

È stato calcolato che oggi buona parte di noi vive meglio di quanto potesse un miliardario americano a inizio Novecento. Immaginiamo facilmente che anche chi fu miliardario da un punto di vista intellettuale e spirituale rischia di essere facilmente superato da perfetti sconosciuti: il tuo vicino, un tuo amico, la tua ragazza OGGI potrebbero essere caratterialmente altrettanto interessanti di un personaggio storico o letterario del passato, con la differenza sostanziale della interazione reale e non di una legge vegetale che apre la strada al cannibalismo di chi non si potrà mai ribellare; certo, nessun personaggio storico sarà così approfondito dalle masse da far dire loro che lo hai cannibalizzato psichicamente. Fermo restando che l’allenamento per l’immaginazione, questa facoltà essenziale e sottovalutata dell’intelligenza umana, non solo viene conservato, ma è spinto al massimo livello dalla partecipazione a diversi gruppi sociali.
Perché quello che non si dice, che non ci viene spiegato, che non si vuole si sappia, è che ogni libro è il surrogato addomesticato, il vaccino rabbonito di un particolare gruppo sociale. E quindi si possono leggere centinaia di libri perché non si possono frequentare centinaia di gruppi sociali, ma nessun lettore per quanto vorace può sperare di liberarsi degli esseri umani che gli frullano intorno. E ciò è un bene.

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In cosa eccelleva Umberto Eco?
Leggo da più parti le discipline che tutti sappiamo, e che qualcuno condensa in “conoscere il mondo”. Il che può essere pure vero, a patto però di capire che probabilmente non avrebbe saputo fabbricare la cattedra dalla quale insegnava, o costruire una sola delle pareti dell’aula universitaria che ne conteneva le lezioni. Riguardo ai libri, si è spinto solo alla fine della sua vita a diventare “quasi” editore. Ma era nelle condizioni economiche di poter diventare non solo quello, ma anche tipografo e fabbricatore della carta e dell’inchiostro.
Questo vuol dire che l’uomo di cultura, in generale, puzza di cultura ma non sporca le sue mani nella coltura delle cose.

Oltretutto, aveva a sua disposizione la gratuità della ricerca fatta da volenterosi studenti.

Anche in questo la polemica con quel terribile concorrente che è Internet, sul piano della disponibilità a concedere gratuitamente, free, le proprie conoscenze, ha una luce particolare. Si pensi a Wikipedia e al suo successo e la si sostituisca con un barone universitario: mentre il sito è dichiaratamente l’opera collettiva dei suoi fan, nel caso dei fan del barone la cultura pubblicata è un guadagno tutto suo.

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La Nave di Teseo

Chi mi legge conoscerà questo mio aneddoto, nel quale illustro come un libro letto e meditato da un lettore possa diventare altro da sé e sorprendere l’autore.

Io non credo di essere stato un caso isolato nelle migliaia se non decine di migliaia di richieste di autografi fatte a Eco, ovvero di cui Eco aveva almeno per un periodo della vita memoria pur essendo state richieste ad altri autori e da essi riportati, sempre aneddoticamente, al Nostro.
Credo di far parte di una percentuale, che non saprei quantificare, che ha piacere nel trovare un libro riccamente condito di paratesti. Un libro siffatto è difficilmente fruibile sui new media e in sommo grado rappresenta, nel senso che ne è campione, eroe, simbolo, la speranza di non liberare l’umanità dai libri.

Ora, si dà il caso che un paio di anni fa sia uscito un romanzo un poì particolare, edito, si badi bene, dalla Rizzoli, ossia dal gruppo RCS, il gruppo che dà praticamente da lavorare storicamente da decenni a tutta la famiglia Eco.

Questo libro ha in modo stravagante due autori, ossia un ideatore (il regista americano J.J. Abrams) e uno scrittore (Doug Dorst) nonché un autore fittizio (V.M. Straka) e un traduttore fittizio (F. X. Caldeira) e due fittizi lettori e autori dei suoi marginalia (Jen e Eric) scritti sul libro in colori tra loro diversi a seconda del periodo del tempo narrativo e non solo distintivi delle loro identità (in altre parole i pennarelli sono più di due).

Questo libro ha come titolo italiano “S. La nave di Teseo”ed è praticamente l’incarnazione dei libri echiani variamente variopinti dai suoi lettori e fan meno passivi.

È lecito supporre che, mentre qualcuno in RCS tramava sapendo che il Custode di Bompiani era seriamente malato perché la divisione libri fosse liquidata a Mondadori, parallelamente qualcun altro nella famiglia Eco fosse a tal punto affascinato da questo best seller da riprenderne il nome nella neonata casa editrice.

In breve, la Nave di Teseo è al contempo:
– il modo con cui Umberto Eco confeziona i suoi libri, per continue ricapitolazioni e tesser act, collage di citazioni e ritagli di altre cose,
– la casa editrice che riprende parte del cast & crew Bompiani,
– e questo libro: il solo tipo di libro capace di non poter stare, di rifiutarsi di stare in un Kindle o in un tablet.
Libro di una biblioteca, biblio d’Eco, su cui due ragazzi consumano un delitto mentre per godimento intellettuale ci scarabocchiano sopra il loro specifico, instradandolo e togliendogli altre porte interpretative, dunque schiavizzandolo e uccidendolo.

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Su Umberto Eco

Sono un fan di Umberto Eco, da quasi vent’anni.

All’inizio degli anni novanta, quando noi si andava per tutto luglio al mare, a Cattolica, acquistavo a metà prezzo libri scritti da Eco di cui per me era ancora troppo presto avere comprensione. Cattolica aveva anche un suo centro studi, e mi ricordo che una volta ci entrai per cercare qualche videotestimonianza su Eco, e effettivamente qualcosa trovai.

Sempre a Cattolica parlai una volta con un prof di lettere, un bolognese di mezz’età suo ex allievo, il quale mi disse che alle lezioni universitarie a metà anni ’70 Eco parlava con una certa avidità sulla scena letteraria del prossimo ritorno del romanzo più o meno velatamente autobiografico.

Qui vengo al punto, che è poi ciò che mi interessa. Magari ogni romanzo di Eco fosse un insieme di generi e di topoi letterari come lui stesso, in quanto direttore editoriale di Valentino Bompiani per tanto tempo, cerca in modo più o meno velato (e due) di rappresentare al mondo e in fondo a se stesso. Purtroppo non è così. Non c’è distinzione possibile per un lector ansioso di vivere la sua fabula tra una dotta ispirazione e la volgare scopiazzatura. Tutto è un caleidoscopico rimando, che nella migliore delle ipotesi è penosa abitudine dell’accademico uso al saggio su altre accademie e su altri accademici. No, decisamente è fuori strada un libro di un dotto autore che incanta e seduce e però poi, fatte le opportune verifiche, acquisite le molte (se non tutte) fonti di ispirazione, quando noi si ritorna a casa troviamo essere solo un nucleo di poche pagine, banali e stiracchiate al massimo. E in ciò è complice anche la formattazione e l’impaginazione editoriale: se il Nome della Rosa, libro che nonostante i cinquant’anni di età scopriamo Eco affrettarsi a scrivere, è fitto di parole e di righe per pagina, proprio per la molteplicità di “fonti di ispirazione” raccolte nella vita precedente, gli ultimi romanzi sono molto migliorati sul piano della leggibilità e della leggerezza. Mettendo però in risalto proprio la pochezza strettamente narrativa, il plot, la scansione profonda dei luoghi e dei paesaggi, che evidentemente vengono sostituiti da libri, elenchi, citazioni e sunti di situazioni storiche. Più che postmoderno dovremo parlare allora di poststorico, nel senso che non è tanto importante la storia che si vuole raccontare quanto la cornice dotta spesso pesante perché multipla nella quale viene inscritto l’intreccio.

Insomma ho imparato che i libri parlano di altri libri, e il più delle volte mentendo. Ma la menzogna può anche equivalere a GLORIOSO ATTIMO DI VERITA’ + COMMENTI POSTERIORI e dunque un libro che parla di altri libri è di essi cassa di risonanza mentre s’impegna a rappresentarsi e a autoincensarsi.

E tutto questo a dire che non credo molto agli argomenti dell’articolo – http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/06/il-nome-della-rosa-e-i-misteri-della.html – anche se riconosco in essi un’indubbia presa sulle menti, tra le quali colloco la mia, che nel momento in cui vogliono sospendere la realtà ricercano il complotto universale. Motivo di somma, ulteriore delusione che da lettore ho avuto sugli ultimi romanzi di Eco, proprio per memoria della gioia vorace con cui ho letto e riletto i primi due.

Ma perché parlo di autobiografie? Perché tutto, la passione per il medioevo, per la politica, per la semiotica, per Dumas, per gli sbagli dei fascisti che un uomo di sinistra non può non denunciare, autodenunciandosi tuttavia in quanto preadolescente incapace all’epoca di ribellarsi in modo compiuto… e persino per l’ambiente goliardico universitario bolognese permettono a Eco, come forse ha evidenziato il nipote Roberto Cotroneo nel cortosaggio “La diffidenza come sistema”, di parlare comunque di se stesso, della sua infanzia e di quella che in fondo è la sua vita. Per esempio tutti i romanzi hanno a che fare con Alessandria, il Monferrato, la nebbia che gli fa un po’ da madre terra. Baudolino è il nome del santo patrono, ma con qualcosa da dire sul carattere di questi piemontesi emiliani. La ricorrenza del 5 gennaio, tanto comune nelle opere del Nostro, che oltre ad essere la vigilia dell’Epifania è il suo genetliaco.

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Ho incontrato Umberto Eco una sola volta, per un autografo, il 5 febbraio 1999. Non che abbia memoria prodigiosa, ma era un convegno, e ne tengo la pubblicità nello stesso libro che riporta la scarna dedica. Però devo dire questo. Io sono, verbalmente e per iscritto, un logorroico. I libri dei famosi tre scaffali di Eco che possiedo sono spesso zeppi di appunti e note a margine. Più il libro mi prende e più restituisco al mare gli oggetti che mi ha portato ai piedi. E il romanzo più apprezzato, almeno stando a questo metro, è il Pendolo. Sia di esso sia del Nome della Rosa ho svariate copie, anche in inglese, francese e catalano. Per far bella figura però mi portai, perché andavo a quel convegno con il chiaro intento di strappare un autografo a uno dei miei scrittori preferiti, l’unica copia che avevo dell’Isola del Giorno Prima, che nonostante avesse qualche scarabocchio qua e la conservo ancor oggi come mamma Bompiani l’ha fatta.

Ebbene, prima che inizino i lavori mi presento da Eco e chiedo umilmente una dedica. Eco: “Ma qui, davanti a tutti!” forse quasi urlando, ma senza alcuna presenza di sdegno nel tono di voce, anzi quasi compiaciuto. Io: “Se vuole l’aspetto fuori” Eco: “Facciamo in fretta” e porgo il libro aperto alla seconda di copertina. Lui lo prende e comincia a sfogliarlo. “Ma qui è scritto tutto” e lo prende da parte, nascondendomelo alla vista. Ora, si sarà capito, quando un autore scrive “Opera Aperta” o “La Struttura Assente” parlando di livelli di lettura, di smontaggio e rimontaggio dei meccanismi narrativi, come se insegnasse non una disciplina delle famigerate e moderne Scienze Umane ma, per dire, Ingengeria del Best Seller è ovvio che si presta a essere smontato o “decostruito”, analizzato, citato (“chi critica un’autorità diviene esso stesso un’autorità”). Che poi uno lo faccia bene o male, da energumeno della semiotica greimasiana più spinta o invece, come me, da lettore dilettante di testi di qualsiasi genere, e spesso più avanti della propria comprensione, non importa. L’importante è farlo seriamente, e credo che la seria stupidità e ingenuità di quelle note fosse stato uno shock per il malcapitato.

Leggere quegli appunti affatto incensatori nei riguardi della sua opera più tropicale lo aveva di fatto ridotto al silenzio. Da parte mia me ne sentivo un pochino in colpa e chiesi, proprio perché non riuscivo a resistere all’avidità di avere fra le mani un nuovo giocattolo da smontare e rimontare: “Quando uscirà il suo prossimo romanzo?” ed Eco: “E chi lo sa, anche fra dieci anni!” ed io, a testa bassa: “Spero di essere ancora vivo” riducendo lo scrittore a un silenzio definitivo.

Silenzio che ho misurato, perché dopo aver avuto indietro la MIA copia del SUO romanzo, sono stato oggetto dello sguardo fisso di Eco per una decina di minuti buona, sguardo che ho cercato di accantonare facendo cenno di ringraziamento una prima volta, ricambiato, e siccome l’osservazione del piccolo insetto che evidentemente ero proseguiva, anche una seconda volta, ripetendo tra noi il rituale. Tutto ciò è stato interrotto dall’inizio dei lavori del convegno, ubi maior minor cessat, durante i quali il professor Morcellini fece la famosa gaffe parlando dell’attuale Repubblica Spagnola davanti a non so più quale personalità castigliana.

Lego la nada a nadie. Lascio questi scritti, non so più intorno a chi, o a che cosa. Ma nell’attesa m’accorgo che fa freddo nello studiolo, a forza di scribacchiare il pollice mi duole. Allora guardo fuori e ammiro la collina. È così bella.

La mia rece al Pendolo di Foucault

Il Pendolo di Foucault è il secondo romanzo di Umberto Eco. Uscito nel 1988 per i tipi della Bompiani, casa editrice con cui Eco aveva già un pluridecennale rapporto, è ambientato negli anni della biografia dello scrittore di Alessandria, arrivando ai primi anni ’80.

Esattamente come il romanzo precedente e come quelli successivi, la capacità affabulatoria viene a stemperarsi nelle note autobiografiche che Eco attribuisce ai diversi protagonisti del Pendolo. Il trio di amici e colleghi di lavoro Casaubon-Belbo-Diotallevi è la trasposizione della realtà: per un periodo di tempo Eco aveva uno stretto rapporto professionale con due suoi colleghi. Altro esempio: l’episodio del libro sui metalli raccontato per immagini è vero.

Intreccio

Casaubon, l’io narrante, è dapprima studente e poi giovane professionista della cultura letteraria a Milano. Attraverso una serie di eventi, trova nel mito del templari la sua vera raison d’etre culturale e professionale. Ma da tale mito si diramano una serie di filoni che corrispondono alla parte più occulta o a quella più reietta della c.d. civiltà occidentale. Attraverso la scoperta di questi filoni facciamo la conoscenza degli altri personaggi del romanzo, alcuni buoni, altri meno, ma tutti interessati a qualcosa. L’avidità di ottenere ciò che i vari protagonisti cercano manda in malora i buoni e i cattivi più deboli, per così dire. Casaubon, Belbo e Diotallevi, infatti, da un puro gioco traggono il Piano-Complotto la cui “sgangheratezza” (v. ciò che pensa del film Casablanca Umberto Eco) contribuisce a renderlo verosimile all’avido Agliè, in cerca di uno scopo verso cui indirizzare la piccola (?) società segreta paramassonica che capeggia.

Milano, tratteggiata con evidente nostalgia, e la campagna attorno ad Alessandria, in cui la nostalgia è un po’ più artefatta, sono i luoghi italiani in cui si snoda il vissuto del libro e sono uno dei punti in comune tra Il Pendolo di Foucault e La Misteriosa Fiamma della Regina Loana. Parigi è insieme inizio e finale del narrato, il cui epilogo è però consumato da Casaubon nella rassegnata attesa dei sui nemici in una stanza del vecchio casolare di Belbo. Quest’ultimo aspetto è un tratto in comune ai cinque romanzi scritti da Eco: ciò che li rende autenticamente biografie, anche se fittizie, è il loro concludersi con la morte del protagonista-io narrante.

Il Pendolo di Foucault è opera totalmente disorganica, frammentata al di là del suo centinaio e passa di capitoletti. È piena di citazioni le quali, oltre ai riferimenti autobiografici, minano considerevolmente l’originalità della scrittura in sede di fruizione da parte del lettore. Ma la bravura di Eco sta nel come ha assemblato il tutto, mentre aveva annunciato in tempi non sospetti il suo progetto di romanzo biografico, che va a unirsi in tempi di riflusso a tematiche assolute quali il medioevo o l’esoterismo.

Assieme al Nome della Rosa, il Pendolo è da considerarsi romanzo maestro. Parte da dove l’altro aveva terminato e finisce ai giorni nostri, anche se da allora sono passati vent’anni. Eco ha scritto anche altri tre romanzi, l’ultimo dei quali è da considerarsi il più interessante sia per il paratesto sia perchè per la prima volta lo scrittore non consuma i suoi sette canonici anni per mandarlo in tipografia, e quindi può a ragione essere visto come più sentito.

Ma è nei primi due che il tratteggio di un mondo a noi parallelo risulta più felice. Gli altri tre ritornano su quei periodi storici e sembrano non captare più l’entusiasmo dello studioso. In un’epoca che va riscoprendo il libro corposo, enciclopedico, totale, e pieno di rimandi – esempio classico rimane Il Signore degli Anelli di Tolkien – il secondo romanzo di Eco è tomo da non sottovalutare.